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Full text of "L'antica diocesi di Ossero e la liturgia slava: pagine di storia patria narrate"

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Bou^t withtheincome of 

THEKELLERFUND 



Bequeathed ìnMemoiy of 

JasperNewton Keller. 

Betty Scott Henshaw Keller 

Marian Mandell Keller 

Ralph Henshaw Keller 

CarlTilden Keller 





^- 



L'antica diocesi di Ossero ' 



LA LITURGIA SLAVA 



Pagioe di «tori a patria 

narrate da 

F. S'ALATA 



Multi labuntur errore ptopter. 
ignoiantiam hfstoriae.... Historia 
vim legi8 liabefc. 

San Gewlimo, 






FOLA 
Tipografia editrice C. Marlinolich 

1897. 



€^.i 



51aK ^235-. ^/^' 



. HARVARD . 

[university] 

MAR 1* IWtt 



'^eM 



11 



^ 



. . . carità mi sitrona 
a ricomporre alla dolente madre 
la sua corona. 



Queste pagine, frutto di pazienti ricerche, vorrei 
che fossero una modesta appendice agli studi sulla 
liturgia slava del canonico Pesante e del dottor 
Benmsiy i quali tralasciarono di parlare delle isole 
del Quarnero. 

L altissimo concetto che m^ indusse a questo la- 
voro, valga a farmi perdonare V eventuali mende. 

Ossero, nel settembre del 18%. 

F. Salata. 






Là dove risola di Gherso, direi quasi in un tra- 
sporto d'amore, par si voglia congiungere alla sorella 
Lussino, ma ne è divisa dall'onda vorticosa e prepotente 
dello stretto Euripo o Gavanella, seconda Corinto desti- 
nata a dominar due mari, il tempestoso Quarnaro e il 
placido Quarnerolo, giace la vetusta città di Ossero, 
Y Apsorum o YAbsoru degli antichi. 

Da una parte risola maggiore, ricca anche troppo 
di pietre e di macigni — ci abbiamo la nostra brava 
Arabia petrea — , va in questo punto rimettendo un 
po' della sua asprezza e ti presenta ubertosi pascoli, 
vigneti rigogliosi e qua e là qualche bosco d' elei e di 
querce, avvicendato a campi biondeggiantì di spighe. 
Anzi, ve' degnazione !, forma nei pressi della città come 
in fondo al porto di Gherso, nel cosi détto Fischio, al- 
cune paludi, le quali ne' tempi andati decimarono la 
popolazione e sono ancor oggi lo spauracchio de' fore- 
stieri. Dall'altra parte, sull'isola di Lussino, erge il capo 



— 6 — 

altero, dapprima coperto di chioma folta e nerastra, 
brullo poi perchè troppo esposto air infuriar de' venti, 
il monte d' Ossero, alto i suoi secento metri o giù di lì, 
naturale protettor della terra a cui toglie la vista sul 
velivolo Adriatico; 

La piccola penisola adunque su cui è fabbricata 
l'antica capitale delle Assirtidi, è una delle più belle e 
pittoresche posizioni eh' io mi conosca. Verso norde, dal 
sicuro porto Viér *) ti si apre il Quarnaro e dal ponte 
della Cavanella che le due isole congiunge, il tuo sguardo 
spazia libero su queir immensità mai sempre in moto e 
fermandosi sulle rive attigue, donde ti sorridono i villaggi 
di Ustrine e di San Martino, posandosi poi sullo scoglio 
Levrera, sorvolando le candide o variopinte vele dei 
passanti navigli e le negre nubi di fumo de' fuggenti 
piroscafi, arriva in fine a salutare i monti del continente, 
la vetta eccelsa del Monte Maggiore, il canal dell'Arsa 
e su in alto, torre fatata, Albona. 

Verso sud, con piccoli promontori e valli e vallette 
più o meno profonde, a mo' di placido fiume scorrente 



i' 



*) Non mi ricordo più quale filologo di Zagabria à voluto dire 
che Vier o Viaro sia d'origine slava. Ne La Provincia delU Istria, 
XXVIII 16, leggo invece in un cenno critico di G. V — a al libro „I 
dialetti istriani" del dott. Ive una lettera del capodistriano Gedeone 
Pusterla, il quale aveva chiesto al suddetto prof. V— a ,il significato 
della parola Viàro, nome d'una località dell'isola di Ossero (Gherso)**. 
Gli rispondeva il recensore riportando un esempio dell' Ive: «Quale 
vero continuatore dell' e tonico italiano o veneto specialmente quand'è 
in posizione, appare a Ro vigno e a Gallesano, senz'eccezione, a 
Fasana qua e là il dittongo ié : vet(e)re, soltanto in nomi locali, a 
Rovigno (Dreio) viér, a Dignano (Lakunsel de) viér (confronta il 
i^. veneto vier, il friulano viéri e il muggesjiuo viàr, nome locale ecc.)". 
^vv~,L '* Sicché Maro o FM?* vorrebbe dire nient' altro che andrò. A quante 
cose non si può pensare dopo questa spiegazione ? 



— 7 — 

n zig-zag, si stende il Quarnerolo tra Y isola di Cherso^ 
che va sempre più abbassandosi fino alla Punta Croce, 
e risola dei Lussini, percorsa nella sua lunghezza dalla 
catena di colli che à principio e corona nel monte di 
Ossero. 

E nel mezzo di questo _£aradiso, come lo chiamava 
di recente un tedesco amico nostro % ~v bisognerebbe 
però levarne i sassi e sostituirvi qualcosa di più cele- 
stiale — s' innalza' quel gruppo di case eh' è la mia patria, 
fra 1 lauri e i mirti sempre verdi, fra il timo odoroso e 
le salvie tanto care agli agnelletti. 

Da questa descrizione benché sbiadita, si può tut- 
tavia di leggeri comprendere come non dovesse man- 
care il bon gusto ai fondatori della città e come non 
dovessero trovarsi a disagio i vecchi conti-capitani della 
veneta repubblica, i quali, novelli Annibali in sessanta- 
quattresimo, stanchi delle fatiche della capitale, venivano 
a riposarsi negli ozi della Capua osserina e, molte volte 
Cesari e Sallusti in tutta Testension dei termini, veni- 
vano a raccomodarsi le saccocce alle spalle de* nostri 
isolani. Ed anche quando aveano posta stabile dimora 
a Cherso, i Rettori veneti dovevano di troppo moltiplicar 
le loro gite officiali ad Ossero e prolungarvi la dimora 
più del bisogno, se gli Osserini si videro costretti a 
protestare a Venezia. ^) 

Ed oggi ancora benché nessuna importanza ma- 
teriale la raccomandi a* forestieri, pure non son pochi 
coloro che in ogni tempo dell'anno la visitano la mia 



*) Josef Stradner nell'articolo Ossero pubblicato nel Tnester 
TagUatt del 15 giugno 1895. Vedi U Istria num. 709 e 710 del *95. 

^) Due documenti che si riferiscono a questo fatto, si leggono 
a carte 81 e 82 dello Statuto ms.- 



— 8 - 

Città peLammirare gli avanzi della prisca sua grandezza, 
per vivere in quest' aere in cui aleggiano ancora le anime 
di tanti forti e boni, i cui vessilli si spiegarono alla brezza 
di classici mari al servizio dell' aquila romana e del ve- 
neto leone, tra quelle rovine che danno V immagine — 
scrive il Luciani — di un campo di battaglia dove non 
si può mutar^ passo senza inciampare in qualche arma, 
senza spruzzarsi di sangue, senza calcare i brani ancor 
palpitanti dei troncati cadaveri. 

Dinanzi a tale scena tutti debbono esclamare col 
Poeta : 

„La natura ....'. senza posa ' 

Distruggendo e formando si trastulla." 

Da questa città, le cui orìgini si perdono nella 
nebbia dei miti e delle leggende, la qual^ coi castellieri 
e coi teschi brachicefali ed ortognati ci prova d'essere 
stata abitata dalle popolazioni preistoriche degl'lbcri e 
dei Liguri, nella quale s' avvicendarono popoli molti, i 
Liburni tanto celebri navigatori e i Greci, i Fenici e gli 
Etruschi che di Ossero fecero uno scalo importante dei 
loro commerci, da questa città che per secoli subì il 
dominio benefico di Roma, noi dovremo prender le 
mosse per lo studio che ci siamo proposti. 

Le scoperte preistoriche ideate già dall'abate Fortis, 
iniziate con somma benemerenza da quel preclaro uomo 
eh' è l'attuale preposito del capitolo veghensc, monsignor 
dottor Giovanni Quirino Bolmarcich, un di parroco di 
Ossero, e proseguite poi negli ultuni anni a cura della 
Commissione centrale di Vienna; gli studi severi del 
Luciani e del Burton, il cui esempio seguirono uomini 
molti di bona volontà, anno fatto non poca luce sui 
primi periodi della storia delle Assirtidi e di Ossero in 



— 9 — 

ispecie che „è luogo quanf altro mai degno di studio, 
è pagina importante nella storia dì questo mare, di 
questa regione". '*) . 

Ma di questa storia non tocca a noi dL parlare. 
A un periodo solo ci fermeremo alquanto, alla sogge- 
zione a Roma, la cui influenza à somma iniportanzn 
anche per la tesi liturgica. 

Scomparso apj)ena dal nostro orizzonte il pericolo 
delle invasioni degl' Illiri, sottomessi per opera di De- 
metrio di Faro nella guerra d' Issa, i Dalmati-, presa 
come si direbbe la niano agi' Illiri, costringono gli abi- 
tanti delle Assirtidi a mandare ambasciatori a Cesare 
che aveva allora il proconsolato dell' Illirio, per offrirgli 
la sommissione dell' intera Liburnia. Così nell' anno 58 
av. Gr. l'aquila romana stende il suo dominio desiderato 
a protezion dell' isola e della città, che dopo aver veduto 
nascere e morire la potenza de' Fenici, de' Greci e degli 
Etruschi s'adagia placidamente nel seno di Roma. Da 
questo giorno fino alla caduta dell' hi ip ero d'occidente 
(47(> d. Gr.) la nostra città e le Assirtidi Uitte rimasero 
sempre fedeU ai novi signori nò- mai tentarono di scotere 
il giogo che si erano imposte da so, differentemente 
dalle città del 4^oniinente j^striano, le qualTpTù e più 
volte cercarono, ma sempre indarno, di riacquistare la 
perduta hbertiui) 

Ossero, i cui abitanti furono ascritti all' is tessa tribù 
di quelli di Albona, alla tribù Claudia % fu dapprinta 

*) Luciani nell' Almanacco fiumano per gli anni 1859 e.l8(j(). 
^) L' Istria fino ad Augusto, sludì del prof. dott. B. Benussi, 
Trieste 1883, cap. V e VII. 

*^) Questo fatto importantissimo che dimostra quanto strette 

fossero già allora le relazioni dell' isola con risina e con Tltnlin, 

^"sTTllèva da tre iscrizioni di Ossero e da cinque di Albona. J\(in<ller, 



— 10 — 

oppidum, poi municiphim provinciale, e finalmente 
respubblica, abitata anche da italici, i quali in unione 
agrjndigeni, dopo le leggi dei successori di Augusto, 
ebbero a Tloma il ius suffraga e il iiis honorum, go- 
dettero del ius italicum ed elessero tutte quante le 
cariche ad imitazion della capitale. "*) 

E tutte le nostre terre accolsero con entusiasmo 
e lingua e religione e costumi e aisti e tutto dal Lazio, 
si fusero addirittura con Teleniento romano. Lo provano 
le coloniae^ i vici, i pagi, ì saltus, nei quali era di- 
visa r isola ^) : Crepsa (Gherso), Capisulum (Caput-insulae, 
Ghà Fisole, Gaisole), Hibenicia (Lubenizze), Smargon 
(Smergo), Urana (Vrana), Ustrinà (Ustrine), Nia (Unie), 
Leporaria (Levrera), Erafronia (Sansego) ; lo dimostrano 
le antichità scoperte nella necropoli romana d'oltre la 
Cavanella e gelosamente custodite nel civico museo ^), 
le mine dei monumenti, delle mura', de' templi sacri 
agli dei falsi e bugiardi, le innumeri iscrizioni che da 
per tutto vennero alla luce non solo ad Ossero, ma 
nelle altre città ancora e nelle castella delle isole e fu- 
rono pubblicate dal Mommsen, dal Fortis, dal Luciani, 



Indicazioni, 527, 530, 531, 532 e 542; Luckini, lettere al dott. Kandler; 
La Provincia deW Istria, U> gennaio '84 e 2 agósto '83; Benwìsif 
o. e, cap. Vili, nota 53. 



') Cenni storici sulle Absirtidi da Augusto fino alla caduta 
dell' impero romano d'occidente — Studio del prof. Stefano Petria, 
nel Programma dell' i. r. Ginnasio sup. di Gapodistria, a. s. 1884-85. 

^) La province romaine de Dalmatie, par Henri Cons, Mont- 
pellier, 1882. 

^) Ad onore di chi fondò il museo e dotollo della maggior 
parte degli oggetti, esso chiamasi „ Raccolta Bolmarcich". 



— 11 — 

dal Benndorf e da altri molti '^); lo prova infine il fatto 
inoppugnabile che anche qui, come in tutta la costa 
istriana e dalmata, allo stesso tempo e alla stessa guisa 
degli altri paesi^Jaiinf svolgevasi gradatamente dal vtìi- ^ 
gare Y idioma italiano. V*) ^ ( 

Da questa completa romanizzazione deriva, natu- \ 
rale corollario, che quando nei primi secoli fu predicato \ 
e diffuso anche da noi il Cristianesimo e furono stabi- 
lite le prime chiese cristiane, le funzioni religiose si ce- 
lebrassero in queir unica lingua latina che il clero e il / 
popolo conoscevano . e con quei riti stessi eh' erano in / 
uso nella santa madre chiesa romana. *^) 

Ma poiché fra le molte inesattezze, chiamiamole p 
pur così, che iixanoni co Volarié si lasciò sfuggire dallo \ 
steccato dei denti, come direbbe babJ)o Omero ^% si ' 
trova pur quella che le nostre regioni e le isole del 
Quarnaro in ispecìe abbiano avuto bisogno dei privilegi 
dei santi Cirillo e Metodio, se non per convertirsi alla 
religione di Cristo, almeno per divenirne figli fedeli ed 



*") Mo^nmseriy Corpus inscriptionum latinai'um, voi. Ili e 
appendici ; ab. Fortis, Saggio di osservazioni sull' isola di Gherso ed 
Ossero ; T. Lucian?, Gherso ed Ossero, antichità, II lettera al dott. 
Kandler, ne />' Istria I, 38 e 39 ; Quarnaro — Albona — Istria, 
studi storici-etnografici, Milano ; Benndorf, Archeologische Mittheì- 
lungen, IV, 1, 76esegg.; K Iodio de Sabladoslci, Die Ausgrabungen 
auf Ossero ; dott. Piero Sticotti, Bericht tìber einen Ausflug nach 
Liburnien und Dalmatien 1890 u. 1891, nelle „Mittheilungen" del 
Seminario archeologico-epigrafico dell' Università di Vienna, 189!2 ; 
di altre lapidi si dà notizia ne La Provincia dell' Istria, negh Atti 
e memorie e neW Archeografo Triestino. 

^*) Lo prova quell'autorità filologica eh' è Adolfo Musa ffia, 
professore di lingua e letteratura italiana all' Università di Vienna. 

'^) Benussi, La liturgia slava nell'Istria, § 1. 

^^) Così traduce il Monti V spKoc òSovTtov. 



— 12 — 

affettuosi, mi proverò di narrare con la scorta delle 
testimonianze degli scrittori e delle tradizioni popolari, 
. qualmente anche le isole flanatiche, come le vicine pro- 
vince dell' Istria e della Dalmazia, abbracciarono la reli- 
gione del vero Dio già ai tempi apostolici ed ebbero 
fin dai primi secoli chiese e vescovi. Poiché — giova 
ripeterlo anche qui — la raj^ida ed antica conversione 
nostra al cristianesimo è pur essa una prova evidente 
della nostra italianità ed anche il cristianesimo è per 
noi esplicazione del sentimento nazionale, il quale edu- 
cato com' era- da Rama al concetto dell* universalità po- 
litica, accolse prima degli altri popoli, come tutte le 
stirpi latine, la bona novella della cattolica religione. ^^) 
Come rilevasi da alcuni passi degli Atti degli Apo- 
stoli, tutto quatfito il paese che si stende sulla costa 
orientale dell'Adriatico, ricevette il verbo cristiano dagli 
Apostohodai loro primi discepoli. San Giacomo^'rapostolo 
della Spagna, sarebbe stato il primo a predicare Tevan- 
gelio nell'Illirico e nella Dalmazia ^^) e il suo viaggio in 
queste regioni si sarebbe avverato nel ritorno in patria, 
in ogni modo prima del 44, anno in cui san Giacomo 
more martire a Gerusalemme per mano di Erode Agrip- 
pa **'). Nel 45 secondo la comune opinione san Paolo 
manda il discepolo suo san Xito di Creta nella Dalmazia 
e nella Liburnia. Questi conferma nella fe.de i popoli ai 



' ^*) Paolo Tedefichì, Il sentimento nazionale degli Istriani 
studiato nella storia, pag. 14 e 15. 

*') /. Colletti^ Martyrologium Illyricum, come appendice all'i/- 
lyricum sacrum del Parlati, 

^®) Ada Apostolorum^ XII, 2. Vedi inoltre per questo periodo 
di storia dalmata lo studio accuratissimo del padre Donato Pabia- 
nicli dei Minori Osservanti: La Dalmazia ne' primi cinque secoli 
del Cristianesimo. Zara, 1874. 



— 13 - 

quali san Giacomo l'aveva annunziata e istituisce alcune 
chiese, fra le quali una a Zara ''^). La tradizione poi vuole 
che nell'anno 54 anche'san Pietro ritornando dall'oriente 
a Roma abbia toccati i lidi della Dalmazia e la città 
di Zara^**); che^san Paolo venendo da Roma siasi fer- 
mato nel 57 nella Dalmazia e vi abbia annunziato il 
vangelo ; che sant' Erme, discepolo e compagno di Paolo, 
sia venuto a reggere le chiese dalmate e liburniche sulle 
orme di Tito, che nel^JJJ^ sant'Anselmo, uno dei set- 
tantadue discegoli_d| Cristo, l^anfAmBrogio diacono e ^ y^Ci/^4^ ^ 
santa Marcella abbiano fondata la chiesa di Nona e già ./ri/^ .«.3i' 
nel 1^20 abbiamo memorie non dubbie del vescovo di f^ ^ 

Zara san Donato, illustre per santità e per sapienza**^)- "^^^W-e^ 

A queste memorie e a quelle dei martiri ^*^) che 
vivono indelebili nei documenti e nelle tradizioni del po- 
polo dalmato, s' aggiungono dall' altra parte i fasti onde 
vanno superbe le chiese istriane, che sorsero in tutte 
le città e in tutti i centri maggiori dopo la predicazione 
di sant' Erm agora e de' suoi discepoli, com'è attestato 
dalle tradizioni pel primo secolo e da storici documenti 



*') Monitum S. Pauli ad Titum (1, 5): „Ut conslituas per 
civitates presbyteros sicut ego disposili libi'*. 

^**) Biancìd, Fasti di Zara religiosi e profani, ad a. 54. 

") Cronaca di Bonifacio, U 3, e. 9 e Bianchiy o. e. Leggi 
anche ciò che sulla predicazione del vangelo nei paesi slavi, scrive 
\o^^^^ifU\las^ autore di una Storia croata' (Poviest^Hrvatska -- pò 
vrelih napisao, Zagabria 188:2, voi. 1, pg. 61 e segg.). Chi volesse 
prendersi la briga, potrebbe riveder le bucce per bene a questo pro- 
fessore, se gli errori sulla Dalmazia e sull'Istria non fossero si 
evidenti da parere messi giù a bella posta. 

*°) Alcuni nomi di martiri della Dalmazia: San Grrisogono (:289j, 
patrono di Zara, sant'Anastasia romana (290), Agape (!291), san 
Venanzio, santi Onorio, Massimo e Cesario, 



— li — 

per il terzo e i seguenti^'). L'evangelista san Marco per 

incarico ricevuto dallo stesso Principe degli apostoli san 

Pietro, venne ad Aquileia nel 45 e fermò quivi la sua 

sede e quando partì, gli successe nel glorioso ufficio il 

discepolo sant'Ermagora^'^). E negli anni successivi la 

novella religione si diffuse consacrata dal sangue di 

numerosi martiri, tra cui il beato Elio di Gostabona 

presso Capodistria, i santi Servolo e Giusto di Trieste, 

Ruffo di Luparo, Pelagio di Cittanova e le sante Tecla 

e Giustina triestine ^^). 

j È per questo che Anastasio IV nella bolla con cui 

,' fonda r arcivescovado di Zara, dice laP almazi a „inaf- 

1 fiatia dalla piova della superna grazia per predicazione 

\ di omini apostolici" ^^) e Vincenzo arcivescovo di Anti- 

V vari racconta che Urbano Vili la chiama „ primogenita 

fra le piante apostoliche nel grembo della cattolica 

chiesa" ^^); e dalle coste della Dalmazia in lontananza 

cerulee approdano ai lavori del porto e delle mura dì 

Rimini due cristiani di nomi italici. Marino e Leo, a 

fondare quella repubblica che prese il nome del primo 

dei due santi e „ accolse il cenere ' dell' italica libertà 

sparso ai venti". *^*^) Per T Istria poi nessuna più valida 



f 



^*) De Franceschi, L'Istria — note storielle, pag. 68 e 69. 

**) Benussl, Manuale di Geografia, Storia e Statistica del Li- 
torale, pag. 37. 

^'^) Stancovichy Biografia degli uomini distinti dell'Istria; ca- 
pitolo II: Santi istriani, pag. 43-48 dell'edizione di Capodistria, 1888. 

^*) „Dalmalia, imbre supernae gratiae irrigata, praedicanlibus 
apostolicis viris, semen verbi Dei suscepit". 

^') „ Inter plantas apostolicas in gremio catliolicae ecclesiae 
/primogenita". Thelner^ Vetera monumenta Slav. merid. historiam 
illustrantia, voi. II. pag. :241. 

'^^) Giosuè Carducci. La libertà perpetua di San Marino. Bo- 
logna, Zanichelli,- pag. 26. 



i 



— 15 — 

testimonianza può essere invocata delle numerosissimo^ 
basiliche, che superbe e rigide s* eressero dal quarto al \ 
settimo secolo, Santa Maria di Trieste, TEufrasiana di ì 
Parenzo, quella di santa Maria Formosa e il domo a j 
Pola e a Capodistria, a Gittanova, a Pirano, sì da me- / 
ritare alla provincia l'epiteto dj^jjigjciajdelle basiliche".*^')/ 

Or dunque le isole nostre, messe iPqtfàsi come 
ponte di congiunzione fra T ultima region d'Italia e 
r Illirio, non poterono rimaner estranee alle salutari in- 
fluenze, ma furono senz'altro subito da bel principio 
fatte segno all' attenzione degli apostoli si dell'una come 
dell' altra regione, come quelle che contavano centri im- 
portanti di vita romana ad Apsorum, a Grepsa, a Ga- 
pisulum e a Hibenicia. E quando gli editti di Gostan- 
tino e di Teodosio riconobbero libero il cristianesimo 
nello stato romano, anche nelle nostre province gli 
ordinamenti ecclesiastici ebbero il loro pieno svolgimento. 
Ossero ebbe certo una basilica cristiana antichissima^^) 
e divenne ben presto sede vescovile di tale e tanta 
importanza che un profondo conoscitore delle nostre 
istorie ne scrive: „Se non si sapesse già che Ossero 
ebbe importanza nell' evo antico, se gli avanzi materiali 



") Paolo Tedeschi, Cenni sulla storia dell'arte Cristiana in 
Istria, nella Porta Orientale, paj?. 305; M, Tarruiro, Le città e le 
castella dell' Istria, voi. I, pag. 72. 

^'*) La più antica chiesa di Ossero dovette sorgere là dove 
^ogjji trovasi il cimitero col'a chiesola di Santa Maria. Vi si scorgono 
ancora le fondamenta dell'abside e alcuni capitelli di straordinaria 
grandezza, i quali lamio pensare ad un edilicio vastissimo. Vive nel 
popolo l'opinione che avesse ben sette lavate. Alcuni pezzi di mu- 
saico vennero anni fa alla luce nello scavo delle fosse pel cimitero. 
Dio voglia che, provveduto a un novo cimitero in modo più con- 
veniente alle moderne esigenze, si possa dar mano a degli scavi » 
che riescirebber«© senza dubbio interessanti. 



— 16 — 

ivi largamente sparsi non lo attestassero, il fatto solo 
che nel secolo IV ebbe propri vescovi basterebbe a 
provarlo. I nomi poi, i casati di alcuni fra i Vescovi, la 
loro patria, i luoghi onde furono tolti, le missioni im- 
portanti che furono loro affidate, le dignità cui furono 
promossi, T intervento loro ai concilii provinciali, nazio- 
nali ed ecumenici giovano più che mai a provare quale 
esthnazione si avesse di Ossero anche in epoche più 
tarde*^'-^^). 

In che secolo fu fondata la sede vescovile di Ossero? 

Scrive il Parlati: „Iprincipii del vescovado di Ossero 
sono antichissimi, ma oscuri. C'è chi li mette neiranno 
532, nel secondo concilio provinciale di Salona convocato 
dal metropolita Onorio III. In quel concilio furono isti- 
tuiti tre vescovadi, il Sarsenterense, il Muccurense e il 
Ludraense, Sarsenterense dicono che sia lo stesso che 
Absorense, così chiamato o da uno storpiamento del 
vocabolo o per la circostanza che la sede vescovile sa- 
rebbe stata posta da , principio suir isola di Sansego e 
più tardi appena trasportata ad Ossero".**^") 

Ma l'opinione- del Parlati non regge. In primo 
luogo il nome „ Sarsenterense" non può nò essere uno 

^^) T, Luciani, Serie dei vescovi di Ossero, ne L'Almanacco 
fiumano per gli anni 1859 e 1800. 

^") Illyr. sacr. toui. V: iiiitia Episcopatus Absorensis peran-' 
tiqaa quidem sed ignotn ^ii.il. ijmit qui ea repetenda censent ab 
anno 532 et a secundo (ìouimìì.) provinciali Salonitano, quod Hono- 
rius III Metropolita convocaviL. Ili eo tres Episcopatus instituti sunt, 
quibùs aucta est provin- i •^.u'>i lana, Sarsenterensis, Muccurensis, 
Ludraensis; SarsenterenV- iii- ve. . eundem esse putant atque Abso- 
rensem, sic appellatum -cu in kpravadone vocabuli, vel ex eo quod 
primum sedes episcopi' ' ( i . • t.uta fuerit in insula Sansego, tunc 
Sarsentero ; inde postea Absorum translata. Primus autem Episcopus 
in eodem (Concilio renuntiatus fuit Paullinus Presb)M:er. 



^ ^ — 17 — 

storpiamento di Absoriim, Auxerun, od Ab^arus che si ' 
voglia dire, nò riferirsi allo scoglio di Sansego, che, come 
ò notato di sopra, dai geografi* lixtini è altrimenti deno- 
minato, mentre nei documenti de* secoli posterioiì ap- 
parisce col suo nome .odierno. Al fatto poi che la sede 
del vescovo sia stata da principio a Sansego, si oppone 
la legge storica, la quale insegna che' gli episcoj)ati fu- 
rono istituiti nelle citta che secondo la costituzione 
romana avevano una certa iinportanza politica e storica 
e stavano a capo di un distretto; il che certo non può 
dirsi di Sansego, che sarà stato a quell'epoca un porto 
di rifugio per le navi veleggianti il Quarnarp o tutt^al 
più un luogo di amena villeggiatura ai patrizi delle 
città vicine. 

Un'altra Versione più attendibile sulle origini della 
sede episcopale ci offre Giovanni Diacono nella Cronaca 
di Grado. Egli narra che il patriarca Elia convocò a 
Grado un sinodo generale dei vescovi da Verona fino 
alla Pànnonia e ordinò fra altri anche novi vescovi per 
Veglia, Ossero e Pedena^'). Questo sinodo fu celebrato 
il giorno 3 di settembre del 579; se dunque nel VI 
sècolo Ossero aveva già un vescovo, vuol dire che la 
fondazione della sua cattedra è più antica. E se, come 
suppone il Parlati, l' epoca della fondazione dei tre ve- 
scovadi 'insulani del golfo flanatico è uguale a quella 
della fondazione dei vescovadi della Dalmazia, si po- 
trebbe riportarne V origine almeno al, . quarto secolo, 
essendo provato che il yescovo di Zara Felice fu pre- 
sente al sinodo convocato in Aquileia da Valeriano nel 



31^ Per^2, Monumenta Germaniae historica, VII, 43 e Cronaca 
Altinate nell'Archivio storico italiano, Vili, 125. 



— 18 - 

381 ^% senza contare san Donato, dì cui la cronaca di 
Bonifacio fa menzione nelVanno 120^*). 

Così il protepìscopo di Ossero — si cliìanii Pao- 
lino altrimenti ~ verrebbe ad essere contemporaneo, 
se non anteriore, ai protepiscopi delle vicine diocesi 
istriane. 

Partendo dal piìncipio indiscutibile che ^^li scom- 
partimenti dei territori ecclesiastici antichi si formavano 
sulla base delle ripartizioni politiche allora esistenti^*) 
e che la costituzione ecclesiastica e quella politica del 
medievo corrispondevano perfettamente alla costituzione 
antica romana ^^), si deve credere che le diocesi insulari 
e quella di Zara dipendevano già dalla loro istituzione 
dal metropolita di Salona, dove riesiedeva il propretore, 
detto anche legato e più tardi preside della provincia ^^). 
Senonchè alcune testimonianze storiche ci dimostrano, 
che non meno strette erano le relazioni delle nostre 
chiese con Grado ed Aquileia. 

Difatti san Felice, vescovo di Zara, interviene nel 
381 al concilio di Aquileia ed assieme ad altri trentadue 
vescovi d' Italia, fra i quali pruneggia sant' Ambrogio 
di Milano, scomunica i vescovi dell' Illirio, Palladio e 



^*) CappeUeW\ Le CJiiese d' Italia, Vili 22 e Farlatl^ op. cit, 
III, pag. io. La stessa argomentazione fa il Vassilich per ferràare 
l'epoca della fondazione dei vescovado di Veglia (nella Provincia 
dell'Istria, XVII, 21). 

=*') Vedi nota 19. 

^*) Motnmsen, G. I. L. Ili, dove c'è una caria „Raetia, 
Noricum, Pannonia* e Benussi, L' Istria sino ad Augusto, cap. 
Vili, nota 54. 

^*) Bockhig, Not. dign. occ. e. 31. 

'*) PetriSy prof. Stefano, Cenni storici sulle Assirtidi da Au- 
gusto fino alla caduta dell' imp. rom. d'occid. pag. 12. 



— 19 — 

Secondiano, infetti di arianesimo ^') ; nove anni più tardi 
lo stesso vescovo che si firma Episcopus^ JaderUmis, as- 
siste al concilio di Milano convocato da sant'Ambrogio^®) 
e nel 402 san Donato II pure dì Zara è tra i vescovi 
che assistono sant'Ambrogio a indurre Y imperator Teo- 
dosio a rinunziare air eresia^ e a ricevere il battesimo. ^^) 
Nel 579 i vescovi di Veglia e di Ossero sono ordinati 
dal patriarca di Grado insieme al vescQvo per Pedena, 
nel 530 Tiziano, vescovo di Arbe, interviene al conciHo 
provinciale di Salona***). I vescovi di Ossero Arone nel 
588 e Gostanz'o suo successore intervengono a due concili 
di Aquileia insieme coi vescovi deir Istria ^'). 

Dai documenti fin qui riportati si deve inferire che 
le diocesi insulari vivevano la vita stessa del patriar- 
cato di Grado, il quale già nel nominato concilio del 
579 fu costituito metropolita di tutta la provincia e 
come tale confermato dal pontefice Pelagio *'^). Appena 
più tardi per la stessa posizione geografica delle isole, 
per le ragioni politiche che le tenevano avvinte all'oriente 
e un pochino per lo scisma dei tre capitoli,*^) che spostò 
i confini delle diocesi di Grado e di Aquileia, avvenne 
probabilmente nel settimo secolo questo rassodamento 
nei rapporti di dipendenza, così che nei secoli successivi 
vediamo i vescovi di Ossero sottoposti alla metropoli di 
Salona e più tardi di Spalato*^) e prender parte attiva 



") e ^'*) Bianchì, Fasti di Zara ecc. ad a. 381 e 340. 

'*) Giacom, da Vorag, e la Cronaca di Eusebio, 

*") FarUUif op. cit 1, 244 e segg. 

*') Arduino. 

**) Cronaca Altinate. 

*^) B. Benussi, Nel Medio Evo — Pagine di Storia Istriana, 
Introduzione, § 4. 

**) Vassilich^ Dopo i „Due Tributi", nell' Archeografo Trie- 
stino, Nuova Serie, XIII, 2, nota 54. 



(. 



— '20 — 

indeme agli altri suffraganei alla lotta contro il vescovo 
di Nona e la liturgia- slava. • Però appena nel concilio di 
Spalato venne ventilata la questione dei confini e furono as- 
segnati col canone XI i suffragane! tanto della Da:iniazia 
romana, quanto della croata e della serba. 

Ciò nori di meno ^ ì vescovi nostri rimasero moral- 
mente uniti alle chiese di Grado e di Aquileìa ed esposti 
air influenza più diretta della vita rojnano-italicà, fin 
che nel secolo dodicesimo furono' restituiti alla giurisdi- 
zione primitiva, richiesta dalle tendenze culturg^li della 
regione, quando l'arcivescovado di Zara, poco prima fon- 
dato, fu insieme a' suoi suffraganei di Arbe, Veglia ed 
Ossero sottoposto al metropolita di Grado e poscia a 
quello di Venezia. 

I confini della diocesi osserina comprendevano le 
isole di Gherso e di Lussin e * i vicini scogli di Unie, 
Sansego, Canidole e San Piero dei Nembi, i paesi cioè 
che anche politicamente dipendevano dalla nostra città. 
E nulla più: di Croazia noi non avevamo neppur un 
briciolo. Che se le sbrigliate fantasie dei moderni croa- 
tomani credono di poter menar tanto scalpore perchè 
alla diocesi di Veglia appartenevano anche territori del 
continente croato, s'accomodino pure: sieno più cauti 
almeno quando parlano di Ossero e di Gherso. ^^) 

Ora io chiedo a tutti coloro, ai quali la passione 
politica non faccia velo agli occhi, io chiedo loro se in 
tutta la storia del periodo romano, , dei primordi del 



■*') Hist. Salonitana e. XV : Veglensis, Absareiisis et Arbeii^^is 
Epìscopatus hahueniìit parochias suas in insidìH tiiiLs ; sed Ve^ 
glensis o^iUneìxit vyijorem par lem jìarochiavam qaas 7iunc 
(sec. XIII) hciì)ct Scijniensis Ecclema^ quae non crcit tane (pec. 
XI) Rpisropallft seth's. 



— 21 — 

cristianesimo sulle Assirtidi, deirorigine del vescovado 

di Ossero e delle sue relazioni di dipendenza da Grado 

e da Salona, ci sia solo un punto che accenni anche 

da lontano a lui p^olo slavo, a u na liturgfia slava o ""^4^^ ^ ^1-^ 

glagolitica o veteroslavonica ; ina se più tosto non ri- /ì^uy%^j^y^ ^^^ 

splenda chiaro di luce meridiana, che le isole nostre, . ^^ ^ ^""^ 

abitate esclusivamente da gente romana o romanizzata, v^ ""^t.^^^, 

abbracciarono subito il cristianesimo, diedero ad esso .^^ 

martiri e santi, ebbero chiese latine e vescovi latini e 

non avevano quindi bisogno di attendere la redenzione 

dagli apostoli slavi. 



Il 



Donde e come venne al mondo la liturgia slava? 

Dopo gli sludi che recentemente furono pubblicati 
sugli apostoli slavi, non ci sarà difficile il precisarlo.') 
Cirillo e Metodio, fratelli di Tessalonica, dottissimi monaci 
del convento „Polychron" di Costantinopoli, furono man- 
dati neir 8f)2 dall' imperatore Michele III nella Moravia 



') Nella parte generale sulla liturgia slava faremo tesoro delle 
conclusioni a cui pervennero nei loro dottissimi studi il canonico Gio- 
vanni Pesante e il prof. dott. Bernardo Benussi, (La liturgia slava 
con particolare riflesso air Istria — studio di G. Pesante. Parenzo, 
Coana 1893 e La liturgia slava nell' Istria, negli Atti e Memorie 
della Società istriana di archeologia e storia patria, voi. IX, fase. 
1" e 2"). E a chi ci opponesse che giuriamo in verha magistn\ 
porteremmo dinanzi la lettera che il cardinal Jgampolla, segretario 
di stato, scrisse gei* incarico di Sua Santità Leone XIII all'egregio 
canonico di Parenzo. Fu cosi che la Curia Romana rispose all'in- 
solente linguaggio del Diritto Croato, il quale nel num. 45 del 
1893 così scriveva: „ Siamo curiosi di sapere se la Sacra Congre- 
gazione si risolverà di porre all'indice questo opuscolo che è in 
aperta contradizi >ne colle bolle e coi decreti dei Sommi Pontefici"!! 
— In quanto poi al libro del Benussi, diremmo con babbo Tedeschi, 
che tra le sfuriate del Pensiero slavo, del dott. Volarié e di certi 
altri 4MH«»to^ti e un uomo dotto e pio, quale nel suo libro s' è 
addimostrato il cliiar. professore, è fiicile la scelta. 

E questo Ila suggel! 



— 23-^ 

per invito del principe moravo Ratislao. Quivi Incomin- 
ciarono a predicare il Cristianesimo in lingua slava e 
introdussero il costume di celebrare anche i sacri offici 
in detta lingua. Ùopa molte peripezie, dopò di essere 
stati accusati di-e^^^ chiamati varie volte a Roma dai 
pontefici Nicolò I e Adriano II, finalmente Giovanni Vili 
per poter più facilmente convertire quei popoli barbari 
e per non veder passare alla chiesa greca scismatica 
quelli già convertiti, fn rostpe^ a dichiarare „che non 
osta alla sana fede e dottrina il cantar le messe e gli 
offici nella lingua slava *" nelle province del duca moravo, 
aggiungendo però la condizione che „il vangelo per 
maggior decoro si debba leggere prima in latino e poi 
annunciare al popolo che il latino non comprende, nella 
lingua slavinica**. Net caso però che il principe, (tftwu- 
"S trati cd 'Ht'^p^TptT h) della d i o ct^ln oravopannonica sog- 
getta alla giurisdizione di san Metodio, dimettessero 
l'idea di veder celebrarsi le sacre ftinzioni in islavo, il 
pontefice comandava che fossero tenute in latino in 
omaggio alla disciplina dell'intera chiesa occidentale*). 

Come ognun vede questo non è un vera e proprio ' 
privilegio, ma „ piuttosto una misura economica pruden- 
ziale di tolleranza, uijaji^^rfa^ come la chiama il santo 
padre Leone XIII neir enciclica ^Grande jnunus^, un 



^) Ginzely Geschichte der Slawenapostel Cyrill und MeUiod 
und der slavischen Liturgie, Codex, pg. 61 ; Dr, Miklosié e Baèkf, 
Documenti dei secoli IX e XI recentemente rinvenuti per la storia 
moravo - pannonica, bulgara e croata, (Novo Tiadjeni spomenici iz 
IX i XI vieka za panonsfco - moravsku, bugarsku i hrvatsku poviest, 
nel voi. XII delle /S^arme dell'Accademia delle scienze di Zagabria); 
Saint Méthode apótre des Slaves et les lettres des Souverains pon- 
tifes conservées au britìsh Museum, par le R, P. J, Martinov, 
Paris 1880 (estratto dalla „Revue des Questions historiques''). 



^1 



— u — 

provvedimento teiiiporario, destinato a cessare tosto che 
rassodati quei popoli nella fede di Cristo, subentrato e 
radicato un sistema ordinario di dottrina e governò ec- 
clesiastico, ormai i timori addotti contro la liturgia latina 
- non avessero più a pesare preponderanti e decisivi nella 
bilancia della Santa Sede apostolica/^). E di fatti così 
avvenne: dopo la morte di san Metodio avvenuta nel- 
Taprile dell'anno 885, nella Moravia, nella Slesia e nella 
Garantania si ripristinò ben presto la lingua latina e i 
sacerdoti slavi, cacciati dal paese, dovettero rifugiarsi in 
gran parte fra i bulgari, dove con sorprendente facilità 
abbracciarono lo scisma gj-eco intorno alla processione 
dello Spirito Santo. ^) 

A tutta questa istoria furono onninamente estranei 
i nostri paesi. Poiché, in primo luogo, a san Metodio 
ch'era semplicemente ed esclusivamente vescovo ed arci- 
vescovo della diocesi moravo-pannonica, ojjpiVgià legahis 
L^ a laterdj^er tutti glT Slavi, era vietato dalle regole ca- 

/ é à noniche d'ingerirsi nelle cose di altre diocesi, di andarvi 
\-\:;^ ' f^^^M^ini^y prediciu-e, d'istituirvi nove chiese o di mutarvi la li- 
^turgia già esistente.-^) E, grazie a Dio, le isole di Cherso 
ed Ossero^ come il resto dell'Istria e la Dalmazia, non 
formavano parte della diocesi pannonica o dèlia morava: 
noi avevamo da vari secoli la nostra sede vescovile, 
allora sottoposta alla chiesa metropolitana di Salona, e' 
nostro vescovo era Domenico.,^') 



^) Pesante, op. cit. pag. 17-33. 

*) Benussiy op. cit. pag. 175. 

••) Vedi la lex dioecesana^ chiamata anche lex Jurisdlctfonh, 
Rì'chter- Dove -Kaki, Lehrbuch des Kirchenrechtes, § 13:3 nota 5 
e von Scherer, Handbuch, I, § 89 nota 22 e 23. 

^) Cfr. Series Episcoporum Absorensiuni. 



— -25 -- 

E poi, dove sarebbe andato a pescarli san Melodio 
questi Slavi pagani da convertire sulle isole del Quarnero 
neir 869 ? Quelle g£che_mitinaìa di Slavi di varie tribù / 
che potevano aver preso dimora poco prima,.negli agri 
delle città come coloni '), erano stati ben che convertiti 
dai nostri vescovi, o meglio avevano ricevuto il battesimo 
ancor prima di venir ad abitare le nostre terre, insieme 
agli Slavi e ai Croati della Dalmazia circa Tanno 657 
sotto l'arcivescovado- di Giovanni e il pontificato di san 
Vitaliano o di x\deodato e avevano giurato al papa di 
vivere in pace per terra e i)er mare colle popolazioni 
finitime e di non fare giammai scorrerie sulle terre al- 
trui.^) Onde il Bomman, autore di una storia della Dal- | 
mazia, ben a ragione esclama: „Diamo il merito alTar-y 
civescovo Giovanni di essere stato l'apostolo degli Slavi ini. 
Dalmazia e lasciamo i santi Cirillo e Metodio ai Moravi/ 
ai Bulgari e ai Cazari".") 

Leggano in fine i moderni apostoli della liturgia 
cirilliana gli elenchi delle chiese e degli altari che nei 
primi secoli si eressero ad onore e gloria dei santi Cirillo 
e Metodio, come sono con mólto amorosa cura raccolti 
ed illustrati dagli storici di Zagabria^"); scorrano pure 
in lungo e in largo le nostre terre, sieno esse abitale 



") Ne riparlerò trattando delle cambiate condizioni etnogra- 
fiche sulle isole del Quarnero. 

**) Costantini Porphìjroijenitiy De administrando imperio, 
ed. Bon», cap. 31; Gfrorer, Byzantinische Geschiclite II, 28; Racki 
Documenta, inv^. ^S.") e segg.'; Bcnussi, Nel Medio Evo — Pajjine 
(li storia istriana — introduzione. § 2, p. 17. 

®) Bomman^ Storia civile ed ecclesiastica della Dalmazia ecc. 
tomo I, pag. 314. " 

^") Leggi lo studio: Cyrillo - Methodovi spomenici nel Zn- 
fjrehaèki Katholièki List, Vili, 14 pag. 100. 



— 26 — 

da italiani indigeni o da slavi sorvenuti; visitino le no- 
stre chiese, ammirino gli altari e le pittare, ascoltino 
le preci che s'inalzano al cielo nelle auguste cattedrali 
e nelle umili cappellanie e se trovano in qualche luogo 
la figura, il nome solo dei santi Cirillo e Metodio, into- 
nino pure r eùreca vittorioso e trionfante ! No, no, al 
nostro popolo que' nomi erano ignoti, finché nei recen- 
Jisslmi tempi non se ne fece una bandiera di propaganda 
panslavista: allora appena nel^ convento del terzo ordine 
a San Martino in Valle si celebrò un solenne ufficio 
divino in onore degli apostoli slavi con gran concorso 
di preti croatomani, con grande apparecchio di mense 
e senza la più piccola partecipazione del popolo; allora 
appena abusando della bonarietà della erede di un vec- 
chio e pio s^icerdote che aveva legato una somma per 
Terezione di un altarino nella chiesa di Unie, quel cu- 
rato don Antonio Andrijcié regalò a quei boni villici due 
statue dei santi sconosciuti. Ecco tutto. Ma le cause che 
per reggersi in piedi anno bisogno di simili contrabbandi, 
si condannano da sé. 

* 

Investighiamo ora in qual modo siasi introdotta 
nelle diocesi della Dalmazia la liturgia slava e che ac- 
coglienze le abbiana fatto pontefici e vescovi. 

Rigettata come inammissibile, anzi comejidi^ekr 
r ipotesi del canonico Volarle — a cui la passione po- 
litica riscalda un po' troppo la fantasia — che san Metodio 
in persona, ritornando da Roma siasi fermato nei nostri 
paesi e vi abbia introdotta la liturgia slava • '), riportiamo 

*') (Josì egli scrive difendendo T ormai famosa interpellanza 
presentata all'imp. Govenio nella seduta 12 marzo 1892 della Dieta 



- - 27 - . 

come probabile T opinione dell'illustre storico tedesco 
Ernesto ^^gummler: „ Quando la liturgia slava siasi intro- 
dotta fra glT^STavi della Dalmazia, non viene precisato 
da nessuna fonte. Che ciò sia avvenuto per T immediata 
personale influenza di san Metodio, è assolutamente ,4iw-- 
^^possibftgr perchè i Croati non appartenevano per nul- 
TafiTatto alla sua diocesi^.. Assai probabilmente il prin- 
cipiò di questa importante innovazione devesi ascrivere 
alle rej^monLiÌi-.pai^ent^Ja* fra i Moravi, gli Sloveni e i 
Croati. I sacerdoti slavi della Moravia furono Tanno 
SgG^acciati dal paese. La maggior parte di questi sa- 
cerdoti presero la vìa del sud e si sparpagliarono nei 
diversi paesi. Alcuni però si saranno introdotti anche 
nella Dalmazia, dove protétti dal vescovo dì Nona po- 
terono usare il loro culto slavo. Il vescovo di Nona 
pero abusava della liturgìa slava per i suoi scopi am- 
biziosi, per crearsi cioè una chiesa nazionale a parte, 
indipendente tanto dal metropolita di Spalato, quanto dal 
patriarca".*'^) 



provinciale istriana: „A Metodio l'Istria non era una terra incognita, 
ma ritornando da Roma ebbe a fermarsi per qualche tempo, an- 
nunziando la parola evangelica e celebrando i misteri della nostra '/ 
s. religione in lingua slava nell* Istria e nella Dalmazia e di là passa 
nella Garinzia ove incontrò le note traversie ecc. -V. -L'Eco del ^^^MUr^ ** v ' - ' 
Litorale" di Gorizia, n. 136, 26 novembre 1892, Supplemento co- ^' T J^ * J^^ 
lonna V. Il Vojarié troverà forse una scusa in una nota del Ginzel '^^'^^ 
e questi a sua volta in alcune frasi ambigue^pel Farìatl, ìli. sacr. III. 

"-, } 



^ .^.^YffL,K 



") DJlmmler, Ober di àlteste Geschichte der Slaven in Dal- 
matien, pag. 417 e Geschichte des ostfrankischen Reiches, II, pag. 
254. Sono della Pèessn efmUm^ìLxiardrSét riolini n elle sue Memorie, 
il Pastrizio nell' Opw.s m gratlam ecc. Nationis illiricae^ G, G. 
Strzedobsky neWsL Vita SS. Cyrilli et Methodii^ citati dal Benussi, 



— 2S 



i^ 



Senonciìè la liturgia slava trovò nella Dalmazia 
seria opposizione : da una parte i pontefici romani, fatti 
esperti dagli avvenimenti della Moravia, non volevano ero- 
gare dei pl-ìvilegi o delle concessioni per un popolo che 
non li aveva mai chiesti e non ne abbisognava né punto 
nò poco; dair altra i vescovi diocesani, sorretti nella pia 
opera dalla stragrande maggioranza della popolazione 
ch'era latina, si reputavano felici di poter aiutare la 
curia papale in questa lotta contro i ja^i^jgi *^ojy ui»ità^ 
e della disciplina cattolica. 

E di fatti lo stesso papa Giovanni Vili scriveva 
neir879 al clero dalniato e a quello di Salona in ispecie 
* ^^^^J .^i..jSC£glieTsi r arcivescoyo secondo le leggi canoniche e 
prometteva tutto il suo aiuto contro {pericoli da parte 
dei greci e degli slavi (Porro si aliquid de parte Grae- 

corum vel Slavorum dubitatis, scitote qiiomodo nos 

vos adjuvare auctoritate ciirabimusf^^). 

Nel 925 Giovanni X, avendo avuto sentore che „per 
le terre stella parrocchia dalmata pullula uii^altra^dot- 
trina differente da quella che sta scritta nei sacri libri", 
inculca all'arcivescovo di Salona Giovanni e. a tutti i 
suoi suffraganei — quindi anche al vescovo di Ossero — : 
di „ correggere animosamente" tutte le novità per modo 









\ 



e il Bomman, o. e. pag. 58 — 50, il i)rof. fìily, Gescliichte der hh. 
Slaveiiapostel Gyrill u. Method, cap. VI, pag. 35; lìaèk/, Viek i dje- 
lovanje sv. dir. i Met. Agrani 1857 e 1859; Léfjer^ Cyrille et Meth. 
Etude lirstori*iue sur la coriversiou des Slaves au Christianesime, 
Paris, A. Frank 18()9 ; e chi lo crederebbe, anche il Dr. Crncié, 
nello studio: Him.-ko-81ovinska slir^ba sv. Cyrilu i Metbda nel lib. 
14, pag.. 210 delle Starine, 



'*) Glnzcl, op. cit. Codex pag. 115. 



J 



che le terre degli Slavi celebrino anclvesse il sanie sa- 
crifìcio y^iìi lingua latina e non già in straniera^ se- 
condo il costante della -santa chiesa romana, perchè 
nessun figlio deve parlar altra lingua alV in fuori di 
quella insegnatagli dal padr&*^% E nello stesso annoi 
^scrive agli, stessi prelati e a Tamislao re dei Croati, a 
Michele duca di Chulm ^•^) e „ a tutto il popolo clip abita 
per la Slavonia e la Dalmazia" e ribadisce il comando di 
.non celebrare „nella lingua barbara o sclavinica", ma di 
obbedire in tutto e da per tutto ai due legati Giovanni 
D'Ancona e Leone di Palestrina, sotto pena „ d'essere 
V espulsi dalla nostra comunità" "'). Per opera dei .sopra 
detti due delegati viene convocato poco. dopo un con- 
cilio nazionale a Spalato, fra le cui decisioni è impor- 
tante pel nostro assunto il canone decimo ^"'^ nel quale 
è proibito ai vescovi di „promovere a qualsiasi grado 
sacerdoti che usano la lingua slavinica" e si permette 
soltanto nei casi in cui non sia possibile avere sacerdoti 
latini, di crearne anche qualche slavo con licenza però 
del romano pontefice ^^). 

E sebbene approfittando di questa clausola la li- 
turgia slava tentasse di annidarsi in parecchi luoghi della 



") Farlatl, op. cit. Ili, 92—101; Gintely Codex pa^'. 75—70; 
Jap, Reg. Pont. n. 3571. 

••') Vedi : Die slavisclieii Ortsnamen aus Appellativen, n. 148. 

*") «Si non viiltis sequestrali a nostro collegio". Farlati e 
Glnzel, 1. e. 

*") I canoni si trovano registrati nella Historia Salonitana* 
cap. XVI, pag. 323 dell'Arcidiacono Tommaso, stampata dal Lucio 
nell'opera notissima: De regno Dalmatiae et Groatiae, 1. IVy pag. 371. 
Mons: Pavìssich, un dì benemerito ispettore scolastico provinciale a 
Zara e a Trieste, ne diede in quest'anno uiia«..miigk4i'«ie traduzione. 

*®) Ibidem, Baèki, Doc. hist. chroat. per. antiq. illustr. pag. 
149 e Ginzel, Codex pg. 78. 



— 30 — 

bassa Dalmazia, dove irisieiue agi* interessi religiosi ei^ano 
in gioco gì* interessi politici, tuttavia è fuor di dubbio 
che la santa sede né approvò né tollerò una simile in- 
novazione. Altrimenti 140 anni più tardi, nel 1059 o 
1060, il solenne concilio di Spajato, presieduto dal car- 
dinale Mainardo, vescovo di Santa Rufina ^% al quale 
presero parte i vescovi Stefano I di Zara e Basilio di 
Ossero '^% non avrebbe novamente proibito a chissiasi 
di „ celebrare i divini misteri in lingua slavonica** e il 
papa di allora, Alessandro li, non avrebbe confermata 
categoricamente rrrn^jippnsita hoìh la definizione' con- 
ciliare **). . 

Quando poi soli tre anni più tardi sorse nella Dal- 
mazia jo^cisma per opera di un certo Ulfo, il quale, 
pescando nel torbido delle condizioni ecclesiastiche e 
civili della Dalmazia, voleva, trarre le popolazioni della 
campagna slava a disobbedire alle apodittiche delibera- 
zioni sopra riportate e ad eleggersi persino un proprio 
pontefice, il sinodo spalatino del 1075 sconmnicò UHb 
e il pseudovescovo Ceneda '^'^) e la lotta iinì colla piena 
sconfitta delle tendenze ^epiu:tttìste~ slave. 



^®) Saniti Rufìiia trovasi nei dintorni di Roma; il vescovado 
non esiste più, essendo stato unito nel sec. XI a quello di Porto. 
Duchesìiey Le sedi episcopali nell'antico ducato Romano. Roma, 1892. 
'") Bianctv, Fasti di Zara ecc. ad 1058—59. 
*') Ginzel, codex, pag. 89 e segg. Miklosié e Ra6ki, o. e. : 
/ Sci tote, filii, quia haec quae GoJJii petere student, saepe numero au- 
disse me recolo, sed proplef Arianos inventores liUeraturae huius- 
I modi dare eis licentiam in suaTingua tractare divina, sicut praede- 
! cessores mei, sic et ego nullatenus audeo. Nunc vero euntes gentem 

l illam facite observare omnia, quae a venerabili nostro Maynardo 

V synodaliter staluta sunt. 

") Monumenta spect. hist. Sclav. merid. VII, 206-209. 



ì- 



r 



. — 31 — 

Questi documenti che ti permettono di seguire 
passo per passo l'introduzione del glagolismo nella Dal- 
mazia, ci dimostrano del pari assai chiaramente che i 
pontefici e i concili provinciali disapprovarono con tutti 
i mezzi onde disponevano, ogni tentativo di slavizzazione 
dei sacri riti. 

Ritornando però alla nostra diocesi, tutto qtiesto 
ancora non significa che la liturgia slava si fosse intrusa 
nelle chiese delle isole flanatiche, essendo la chiesa di 
Ossero la più settentrionale della provincia salonìtana*^^); 
ci prova del resto ad esuberanza, che, ove ciò fosse av- 
venuto, i nostri vescovi non avrebbero lasciato vivere 
neppur un momento quest'uso. 

Per soprassello basterebbe rilevare che dopo la 
morte di Martino fu eletto a vescovo (1018— vl04l2) quel 
san Gaudenzio benedettino,^^) cittadino di Ossero, al quale 
la tradizione attribuisce una lunga latta -combattuta e 
vinta contro l^a liturgia slava, adombrata nel fatto della 



*-^) Nel concilio nazionale di Spalato del 9:2-5, nel quale al 
punto XI si trattò dei conluii della diocesi di Nona, furono confer- 
mali suffraganei dell'arcivescovo di Spalato i vescovi di Gattaro, 
Ragusa, Stagno, Zara, Arbe, Veglia ed Ossero, Benussiy o. e. jiag. 
185, nota. 

'^*) Di san Gaudenzio, nostro protettore, alcuni miei conter- 
ranei m'ànno espresso il desiderio di veder stampata la vita, scritta 
da un monaco contemporaneo e che si conserva in serica legatura 
neirurna marmorea dell'aliar maggiore del domo di Ossero insieme 
al corpo del santo. Colgo questa occnsioiie per esaudire il pio loro 
voto. La vita e le notizie che le mando innanzi, trovai nel Parlati . 

Un monaco di Santa Maria di Portonovo presso Ancona, dove 
il nostro santo passò gli ultimi anni della vita e morì, lasciò un 
saggio biografico, a cui devesi prestar fede non solo perchè scritto 
da un testimonio sincrono, ma anche perchè le sue parole sono 
confermate dalle opere di san Pier Damiani, amico intimo del vescovo. 



— 32 - 
I 



proibizione del matrimonio di nn nobile con una con- 
sanguinea. E non è senza signiticato per la diffusione 



L'esemplare autogrìilb della vita si trovava neiruriia del- 
l'aitar maggiore, ove conservasi il corpo del santo. Ma poi — non 
si ScjL né come ne quando — venne a mancare. E appena nei 1811- 
riesci al padre Rtceputli, correttore e continuatore dell'opera del 
Parlati, di rintracciarlo a C4herso, logoro sì che pensò di farsene una 
copiva, spendendo non poco ingegno e tempo per completar le la- 
cune che il tempo e le tignole vi avevan fatte. E poi il vecchio 
autografo e la novo copia congiunse in serica legatura con borchie 
d'argento e |ie fé dono gratissìmo alla chiesa osserina;' la quale lo 
depose solennemente sul corpo del santo vescovo. 

Ometto l'introduzione che non fa pel nostro assunto, lì resto 
ecco tradotto ad Utteram : 

„ L'isola di Ossero à quasi la forma di un asse; era celebre 
un dì per la bellezza de' suoi abitanti e in fra tutte le isole 
della Dalmazia soleva èssere annoverala come la più doviziosa. \\ 
vescovo Gaudenzio, il quale non solo traeva l'origine preclara dalla 
stirpe degli osserini, ma a cui piacque ancora di^ deliziarsi dell'ori- 
gine dalla città superna dei- Godenti, si dimostrò poi pari agU Angeli 
in bontà e in gloria, come chiaro si svelerà ai lettori. Ed or pas- 
siamo a quanto il vescovo Gaudenzio sopportò in vita sua per la 
umiltà ond'era rivestito. Al tempo in cui l'onnipotente Iddio volle 
elevarlo alla dignità episcopale, notte e dì passava hi preghiere, di- 
giuni ed elemosine e soleva assiduamente oifrir sacrifici nel tempio 
divino; e il nobile principio trasse fino alla fine. Non potendo però 
il persecutor del genere umano vincerlo nelle santissime sue azioni, 
non ristette di tentarlo per mezzo di una vii creatum a lui sottoposta, 
com^ un di fatto avea col primo padre nostro Adamo. E per met- 
terlo in tentazione s'affidò il mostro maligno ad un nobil'uomo 
della stessa città. E l'ordine della tentazione dicesi sia stato questo, 
come il santo uomo raccontò a noi stessi. Quél nobile cioè voleva 
ad ogni costo centrar matrimonio con una donzella, bella di volto, 
ma ch'era siua consanguinea, in onta alla proibizione del religio- 
sissimo Vescovo. Nella prjma festa di Pasqua, quando il sacro ufficio 
era già incominciato, ebbe quel malo soggetto l'ardimento di entrare 
'in chiesa con armata mano insieme a' suoi complici. E contro di 



della cultura latina fra il nostro clero la fondazione 
dei couventi di benedettini secondo le norme di san 



lui il beato Gaudenzio, come un forte atleta che lieto accetta la di- 
sfida, lanciò lo strale della scomunica.... 

, Tocco dal dolore, il vescovo, ispirato dalla divina clemenza, 
partì per mare alla volta della madre dell'orbe terrestre, alla Chiesa 
Romana cioè, come una volta i figli d'israello passarono il Mar 
Rosso e pervennero alla terra. promessa. Come la madre un figlio, 
così la Curia romana accolse luì e non mancò di dargli quegli aiuti 
e quei conforti che il santo uomo di Dio avea chiesto. Ma finalmente 
il Pontefice non permise che il popolo osserino stesse senza Pastore; 
e confermato il Beato Gaudenzio, con apostoliche lettere lo fé ri- 
tornare alla sua città dì Ossero. Ricevuta adunque la benedizione 
apostolica e fatto bon viaggio arrivò alla città di Ancona. Un uom 
prudente di nome Piero (san Pier Damiani) T ospitò nel convento 
di Porto Novo di cui egli era fondatore. Il giorno dopò, per volontà 
di Dio che voleva donarci un tal tesoro, mandò una febbre tremenda 
al beato Gaudenzio. Allora dietro preghiera del vescovo il fondatore 
del monastero lo condusse con grande accompagnamento di popolo 
nella chiesa, ove vestì solennemente Tallito di Fan Benedetto e per 
volontà divina rimase parecchi giorni. Nei quali, quando gli si por- 
tava l'acqua per bere, staccata la tazza dalli sue labbra, l'acqua 
cambiavasi in vino dolcissimo, che dato da bere agli ammalati ri- 
donava loro sul momento la "Salute, come scrive la profezia: 
morte io sarò la tua morte, il tuo tormento io sarò, o inferno! 
Poiché con la febbre del beato Gaudenzio si veclevano scomparire 
e svanire le febbri de' peccatori. E quando a lui piacque che lo 
trasse dall'utero materno, lo chiamò alla sua sede. E hberata dalla 
prigione della carne la sua anima ascese al cielo ; e l'odore ch'esalava 
dal suo corpo era sì soave e forte che distruggeva i profumi di 
tutti gl'incensi e gli aromi che si bruciavano nelle sue esequie. Ed 
or s' elevi la mente dei fedeli a ciò che avvenne dopo la sua morte. 

„ Attratti dalla di lui fama molti e molti accorrevano da Ancona 
e da Fermo e dai più lontani paesi per ottenere dall'onnipotente 
Iddio e per intercessione di san. Gaudenzio il risanamento di vari 
membri del corpo ammalati. Ma poiché Dio non permette che stia 
celato nelle tenebre il lume che da lui procede, tanti benèfici mira- 

3 



34 - 



Romualdo, a San Pietro d* Ossero, a San Michele a 
Sansego, a San Nicolò del Monte Gherb, monasteri alla 



coli si vedevano avverarsi intorno al sepólcro del santo uomo che 
sotto ai nostri occhi un certo Filippo fu, liberato dal demonio che 
lo tormentava; che una donna della città di Umana nel Piceno fu 
anch'essa liberata dal demonio; che innumerabili uomini furono 
sanati da febbri e da paralisi e da diverse malattie. Sopra la sua 
tomba, dove si accendono giornalmente lampade, le si trovano ac- 
cese anche quando per mancanza d'olio dovrebbero spegnersi ; come 
se continuamente fossero riaccese da un essere invisibile. I pirati 
Narentani ch^^erano entrati una volta nella chiesa dove riposa il 
corpo del santo, volevano rubare i voli e le alti'e cose ch'erano ado- 
prate nell'addobbo del tempio, ma percossi non poterono né dila- 
niare, né rubare, né portar via nulla. 1 Tedeschi (probabilmente di 
quelli che Enrico III condusse in Italia nel 1081 per soppiantare 
Gregorio VII legittimo pontefice), i quali videro la chiesa tanto ben 
arredata, vi si scagliarono sopra con grande esercito: ma il divin 
spirito liberò il tempio, a cui nessuno di quei barbari potè avvici- 
narsi e cosi la casa di Dio rimase illesa. E cori angelici furono 
visti molte volte durante la notte cantar cantici al Signore e nel 
loro mezzo risplendere il volto di san Gaudenzio. 

bE quando era . imminente il giorno della sua morte, chiamati 
a sé i fratelli e i discepoli della congregazione, baciò ripetutamente 
la croce e data a tutti la pace, alla' vista e alla presenza, di tutti fu 
assunto in gloria il primo giorno di giugno a Porto Novo, ove fu 
sepolto e dove si prestano i benefìci con l'aiuto del Signor nostro 
' Gesù. Cristo, a cui sia gloria ed onor per tutti i secoli de' secoli. 
Amen". 

Come si comprende, questa vita à non tanto un valore sto- 
/ rico, quanto un valore di curiosità. Fu scritta, come ognun vede, 
subito dopo la morte del santo. Si racconta che la traslazione dtl 
■ suo corpo da Ancona ad Ossero sia avvenuta durante la guerra fra 
Zara ed Ancona, nel 1-255. Dapprima la salma fu deposta nell'antica 
basilica di S. Maria fuori delle mura, e più lardi quando quella 
chiesa fu abbandonata, si eresse all'uopo la chiesola tuttodì esistente 
presso alla Gavanella._ Nel 1577 il vescovo Garzadori collocò la salma 
nella nuova cattedrale e nel 1713 il" vescovo Simon G:uidcnzio fece 



J 



— 35 — 

,cui fondazione non per nulla si opposero gli abitanti 
ci:pati di Arbe ^''*). ' . , 

" Poco dopo, dal 1042 al 1059, sedeva sulla cattedra 

episcopale di Ossero un altro s alato, Lorenzo, che nel 
1059 venne eletto a metropolita di Spalato '^% uomo di 
specchiata virtù e sapienza, il quale die' prove della sua 
avversione ^lla liturgia slava coll'elevare sempre alle sedi \, 
-vescovili vacanti prelati itàlici, come avvenne a Traù. ^^') 
Ma la storia ci offre un documento da cui appa- 
risce che nella prima metà del secolo XIII la liturgia 
slava o non s' era ancora mai infiltrata o a^eva già 
cessato d'esistere nelle chiese insul .ri. Questo documento . 
è la lettera dei 26 gennaio JJ52-4eK{iapa-JBixocenzo IV | 

^^^^l^escovo^jìl^eglia Fruttuoso. ^^) In essa il ponTefice • 
espone che V abbate eTl"^ moiiasl^ro di San Nicolò di 
Gastelmuscìiio Io avevano supplicato cKe concedesse loro 
la licenza di celebrare i sacri misteri in lingua slava, poi- 
ché, essendo slavi e parlando in islavo, non erano in 
grado d'imparare il latino. Ed il papa, riponendo la sua 
piena fiducia nella prudenza del vescovo gli accorda non 



costruire l'arca marmorea sull' aitar maggiore ove il corpo del santo 
è ancor oggi venerato. 

Al Santo si ascrive ancora gran potenza contro i sei^penti e ( 
le locuste. 



*■*) PctriSj prof. Stefano: Lo Statuto dell'Isola di Cherso ed 
Ossero, Parte I, pag. 529, nel Programma dell'i, r. Ginnasio sup. 
di Gapodistria, anno scoi. 1888—89. 

*«) Farlati, op. cit., Ili, pg. 130. 

") Petris, ibidem. 

^^) Theiner AugustlnuSf Vetera monumenta Slav. merid. 
historiam illustrantia, voi. I, pag. 79. 



/ 



— 36 — 

già il peniiesso domandato ^dai monaci , ma T incarico dì 
disporre quanto ^li sembrerà più espediente. 

Gifr-vttòC33J^ che allora in nessuna diocesi delle 
isole si celebravano le solennità religiose in lingua slava : 
^ altrimenti n^wt sarebbe stato necessario che un m ona- 

n^ stero si rivolgesse fino a Roma per ottenere^ eio"*?he 

/^t-M-^p /^ 'tante altre chiese ^usavano e il pontefice non sarebbe 
'-'^^x»^ >H^jv stato così guardingo nelFevadere la supplica. In ogni caso 
""^ ìl^s ^Tquei frati avrebbero potuto confortare la loro istanza 
^ r^ ^'^citando l'esempio di chiese vicine o lontane di rito slavo 
j^^t«^t>:? g j^Qj^ allegando la loro crassa ignoranza. 

Dal fin qui detto risulta adunque cluacaiHeftte pro- 
vato che il tentativo dell' ambizioso vescovo di Nona di 
introdurre la liturgia slava in alcune regioni della pro- 
vincia ecclesiastica della Dalmazia era fallito del tutto 
per lo zelo con cui i nostri vescovi vi si erano opposti, 
e che fino alla metà del XIII secolo nessuno da noi si 
sognava di usare la lingua ha].b«fa nelle chiese, eccezion 
fatta — se si vuole — per alcuni fmii-4gTTnra»ti di uri- 
chiostro dell'isola di Veglia. 

Quali altre ragioni abbiano contribuito a questo 
benefico fatto, vedremo nel prossimo capitolo. 



— > • ( » 




Ili 



Un fatto che contribuì grandemente a rialzare le 
sorti delie nostre chiese dopo gV intrighi di cui abbiamo 
parlato e ai quali aveano dovuto partecipare senza propria 
colpa, si fu la creazione dell' arcivescovado di Zara e 
Tassoggettamento del medesimo e dei tre vescovadi in- 
sulari del Quarnero al patriarca di Grado. 

Questo cambiamento di giurisdizione che ridonava 
la chiesa di Ossero alki naturale sua dipendenza, fu det- 
tato senza, dubbio dall'accorto senso politico de'Veneziani, 
che volevano con ciò suggellare il loro dominio civile su 
Zara e sulle isole; ma non furono estranee altre ragioni 
d'indole ecclesiastica, principalissima quella di sottrarre 
ad ogni anche lontana influenza dell' elemento slavo le 
comunità cattoliche, il cui popolo e il cui clero mostra- 
vansi tanto teneri della latinità delle loro chiese. Tutto 
ciò è fatto intendere chiaramente dallo stesso pontefice 
nella bolla di fondazione, là dove dice che la cosa rie- 
scirà dì vantaggio temporale e spirituale % 

Già il vescovo di Zara Mica aveva intavolate 
delle trattative allo scopo di sottrarsi alla giurisdizione 

*) Quia utile vobis et temporaliter et spiritualiter epse pro- 
speximus. ^ 



N 



— 38 — 

metl^opolìtica di Spalato e il suo successore Pietro de 
Gallis o Gallilis (1138) le aveva proseguite ^). Nel 1146 
il vescovo Lampridio si adopera presso il pontefice Eu- 
genio III per condurre a bon fide le pratiche, ma queste 
rimangono sospese per la morte del papa % Finalmente 
il 17 di ottobre dell'anno 1154 papa Anastasio IV colla 
bolla „Licet universalis** concede il pallio al suddetto 
Lampridio e gli subordina i vescovi di Arbe, di Ossero 
e di Veglia; Adriano IV poi nel 1155, essendo doge Do- 
menico Morosini, sottopone il novello arcivescovado co' 
suoi tre suffraganei al patriarcado di Grado % che quindi 
innanzi porta il tìtolo di Primate della Dalmazia occi- 
dentale. Gli stessi diritti ereditò il patriarca di Venezia, 
quando nel 1451 Niccolò V con la bolla „Regis aeterni" 
ebbe trasportata la sede da Grado alla capitale % 

Che se anche a Zara il partito ostile ài Veneziani 
tentò qualche volta di misconoscere i diritti primaziali 
della chiesa gradese in quanto spettava airelezione dell'ar- 
civescovo, i pontefici confermarono sempre e sempre ri- 
badirono gli accordati privilegi ^), ben sapendo di fare 



^) Lucio, De regno Daini, ecc. lib. Ili, cap. 11 e Bkmcln., 
Fasti, ad a. 1138. 

^) Parlati j Illyr. sacr. Ili, 10; CappeUeèli, Le chiese d' Italia, 
Vili, 823. 

*) Leggi in 'p^'imo luogo» l'opuscolo di Giuseppe Ferrari- 
Cavilli: La istituzione dell'arcivescovado di Zara (Zara, Demarchi 
Rougier, 1856) e Cronaca Altinate in Arch. stor. it. Vili, 1.59; 
Dandolo in Muratori XII, 285; Farlati, o^. qìì. V, 57; Cappelloni, 
Storia di Venezia/ 1, 473; Romanin, Storia doc. di Venezia, II, 65 e 
Bianchif op. cit. ad a. 1154 e 1155. 

*) Cappelletti, Le chiese d' Italia, IX, 257. 

^) Ciò avvenne nel 1166 col pontefice Alessandro III, nel 1180 
e 1183- con l'arcivescovo Damiano, nel 1187 con Pietro, nel 1198 e 
nel 1204 col pontefice Innocenzo III. Vedi T/ieiner, Velerà Monu- 
ine!it.i ecc. I, 3 e 37: Fejer, Codex diplomaticus Hungariae. 11,446 
e liiancfii, op. cit. 



k. 



— 39 — 

COSÌ il bene morale delle nostre terre. Non per questo 
si adattarono ad estendere la sfera della potenza pa- 
triarcale air intera Dalmazia: quando nel 1636 il patriarca 
di Venezia pretende di esercitare la giurisdizione come 
X Primate sull'intera Dalmazia, il tribunale della Sacra 
Rota decide che i diritti primaziali si limitino alla sola 
nietroppli di Zara '). Gran testimonianza ancfie questa^ 
per noi! 

L'unico filo dunque che ancor poteva legarci a 
Spalato, fu spezzato per sempre e rotta ogni relazione 
con le chiese di quella arcidiocesi preponderantemente 
slava. Tanto è vero che già nel 1199 fra i vescovi fir- 
matari >degli ^teìlilt^ nTin*T"An^^^ nn^'^*' ]M<^^rum facta , in - ,- 
P^ ^'^ i bUÉLi PT^»^^ ^ ^^ ^ et Dioclfìaaijndarno si cercherebbero ^ 

i nomi dei presuli di Ossero, di Arbe, di Veglia e di 
Zara % Essi erano uniti a Grado, come le loro città 
obbedivano poHticamente a Venezia. 

E che la primazia di Grado e di Venezia non fosse 
di un giorno o puramente di nome, ma durasse secoli 
e secoli e si estrinsecasse di fatto nelle diverse parti della 
giurisdizione ecclesiastica, son là a provarlo a iosa le 
nomine, le conferme, i giuramenti di fedeltà e di obbe- 
dienza dei Vescovi e le decisioni nelle vertenze più sva- 
riate, documenti tutti che dimostrano qualmente il titolo 
di Primate della Dalmazia onde insignivasi il patriarca, 
non era in addietro un titolo voto di autorità e di so- 
stanza, come taluno volle far credere. ^) — Troppo lungo 



') Bkinchì, op. cit. ad a. 1636. x \ 
^^) Theiner, op. cit. \l, 7^ ,^^ / 
^ *) Di questi atti autentici raccolse una serie cronologica il di- 
lij^enJissimo Scomparhì nell'opera: Memorie venete, antiche, profane 
ed ecclesiastiche di G. B. GalUcciolll, tomo IV, pag. 36 e segg. 



— 40 — ^ 

sarebbe T enumerare i fatti anche più importanti che 
risguardano la diocesi osserina nelle sue relazioni coi 
patriarca di Grado prima e con quello di Venezia poi: 
questi è sempre considerato come „superior clericorum 
insule Ghersi** ^*®) e la diocesi di Ossero „in patriarchatu 
predicto Gradensi constiti^ /*), mentre non c'è sinodo 
provinciale a cui non intervenga o il vescovo o il suo 
vicario con una rappresentanza dei capitoli della catte- 
drale e /della collegiata di Cherso *^). 

Appena nel secolo decimottavo quest'autorità del 
primate andò ,à poco a poco ' scemando sì da essere 
davvero nulla al principiò del nostro secolo. Ciò devesi 
attribuire, come opina il Cappelletti ^% al fatto che molte 



Una , Raccolta di appellazioni, di decreti, d'inviti, di processi ecc. fatti 
in varii secoli dai patriarchi di Venezia nel contq^ della .Dalmazia" 
è citata come da lui posseduta dal prof. Antonio Rossi in una nota 
a pag. 137 della Cronaca veneta o al tinaie già citata. Altre prove 
forniscono i Monumenta spectantia histor. Slav. merid., il Parlati, il 
Theiner, il Lucio e il Bianchi. 



^") Lettera del doge al patriarca di Ora do del 31 maggio 1341. 
con cui si domanda la condanna di alcuni chierici rei di offese al 
conte di Cherso ed Ossero, Marco Zorzi (Senato Misti). 

") Gommemorialium Uh. IV, pag. 118. 

**) Vedi p. e. gli atti del sinodo provinciale di Grado del 1292, 
a cui intervengono „Petro Nicolao clerico de Vicentia** procuratore 
dell' arcivescovo di Zara e vicario del vescovo di Ossero, „ Marina 
Filoso plebano s. Stephani de Jadra procuratore capitulorum Jadrensis 
et Absarensis et Petro archidiacono Veglensi et vicario episcopi 
Veglensis.** Questi atti furono trascritti prima dal Colei? , conti- 
nuatore e correttore dell'opera dell' Ughelli (Ital. Sacr. tom. V, 1139), 
ma poco esattamente e con molte lacune. Ne diede un'edizione per- 
fetta il CapiìeUettl nella Storia della Chiesa di Venezia, voi. Vk, 
pg. 110. 

") Op. cit, voi.' 11, pg. 095. 



— 41 — 

cause così dette maggiori, le quali non si tratterebbero 
ora che dinanzi alla> curia romana, si trattavano allora 
dinanzi al patriarca primate. Più tardi il poco studiò 
della particolare disciplina della chiesa ovvero la troppa 
propensione a ricorrere per ogni minimo litigio alla- sede 
romana è ètata la cagfone per cui tutti i privilegi e i 
diritti della chiesa primaziale rimasero a poco a poco 
aboliti e j)erduti, non solo in quanto alla Dalmazia, ma 
eziandio rispetto alla stessa metropolitica ed ordinaria 
giurisdizione. . 

Ma per un altro versò è importante la soggezione 
delle nostre diocesi ai patriarchi' di Grado e di Venezia, 
cioè per la nomina dei vescovi. 

Nei patti di sudditanza conchiusi da parecchie città 
della Dalmazia con la repubblica sono contenute delle 
noj-me che regolano reiezione delle cariche ecclesiastiche, 
nelle quali il governo dogale voleva avere dei fidi amici. 
Così nel patto di Zara del 1204 si stabiliva che J' arci- 
vescovo dovrà eleggersi d'in frai Veneti e sarà tenuto 
a prestare il giuramento di fedeltà anche al doge dopo 
ottenuta la conferma dal patriarca di Grado * *). Lo stesso 
ù detto nei patti di Ragusa del 1232 ^% — È ben vero 
che già nel 1204 Innocenzo III notifica al suo legato 
Leone di proporre alla nomina per la chiesa di Zara un 
degno arcivescovo sepza curarsi dell' influenza veneta 
„per punire la superbia d^i Veneti"; ma questi son or- 
dini dettati da certi avvenimenti momentanei, mentre 



^*) Volunt eligere archiepisc^pum de Venetia eiusque electio- 
nem patriarchae Gradensi prò confinnntione representare, qui etiam 
fulelitatem duci jurabit. Mou. Slav. merid. I. 21, 

*■') Ragusani elijiriBnl seni por et areliiepiscopum (oltre al coni e) 
ex Venetis ecc. Ibidem 1, 40. 



—.42 - 

nella pratica generale era la volontà del Consiglio quella 
che pesava decisiva sulla bilancia deirezione. La nomina 
da parte dei capitoli, la conferma del patriarca o del 
sommo pontefice erano mere formalità, specialmente dopo 
l'anno 1690, nel quale in seguito alle guerre felicemente 
^ combattute dai Veneziani insiem coi Dalmati contro ì 
Turchi, il pontefice Alessandro Vili concesse al senato 
veneto il privilegio di nominare i vescovi e gli arcive- 
scovi deir intera Dalmazia, restando con ciò modificata 
la consuetudine anteriore. 

È quindi naturale che i vescovi mandati da Venezia 
col tramite di Venezia a reggere le diocesi delle città 
soggette al dominio di San Marco, erano „ intimi amici 
/ ^ atrtyie cr eaturae ^ deyotae nostri domimi" *^) e^^comeTaTi 
I mai si sarebbero sogrìatTd' introdurre^ nelle loro chiese 
y una liturgia differente dalla latina. — Poiché — e qui 
mi stia bene attento mons. Sterk e corregga la falsa 
opinione sua — il governo veneto sebbene favorisse i 
suoi sudditi slavi, pure in fatto di cose religiose non ve- 
deva di bon occhio né la lingua diversa da quella in 
cui celebravansi i sacri riti a Venezia né i frati bosniaci 
e i terziari illirici che n' erano i più ardenti propaga- 
tori *^). Così, per citare alcuni esempi, nel 1472 proibi- 
vasi l'accesso nella Dalmazia e nell'Istria ai francescaniSì 
di Bosnia e di Croazia e nel 1518 si ordinava di espel- || 
lere dalle stesse due province i frati bosniaci ^^). E quel 
che più importa a noi, nella commissione data in Pre- 
garli addì 24 di aprile dell'anno 1481 al novo provveditore 



^«) Senato Misti, voi. XLIX pag. 20. 
^') Posante, La liturgia slava, pag. 111. 
'*) KmìdteVy Fasti sacri e profani delle chiese episcopali 
dell' Istria. 



— 43 — 

di Veglia, Francesco Barbo, si legge: ^S' attròvano in 
quell'isola in un certo monastero alcuni frati slavi, 
che sacrificano e celebrano i divini offici in lingua slava 
e debbono per varie cause essere espulsi dalla predetta 
isola. Adunque V incarichiamo di scacciare e licenziare 
i predetti frati slavi appena arrivato nelV isola e di 
non permettere ad alcuno di essi di far quando che sia 
ritorno. Abbi cura poi di trovare altri religiosi che abi- 
tino in ,quel convento e celebrino secondo il nostro 
costume latino'' ^% Che ne dice mons. Sterk di questi^ 
documenti, coi quali mal s' accorda la sua asserzione ^**), 
che cioè „la,j[:fìfm^Wica veneta ger tre secoli ed oltre ha 
rjspelt ala e conserv ito-lfr4ììikuaJit urgica jj nticasljA^ e 
m Dalgiaz ia e soj^ia^jìlJLesteJsole^ ? 

Ma ritornando ai vescovi, basterà riportare i loro 
nomi e la loro patria per farsi un'idea degl' intendimenti 
a cui s'informavano neir amministrazione della diocesi. 
Non dico degl'indigeni ch'ebbero l'onore di reggere la 
nostra diocesi, illustri per pietà e sapienza, come un san 
Gaudenzio protettor della città, un san Lorenzo divenuto 
poi. metropolita della Dalmazia, un Pietro di Camasio 
prima arcidiacono del 'capitolo di Zara (1141) ^% i due 
frati Micheli, il primo maestro di teologia e inquisitore 
generale della Dalmazia (1293) '^'^) e strenuo difensore il 
secondo dei diritti della chiesa conculcati da un conte 



^^) Gommissio Francisci Barbo provisoris Vegle -^ 1481, 24 
aprile — In Archivio Veneto, Senato Mar, voi. XI. Ljuhié, Coiiimis- 
siones et Relationes Venetae, voi. I, pg. 107. 

'*') Vedi atti della Curia vescovile di Veglia, num. 15 del 7\ 
di febbraio 1890 «all'egregio slg. Podestà di Ossero", nella questione ? 
di Neresine, di cui altrove. 

''') Furiati, op. cit. toin. V: Blunrhì, Fasti ad a. 1141. 

**) Ibideiìi. 




— 44 — 

(1364)/^^), un Isidoro abate di San Pietro di Ossero ^^), 
un Vito da Cherso che interviene operoso al concilio di 
Firenze del 1438 *^) ed altri ancora. Ma noto con ammi- 
razione e con desiderio, come le più cospicue famiglie di 
Venezia, di Cremona, di Vicenza, di Mantova, di Verona 
' non {sdegnavano di mandare i loro figli più dotti e pii 
a questo estremo lembo di terra latina : i de Valle, i de 
Nigris, i Giusti, i Garzoni veneti, i Piperari di Cremona, 
i Gonzaga di Mantova, i Garzadori di Vicenza, i Verità 
di Verona, i de Rossi di Grecia — vescovi di Ossero — 
s' avvicendano ai veneziani Bertaldì, Friuli, Bembo, Lip- 
pomani. Calore, Rosa, al bolognese Angelo benedettino, 
ai vicentini della Torre e Gennari, ai Zuccheri di Civi- 
dale — tutti vescovi di Veglia — e ai de Biondi di 
Firenze, ai Gavazza, ai Malombra, ai Padovani, ai Zorzi 
di Venezia, ai Clericati di Vicenza — vescovi di Arbe — r 
a cui fan degna compagnia un Giovanni parentino e un 
Balcano piranese ^^). 

E rimembrando questi nomi e le memorie rievo- 
cando che a quelli si annettono, riguardando poi il pre- 
sente stato della diocesi, ogimn deve esclamare: tempora! 
o mores! 



*^) Vedi gli atti relativi alla' causa nello Statato <li ('herso ed 
Ossero manoscritto. 

^*) FarlatJ, 1. e. 

'^'^) Il Ljahìé (Mon. spect. hist. Slav. merid. IX, 277) lo chiama 
Guido. Ma Vito lo dice anche il Vadingo nel tomo V degli Annali. 

***) Basta scorrere la serie dei vescovj di Veglia, di Ossero e 
di Arbe che si bggono nelle prime pagine \\e\\o Status personaUs 
et localis edito oj^ni anno dalla Curia vcscuvile. 



IV 



Senonchè i boni risultati che avrebbero potuto ar- 
recare questi avvenimenti, furono in parte frustrati dalle 
cambiate condizioni etnografiche sulle isole del Quarnero. 

LajyiesUinifì--dogliSkvi, a cui vuoisi qui alludere, t 
non è per noi tanto semplicee chi ara quanto si potrebb e ) 
crederèr X^iìói^lffancano i documenti dell'epoca della 
primaTToro venuta e dei successivi secoli: i Kandler, i 
Manzano^ i De Franceschi, i Luciani, i Joppi, i Marsich 
delle nostre terre non son peranco nati, e quel po' che 
abbiamo, dobbiamo ricercarlo nelle pubblicazioni di yna 
accademia del tutto straniera a noi. Intanto gli archivi 
delle nostre comunità, dei non pochi chiostri e dei ve- 
scovadi rimangono inesplorati e aspettano indamo la 
mano pietosa che venga a scotere loro di dosso la polve 
secolare ^). Perciò dichiaro che per adesso è assoluta- 
mente impossibile, non a me soltanto ma a chiunque, 
di tràHare~Ta^questione degli Slavi nelle isole del 

Quarnero in quèTta'^ormTr"e icmrquélTa esattezza che si 
v^.- — _ — 

*) Dell'archivio della comunità di Ossero ò fatto io un elenco 
per anni, che fu pubblicato a cura del benemerito nostro prof. Ste- 
fano Petris nel Programma del Ginnasio di Gapodistria, a. se. 1893-94 
e 1894-95. L'archivio contiene 428 volumi legati in legno e 47 libri 
in pelle. -^ — ^-- .,.-.^- - "'^ 



~ i6 — 

riscontrano nei dotti lavori del chiarissimo professor doti 
Benussi. A me basterà mettere in rilievo alcuni fatti pa- 
tenti per sbugiardare le menzogne che d'oltre il Velebit 
si vanno propalando sul conto dei nostri paesi, e per 
dimostrare che la liturgia slava non è pianta indigena 
delle nostre isole. - ' — — -. — 

In primo luogo, come saggiamente osserva un chia- 
rissimo eiettore di storie nostrane, il maestro Vassilich di 
Veglia % non bisogna prendere a guida del proprio giu- 
dizio le proporzioni numeriche delle due nazionalità come 
risultano dalle statistiche attuali, Prima di arrivare a 
queste proporzioni o, meglio, a queste sproporzioni, pas- 
sarono molti secoli e molti avvenimenti vi contribuirono 
inesorabilmente, come vedremo più tardi. 

In secondo luogo non tutti gli Slavi delle isole, che 
oggi cumulativamente vengono detti croati dai loro con- 
nazionali — sognanti un' unione che con Y aiuto di Dio 
e per la volontà nostra non avverrà gianmiai — , 
appartengono alla stessa stirpe: una prova palmare 
ne abbiamo nella grande varietà non solo dei tipi, 
del modo di vestire, degli usi e dei costumi de* nostri 
contadini, ma specialmente nella differenza dei dialetti 
e della pronunzia; differenze codeste che si riscontrano 
non solo fra^ le diverse isole, ma benan o ed assai ma r- 
c^iliLjra villaggi dello stesso comune, distanti l'uno dal- 
l'altro un'ora o poco' più. Per convincersene basta fare 
i trenta chilometri di strada da Cherso a Ossero. 

Ora queste differenze dialettali non dipendono già 
dalla maggiore o minore influenza che la lingua di questi 



'*) Due tributi delle isole del Quarnero — studio di Gius. 
Vassilich, nota 24 (iieirArcheografo Triestino, Nuova Serie, voi. XI, 
fase. Ili— IV, giugno 1885.) 



— 47 — 

slavi sorvenuti à dovuto subire nel corso de' secoli da 
parte della lìngua latifia o italiana degli abitanti indi- 
geni ; sì bene si riscontrano nelle stesse radici delle pa- 
role, come à dovuto conchiu^tei^^òrstr'à^~stTa"mal grado, 
un professore croato venuto a visitare anni or sono le 
isole nostre e proprio collo scopo di studiare le condi- 
zioni dialettali della parte slava ^). Inoltre le differenze 
suddette non avrebbero potuto nascere in così stretti 
limiti e conservarsi per tanti secol', ove gli Slavi non 
fossero venuti nelle nostre terre da diversi luoghi e in 
differenti epoche. Ecco la chiave della questione. 

Quanto all' epoca della prima venuta degli Slavi, 
raccoglierò le fronde sparse ^). 

„Verso il 620 o 630 i Serbo-Croati, scesi daiCar-, 
pazi, vennero al Danubio d'onde penetravano nella Dal- 
mazia. I Serbi occuparono il paese a mezzogiorno della 
Cetinia, i Croati invece, per eccitamento dell'imperatore 
Eraclio, cacciarono gli Avari dalla Dalmazia e col suo 



') Confronta il num. 1, pag. t20 dell' annjita VI del VJestnik 
hrvatslcoga arkeolofjiàka druzstva, edito dalla Direzione del museo 
nazionale di Zagabria. Il professore è G. MUcetió. 

*) Oltre al già citato lavoro del VasHilich, metto a contribu- 
zione gli altri suoi studi: Dopo i „Due Tributi". Le isole del Quar- 
nero nell'Xl secolo e nella prima metà del XII, considerate nei loro 
rapporti con Venezia, coli' imp. bizantino e coi re della Croazia 
(nell'Archeogr. Triest. voi. XIII, fase. II); Da dedizione a dedizione 
— appunti storico-critici sulle isole del Quarnero, secoli XII^XV 
(ibidem voi. XV, XVI e XVII). Ai)profitto ancora dello studio del 
chiar. prof. S. Petn's su Lo Statuto di Gherso ed Ossero (nel Pro- 
gramma dell'i, r. Ginniisio superiore di Capodistria, a. se. 1888-81) 
e 1889-90) e del capitolo: Croati in Dalmazia e lo statuto di Cberso 
ed Ossero, nei Frammenti di storia lìburnica, raccolti dall' egregio 
nostro Silvio MitiSy professore di storia e geografia al r. Liceo di 
Maddaloni (Zara, tip. S. Artale, 1890). 



(( 



- 48 — 

assenso si stanziarono nel paese tolto a questi e preci- 
samente fra la Gettinia e la' Culpa ed il piede dei Gal- 
diera avanzandosi nella parte montana, cioè lungo la 
vallata dell' odierna Reca, alquanto oltre il confine degli 
Istriani" % 

Non e* è dubbio élie questi croati avranno occupate 
almeno in parte anche le isole dalmate e probabilmente 
anche^guelje del Quarnero. I romani stessi dell' isola di 
Cherso ed OssèFo^ resaj jeserta poco prima da pesti e 
da fame, come narra Procopio % non avranno veduto 
di mal' occhio che i Croati, convertiti al cristianesimo 
senza 1' aiuto di san Metodio, gente laboriosa, abili pa- 
stori ed agricoltori, venissero a ripopolarla. Senonchè 
questi slavi non dovevano essere molto numerosi sulle 
isole prima del mille. Ciò è provato dai seguenti fatti 
hnportantissimi. 

Anzi tutto né Serbi né Croati ebbero nelle nosti'e 
terre delle zupanie. Il Porflrogenito, unica fonte per 
quest' epoca, non lo dice, quando al cap. 30 dell' opera 
sua enumera le zupanie dei Croati '*); mentre lo esclude 
quando al capo 29 viene a parlare delle isole del Quar- 
nero e le nomina una dopo l' altra e aggiunge che le 
città erano romane anche dopo la venuta degli Slavi in 
Dalmazia e a' suoi tempi puranco e che gli abitanti si 
chiamavano J^ornani ^). 

•') Così il Benussì, Nel medio evo, introd. § 2, p. 17, colle 
testimonianze del Porfirogenito e dei più illustri storici tedeschi e 
slavi, quali un Krones, un Gfròrer e un Racki. 

^) ProcopiuSj De bello gothico, lib. Ili, cap. 29, 38 e 40. 

') Vedi i nomi e l'ambito di queste undici zupanie nella nota 
102 del capitolo I dello studio del Benussi sopra citato. 

**) Costantini Porfyrogeniti, De adm. imp. cap. 30, pag. 145 
e 146, cap. 29 pg. 140 e cap. V pg. 300. 



— 49 -. 

In secondo hiogo Giovanni Diacono, narrando la 
spedizione in Dalmazia di Pietro Orseolo II f997 — 998), 
dopo aver descritto il viaggio sul procelloso Quarnaro e 
l'arrivo e le accoglienze festose che s' ebbero i Veneziani 
ad Ossero, dove il dì della Pentecoste, 5 giugno, si can- 
tarono in chiesa le laudi al doge, scrive che ad Ossero 
convennero non soltanto i cittadini, ma tutta la gente 
dei vicini castelli, si' Romani che Slavi, allegri della 
venuta di tanto ospite % Queste parole, sebbene a 
taluno paiano oscure, a me dicono chiaramente che 
soltanto parte dei castelli erano In parte abitati da 
Slavi. Dunque le isqle non erano già possedute, come vor- 
rebbero certi storiconi altìssimi di Zagabria e come pur 
troppo scrissero, traducendo male la cronaca, due pubbli- 
cisti d' Italia. Se gli Slavi avessero possedute le isole del 
Qiiarnero, se fossero stati realmente tanto numerosi da 
avere già dei castelli, non si sarebbero così facilmente ar- 
resi ai Veneziani che appunto allora movevano contro i loro 
connazionali della Dalmazia; ma si sarebbero ftitti sen- 
tire, vuoi promettendo dopo qualche tributo a parte o 
per amore o per forza, vuoi protestando contro V agire 
de' cittadini che facevano da padroni in casa altrui. 
Questo fatto invece mette i nostri Slavi allo stesso gra- 
dino, in cui son messi i primi coloni Slavi_ dell' Istr ia 
l^ontinentale d al fairiosò_p]acitQ alRisano dell' 804, quando 
il duca Giovanni può adoperare contro di essi in pub- 
blica asseniblea, dinanzi ai rappresentanti dell'intero 
paese, la frase dispregiativa; „Aiiit ubicumque uqs eos 
ejciamus foras^ *^). — La parte slava non decise mai dei 



^) Chrotdcon venetam in Pevtz, Scriptores, VII, 31. 
*'') Leggi gli „Atli del piacilo del Risano " nel Codice diplo- 
matico del Kandler. 



— 50 - 

destini di queste nostre regioni, bensì la parte italiana 
fu sempre la vera ed unica signora. Gli Slavi a que'icinpi 
e molti secoli dopo, anzi fino a pochi anni fa, si consi- 
deravano, come sono di fatto, minoranza e di numero e 
di censo e d'intelligenza e si associavano volentieri alle 
feste dei prischi padroni, dai quali ricevevano il sosten- 
tamento. „Ex iisque vivebant^ dice chiaro e tondo il 
Porfirogenit'o. 

Un terzo fatto che parla a nostro favore, si è che, 
sebbene ì vescovati di Veglia, di Ossero e di Arbe dipen- 
dessero fino, al 1154 dal primate di Spalato, sebbene già 
prima i duchi e poi i re croati cercassero di mettere il 
piede nelle città dalmate coli' astuto mezzo delle dona- 
zioni alle chiese e ai conventi già nel nono secolo, nulla 
di tutto ciò avvenne sulle isole flanatiche prima del 1000. 
Si scorrano a riprova i „ Monumenta spectantia histoi'iam 
Slavorum meridionalium" e le altre raccolte di documenti 
dell'epoca. 

Né fornisce un argomento in contrario la storia del 
famoso tributo pagato, per Consilio dell'imperatore Basilio, 
dalle isole e dalle città della Dalmazia — non esluse 
Cherso, Ossero e Veglia — agli Slavi nel secolo nono. 
Questo fatto, che fa tanto alzar la cresta ai moderni 
creatori di diritti croati, non fu un tributo spontaneo, 
come chiaro apparisce dalle parole del Porfirogenito ^% 
ma fu imposto e non già per qualche titolo di gratitu- 
dine, non per qualche vincolo di razza, nia per amor di 
pace „pacis causa" , per poter vivere cioè non molestati 
dalle contìnue incursioni dei croati: per l'indebolimento 
dell'impero greco, per l'inettitudine de' suoi rettori, che 
non sapevano difenderci dal nemico, per le guerre 

") Gap. 30 pag. 146-147 dell' op. cit. 



- 51 - 

sfortunate e per le lotte religiose di Bisanzio. Se invece degli 
Slavi fossero stati i Turchi, sarebbe avvenuta la stessa 
cosa, senza che perciò si alterasse il carattere naziónak^ 
dei sottoposti al tributo. I più deboli furon sempre preda 
ai più fotti e i cittadini delle nostre isole — dice bene 
il Vassilich — come tanti agnelli, senza neppur saperne 
il perchè, furono cacciati in bocca al lupo. 

Ma ben presto essr compresero il cattivo gioco che 
li m'nacciava e, abbandonati dai Bizantini, senza domandar 
permesso a re o a zupani croati, si rifugiarono sptto le 
grand' ali del leon di san Marco, vergini di doiakias5Ìane 
croata, portando seco una forma di governo di ^eh^ta 
impronta romana, del tutto estranea alle instituzioni degli 
Slavi '''). 

Dunque le isole del Quarnero, non solo non furono 
mai soggette al domìnio croato, ma non furono neppur 
abitate dagli Slavi prima del mille che soltanto in pic- 
ciola parte. Se questi pochi Slavi abbiano potuto intro- 
durre la liturgia slava, abbiamo veduto nei capitoli 
antecedenti. 



'^) Confronta i magistrati dei nostri documenti con quelli 
dell' Istria continentale, come sono registrati dal Benussi nel succi- 
tato lavoro. I priori, i tribuni, i conti, i vicecomiti, i vicari, i giudici, 
gli avvocati del comune, i procuratori ecc. e i nostri statuti in genere 
sono tult' altro che dì fattura croata! 



Ma le proporzioni fra le due stirpi rnutai'ono consi- 
derevolmente nei secoli post^iori. Conte nell* Istria con- 
tinentale, cosi anche nelle nostre isole gli Slavi di varie 
regipni . e in diverse "epoche vennero da se o furonvi 
importati dai governi, perchè ripopolassero i larghi tratti 
di terreno e di pascoli rimasti incolti e abbandonati per 
mancanza di braccia. La sola differenza che intercede. 
Ira le isole e il continente, consiste nell'epoca: quivi 
r importazione degli Slavi avvenne in piccole proporzioni 
nei secoli ^,_XII e XIII e in grandiniasse appena nei 
secoli ^^Vj_e_Xyij nelle isol e qffP^^'Tnipoi'tazione dovette 
essere avvenuta già nei secoli XI^ Xlì^^e^XIII e tutto al 
più nel secolo XIV. Perciò, mentre l'Istria può mostrare 
una serie di documenti, coi quali è permesso di seguire 
di anno in anno, di giorno in giorno e per ogni luogo lo 
stabilirsi delle nove genti ^), a noi questi documenti man- 
cano, almeno finora, e credo sarà molto difficile rintrac- 
ciarli anche in seguito. 

Troppo lungi ci condurrebbe Y enumerazione dei 
motivi che favorirono queste importazioni. 

Le incursioni iiejypìdft4f»id dei (Iroati nel secolo nono, 
rinnovatesi più tardi sotto il dogado di Pietro Orseolo II 

') Eenussl, La lit. slava, §§ VI, VII e Vili. 



- 53 — 

e nel secolo undecìmo per opera deirambizioso re Cre- 
siiiiiro III, sì da rendere necessaria nel 1018 ]^ spedi- 
zione di Ottone Orseolo, la piena soggezione delle città 
insalane a Venezia e i tributi di pelli di volpe e di mar- 
tore; le scorrerie dei Saraceni che distrussero Ossero, 
ancor grande e ricca, nell'SSS e nell'842 sotto il comando 
di Saba; le orde croate narentane del bano Dofnagoj 
che neir87() molestarono le rive settentrionali dell'Adria; 
le pesti che infierirono nella seconda metà del secolo X 
e varie volte nei secoli XI e XIII, jjtenomeni^m etereò- 
lo gici ^ telluric i, apportatori d'infortuni, di cui si anno 
memorie nei secoli IX e X , la presenza dei Tartari sulle 
isole nel 1248 e degli Ungheri, la peste terribile del 1361 
che menò stragi immense ad Ossero, tanto '^da costrìn- 
gere il vescovo Michele ad abbandonare la sede condu- 
cendosi a vivere a Zara : tutto ciò ^) ci farà comprendere 
di leggeri in che deplorevole stato dovessero esser ridotte 
le città e le terre deir Istria e specialmente delle isole 
del Quarnero, le quali per la posizione geografica erano 
aperte ad ogni vessazione nemica. Ossero poi incomin- 
ciava già a scendere, per non rialzarsi mai più al pri- 
stino fiore. 

Quinci le continue importazioni di slavi negli agri 
delle città, a cui le guerre, le devastazioni e le pesti 
avevano tolti gli antichi abitatori. E le selve ond' erano 
coperte TcTisole nostre, e i prati e i pascoli da niuno ; 
difesi, avranno senz'altro sedotto 4eK^ibìu.-¥«f«Uìo»ée dei \ 
Croati. 

'^) OHi^ ai già citali studi del VasHÌlich e del Petrift, vedi 
per questo sciagurato secolo : De FranccHchi, L' Istria — note sto- 
riche, pag. 441 e 44^; le Storie dei Lussini ilei Bonicelli'd del Xi- 
colk'/i; Kandler^ Annali; Dì\ Bcrnanìo Sclnavvzzf\ Le epidemie 
di peste bubbonica in Istria (Alti e Memorie, toI. IV, fase. 3^ e 4°). 



— 54 — 

Ma queste ripopolazioni, più o ,meno violente, do- 
vettero essere già a bon punto nel 1312 e finite quasi 
del tutto circa la metà del decimoquinto secolo. Di fatti 
il giorno 29 di settembre del 1312 il Maggior Consìglio 
permetteva al conte dell' isola di condur seco un servo 
pratico della lingua ^kva, ^perchè la gente degli agri 
non conosce il latina) — quod homines de extra ignorant 
linguam latinam/ ^) 

Ma di tutto il processo dell' importazione non ci è 
dato di addurre un documento, non un' asserzione di 
qualche scrittore. Soltanto per la parte meridionale della 
isola di Lussino abbiamo qualche memoria in proposito. 

Il ^Portolano del mare di Alvise da Mosto*" ci rac- 
C0iìta che nei primordi del secolo XIII delle isole minori 
nel Quarnero erano abitate: Sansego che viene indicata 
^con una scola et una chiesa al capo di ponente", Unie 
o «Nia, isola accasata, con una masiera suso in monte". 
San Pietro de' Nembi „S. Piero in Nieme con abitazione, 
chiesa et acqua" *), Selve che è denominata pisola bassa 
et boscuda et habitada"; mentre a Lussin, la cui valle 
in quel portolano è descritta con sufficiente esattezza, 
non vengono notate né case nò inacerie nò altro che 
serva d' indizio di una popolazione. ^) Ciò vuol dire che, 
sparita per una ragione o per l'altra la popolazione 
greca, che abitava la regione di Lussingrande e gli scogli 
di Oruda e di Palazziol fin dal secolo ottavo % non vi 
si era sostituito alcun altro popolo. — — 



') Monumenta Slav. merid. I, 263. Vedi anche I, 105. 

*) Di queste chiese di Unie, di Sansego e di San Pietro è 
memoria in un documento del 1389, in 6ui il legato apostolico in- 
giunge al vescovo Michele di ripai-arle. Stat. manose. 78-70. 

■*)* Bonicelliy op. cit. pag. 24. 

*) prof, M, Budlnich: Lussingrande — cen?ìi storici, riel 
Programma dell' i. r. Scuola nautica di Lussinpiccolo, a. se. 1892-93. 



Intorno al 1280, come racconta il cronista di Lus- 
singrande, venne a stabjlirsi in questi luoghi una com- 
pagnia di ^oàiciJaJUìiglìe originarie dalla Dalmazia e 
dalla Liburnia, condotte da un tal Obrado Karvovich o 
Harvovich e poco dopo vi si aggiunsero altre due fa- 
miglie, Forzinich e Rereca, che si stabilirono sur una 
collina attigua, un miglio circa ad occidente della cap- 
pella di San Niccolò fondata già dai Greci. Dunque questi \ 
jprimi a bitanti dei Lussini — non giova negarlo — sono I 
Slavi.JÌ iilla Croazia litorale : la tradizione, la lingua; i/ 
nomi, i costumi lo confermano. "*) 

Da principio questi Slavi non avevano un proprio 
sacerdote, ma un coadiutore della cattedrale di Ossero 
trasferivasi le domeniche e le feste a Lussin a celebrare 
la messa e a prestare alla nascente popolazione le cure 
spirituali. Per questo motivo il Capitolo di Ossero sin dai 
più antichi tempi percepiva la quarta parte delle decime 
prediali, dal cui provento retribuiva il sacerdote che avea 
quella cura. ^) 

Più tardi, quando, cresciuti di numero e stabilitisi-, 
più solidamente, poterono riannodare le relazioni con la , 
madre patria, .^Je^fìrownire un^gropricL sacerdote. Così • 
appena s' introdusse neiràmbito della diocesi osserina Tuso/ '^ 
di celebrare i sacri offici in^ glagolitico. ***) 

Di fatti da mi documento del 23 di luglio 1442, 'X\J^ 
trascritto nello Statuto di Cherso ed Ossero, rileviamo i 
nomi dei primi cappellani di Lussinpiccolo, un Presbiter 
Blasius e un Presbiter Laurentius Kavichius, che 

') Bonicelliy Nicolichy Badinichy op. cil. 

■*) Ibidem. Di queste così dette cappellanme festivcdes exeur- 
sorlae ce ne sono ancor oggi da per tutto. 

***) Anche il NicoUch (op, cit. pag. 189) at^sta che questi \ i 
primi sacerdoti erano forestieri della Dalmazia, parecchio ignoranti. 



>- 5(ì — 



' avevano estese in lìngua slava le lettere credenziali degli 
ambasciatori della terra (ctim litteris credentialibtis 
scriptis, in lingua sclava manu Praeshiteri Blasii. 
eorum Cc^pellani). Questi sacerdoti e i loro successori 
celebravano in illirico, come in Jllirico erano tenuti i 
registri dei primi testamenti redatti da' notai di t«ussin- 
grande negli anni 1520 e 1605. ®) 

Ora è probabile che il malo esempio dei preti illì- 
^TÌci di Lussingrande abbia trovato imitatori fra i preti 
degli altri villaggi dell' isola, abitati da popolazioni slave 
sopv^enute pritna o contemporaneamente. Fatto sta che 
la liturgia veteroslavonica s* introdusse anche nella nostra 
diocesi, n el seco lo XIV ***), contro ogni diritto, combattuta 
anzi dai vescovi, non da- altro sorretta che dall' impos- 
sibilità di trovare preti colti nel latino e al tempo stesso 
capaci di predicare in islavo. 

Ma altre circostanze ancora favorirono questa inno- 
vazione, sebbene i vescovi ed i pontefici tentassero tutti 
i mezzi per sradicarla. 

Nel 1471 sono ricevuti nella Dalmazia e da qui si 
diffondono nelle regioni vicine i frati terziari dì san Fran- 
cesco, i 'quali, com'è noto, celebravano i divini offici nella 
lingua glagolitica. **) Matteo, arcivescovo di Zara, assegna 
loro per abitazione Zaglava sull'isola Grossa. ^^) Antonio 
di Pago, vescovo d'Ossero, dona il giorno 4 di giugno 



f 



*) Vedi r interpellanza di rìous. Volarle. ^ 

*") In quanto ali* epoca andiamo d'accordo (M)ir Istria contì- 

iientalg, dove la prima JLi^iccia di liturgia slava è neLiiiess5ne"Jla5o- 

', '^litico, esistente nella biblioteca imperiale di Vienna, ceduto nel W)5 

\ alla chiesa di sant'Elena e di san Pietro in Nugla su quel di Hozzb 

\{Pinguente). Pesantej op. cit. pag. 01. 

>- ") TJf. Tvanciclìj Poraba glagolìco kod redovnika III reda sv. 

Franje ecc. pag. 15. 

") Bianchì, Fasti, kd a. 1471. 



\'\' 



~ 57 - ■ - 

del 1465 al Padre Matteo di Zara del III ordine di San 
Francesco „de. Poenitentia" l'antico eremitorio abban- 
donato e cadente, sito nel porto Vier presso la città, in- 
sieme con r attigua chiesa di Santa Maria, detta ^ruralis**, 
e con alcuni terreni donati poco prima dal nobile osso- 
rino Stefano Sbarra. Ratificata la donazione dal conte- 
capitano Nicolò Raimondo „ sedente in platea Comniunis 
Ghersi", Papa Paolo III la conferma con la bolla 8 aprile 
deir anno 1469 e ne incai-ica dell' esecuzione Giacomo, 
primicerio del capitolo cattedrale e vicario generale del 
vescovo Antonio. ^'^) 

Biagio Colombis, patrizio di Cherso, con testamento 
dei 21 di gennaio 1479 legò al convento di Vier le sue 
possessioni di San Martino in Valle, denominate ^Tica'' 
allo scopo che vi si erigesse un monastero dello stesso, 
ordine. Appena nel 1486 si die' principio alla costruzione 
del convento e della chiesa per opera di quello stesso 
Padre' Matteo da Zara, a cui il vescovo di Ossero aveva 
donato il cenobio di- Vier, e il giorno 25 di novembre 
1525 il celebre Padre Antonio Mai-cello, della famiglia 
Petris, arcivescovo di Patrasso e poi vescovo di Catta- 
nova, consacrcava solennemente la chiesa dedicata a San 
Girolamo, alla presenza del conte capitano Marco Mauro, 
di, „D. Steffano de Petris dignissimo Plebano Ghersi, D. 
Fralicisco de Donatis indice Gomunitatis Ghersi, Vene- 
rabile D. D. Joanne Pastranich Plebano Lubenize, Domino 
Praesbitero Bartholomeo Mlazovich Plebano. Villae S 
Martini, Antonio Guglianich de Lubenize ecc." Assiste- 
vano ancora alla cerimonia il frate Matteo Spalatino, 
Ministro del terzo ordine e rettore del convento, e Ge- 
rolimo de Bocchina, figlio di Andrea - - e non. di Giovanni, 



'') F.irlati, op. cit. V, 205—207, 



4; 



— 58 — 

come scrive il Parlati — il quale aveva arricchito il con- 
vento di altre donazioni. **) 

Circa lo stesso tempo veniva fondato il convento 
cìi san Nicolò alla Faresina, del quale già nel 1528 si 
legge nel I libro dei Consigli di Cherso „clie sono ruì- 
nate tute le possession ita che non è poss'bile a .poterle 
ridrizar senza qualche elemosina de le bone persone.*" '•'*) 

Oltre a questi tre conventi eretti nell'ambito della 
diocesi osserina, altri due se ne fondavano suir isola di 
Veglia, a Dobasuizza e a Santa Maria di Capo, e natu- 
ralmente furono non piccolo eccitamento a' sacerdoti dei 
villaggi slavi a seguire l'officiatura glagolitica. 

Anche la Riforma di .Lutero, i cui apostoli servivansi 
dell'esagerato sentimento di nazionahtà per guadagnare 
proseliti alla nova dottrina, favorì la diffusione della 
liturgia e dei libri slavi. 1 luterani, che in Germania ac- 
carezzavano il popolo colla liturgia tedesca, cercavano 
di adescare le popolazioni slave delle campagne istriane 
e dalmate col diffondere libri di chiesa tradotti in questa 
lingua. E intorno alle figure di Pietro Paolo Vergerio e 
di Matteo Flacio si schierano Stefano Console, prete, e 
Giovanni Esnebal, parroco di Pinguente, i quali traducono 
nell'illirico il novo testamento, il catechismo, gli evangeli, 
prediche ed altre cose e le spargono fra il popolo con 
tanto ardore da rendere necessario V intervento dei' go- 
verni. ^'•) Così, p. e., nel 155G (17 marzo) un certo Don 

'*) Furiati, op. cit.: Petris, Spog-lio dei libri consigli della 
città di Cherso, nota 2. Nel rìsjìettivo documento il padre Matteo è 
chiamato „minister Reverd. fra ter Matheus de lÀttera Slava^^ . 

*"^) Far lati e Petris, 1. e. '— — . 

''') De Franceschi^ op. cit. cap. XXXVI; Klodich, Slayifeche 
Sprache u. Literatm* (Die oesterr.-ung. Monarchie — Kustenland, 
pag. 238); Dtmitz, Geschichte Kraìns, voi. I, 2 pag. 229—279; Be- 
miss/, La lit. slava, pag. 207-209. — Un' accurata istoria di queste 



- 59 - 

Giovanni Antulin di Albona manda „a mani d*iin mistro 
Luca calzolaio" un plico a certi messeri di Zara; aper- 
tolo non vi si trovarono lettere, confera di fuori dichia- 
rato, ma «certi volumi, parte in lingua Latina et parte 
in ischiava contro la fede cattolica et di tanta impietà 
quanta si possa sentire." ^') 

An che le isole, del Q uaniero diedero a questo mo- 
vimento degli attivissimi propugnatori, i quali avranno 
seminati a larga mano i libri slavi per le nostre cam- 
pagne, "faJ^^£U:sndo^£osìJa_^aAjs^^ Scorrendo 
r elenco dei «Processi contro istriani nell'archivio del 
Santo Ufficio," *^) troviamo i nomi di Adriano Teodoro, 
Bonifacio Antonio, Brusich Maria, Cicuta Giovanni, Cicuta 
Natale Aurelio, Graia Ippolito, Ungari Nicolò, Zottinis 
Nicolò, tutti- da Veglia, di Drasa Brasa, Brasa Francesco, 
Brasa. Giacomo, fra Nicolò, de Petris Giovanni Giorgio, 
de Proficis Giacomo e Gian Giacomo, tutti da Cherso, 
di pre' Glavocich Matteo, de Moisis Simeone, de Petris 
Cristoforo, Proficis Giacomo da Ossero. 

E per tutti questi motivi aumentò nei secoli XIV 
e XV il numero delle chiese rurali, che anche nella nostra 



traduzioni ci offrono i lavori del doti. Tli. Elze, capo della comil: 
nità evangelica di Venezia, pubblicati nelfAnnuario della Società pet 
la storia del Protestantesimo in Austria. Eccone i titoli : Die slove- 
nischen jyroteHtantìschcn Katechìsmcn des XVL Jahrhuìiderta 
(nel voi. XIV); Die slov, protest, Postillen des XVL Jahrli, 
(ibidem) ; Die slov, protest. Gesanghilc/ier des X VI. Jahrh. (nel 
voi. XV) ; Die slov, protest. Gehethàcher (ibidem) ; Die sloL 
protest. Bihelbacher des XV£, Jahrh (nel voi. XVI, 1895). ^ 

'■) Arch. veneto, miscellanea. 

^*) Fu pubblicato negli „Aiti e memorie" della Societàri siriana 
di Storia patria, II, a. 188G, paj,'. 18.^) e scgg. Dopo questa i)ubl)li- 
cazione videro la luce in tedesco vari lavori sulla Riforma in relazione 



— 60 — 

diocesi, come in molte parti dell' Istria e della Dalmazia, 
usavano nella liturgia la lingua illirica. E ciò tanto più 
comodamente, in quanto che, inventata la stampa, si 
moltiplicarono vieppiù i libri slavi. 

Di fatti già nel 1483 facevasi a Venez ia la prima 
edizione del messalejla^olitico e nel 1501 Nicolo" Érozich, 
"pievano di Castelmuschio, oìfre a un messale pubblicava 
per le stampe un breviario glagolitico e un rituale. Queste 
edizioni e tutte le altre, enumerate dal Ginzel nella già 
citata sua opera, *^) erano per la massima parteimprese 
private e alcune mancavano persino dell' approvaziene 
pontificia.^^) Appena più tai-di la Santa Sede per le ragioni 
che diremo, si vide indotta prima a subire tacitamente 
e poi a permettere in via 4i eccezione temporanea la 
liturgia slava. 

ai nostri paesi. Noto i seguenti, oltre v a quelli registrati alla nota 
Ifi: C. Schatzmayr^ Prolestaiitismus in Istrien und Trìest, nel 
Jahrbuch der Gesellschaft fiir Protest, in Osterreicli, 15, 2 e 14; Th. 
Elze, Gesdiichte der protcst. Bewegungen und der deutsehen evang. 
Gemeinde in VeneJig, 1888; Johannes B. Goineo und zéitgenòssische . 
Anhanger der Reformation in Istrien und Triest del Dr, Schatzmàyrf 
1894; Enlmariìiy Die Reformation und ihre Martyrer in Itplien, 
Berlin; Iv. Koatrencié Urkundlige Beitràge der protestantischen Li- 
teratur der Sudslaven in den Jah.*:. 1559-1.56.5; e un altro studiolo' 
{Séettneì'f Geschichtliclie flbersicht der Entwiklung der evang. Ge- 
meinde Triest) nel Jahreshèricht des osterreicli. Gustav-Adolf-Verein, 
fase. 32. Di tutti questi opuscoli faiò dei riassunti in uno. de' pros- 
simi fascicoli degli. „Atti e Memorie." . . 



% 



*^) Edizioni del messale glagolitico si fecero negli anni 1483, 
1528, 1531, 1561, 1601, 1688, 1706, 1741; del breviario negli anni 
1561, 1621, 1629, 1648, 1688, 1791; del rituale nel 1561, 1621, 
629, 1640. Cfr. GmzeL pag. 157-166. 

^") Ginzel, op. cit. pag. 157: ,jDiese Ausgaben des Missale 
waren Privatunternehmungen, indem sie ohne Genehnrigung Roms 
veranslaltet wurden." 



VI 



Ma prima di arrivare a questo punlo i pontefici 
ed i ' vescovi lasciarono correre molti anni. Dalla lettera 
d'Innocenzo IV al vescovo, ài Segna del 11) marzo li48, 
con cui si accorda la licenza di celebrare in islavo ad 
JiJiiUiiejJliiese soltanto della Slavonia % e da quella dello 
stesso pontefice al vescovo di,Veglia dei 2() gennaio li25:2, 
da cui altrove abbiamo cavate le^iecessarie e naturali 
induzioni^), dal breve di Clemente VI dei 9 maggio 1346 
all'arcivescovo di Praga, che dà la venia di usare la lìngua 
illirica al monaci di Slavonia emigrati nel sobborgo di 
Enimaus ^) ; da questi tre documenti nessuno che abWa 
fior di sentilo, può dedurre un privilegio accordato dai 
pontefici alla nazione illirica di servirsi, in tutti i luoghi, 
della lingua nazionale nelle sacre cerimonie. Anzi queste 
concessioni locali ci mostrano^ quanto mal volentieri la 
Curia romana derogasse dalla disciplina universale e 
([uanto le stèsse a cuore il mantt nimento dell'idioma latino. 

Ma tutte queste borie hitenzioni dovevano naufi-a- 
gare in un ostacolo insormontabile, nell' ignoranza del 

*) Ginzel, appendice pafjr. 02; Pesante, op. cit. pg. 43. 

») Vedi la nota 28 del cap. II. 

^) Ginzel, 1. e. pg. 93; Pesante., op. cit. pag. if) e 47, 



— 62 — 

clero e nella conseguente rikissatezza dei costumi e della 
disciplina. 

Perchè si abbia un' idea delle condizioni morali in 
cui trovavasi il clero della diocesi, basterà riportare al- 
cuni brani della Relazione del provvcditor veneto di 
Veglia, Agostino Valerio, dell'anno 15i27: „Non resterò 
etiam di ricordar reverenter a Vostra Serenità, che ha- 
uendo quella la autorità de tutti li beneficij ecclesiastici 
di quella insula per il suo Jus patronatus, ne la qual 
esendo adeo nmltiplicatp el numero de li preti, diaeoiii, 
et subdiaconi ignorantissimi, et poco dediti al divino 
culto, quali prò malori parte si fanno per non sottozazer 
alle gravezze personal, et bona parte de loro, se vogliono 
viver, convengono darsi a diversi esercìtij et arte manuale 
come sono marangoni, calegeri, barbieri et alla militia 
rural cum tanto poco honor et reverentia del nostro Si- 
gnor Idio, quanto a Vostra Serenità è benissimo noto, 
il che causa da li Ordinari] suoi, li quali per esser igno- 
lantì, non servano li sacri Canoni, ma per uno agnello 
o shn'lia procedono alla Ordinatione di simili sopranno- 
minati, et a questo modo un cieco mena T altro nella 
fossa. Perhò Vostra Serenità Sapientissima et CathoJica 
vogli ordinar et commandar che non se possi né debi 
de coetero promover ninno ad alcuno ordine sacro se 
non scranno diligentemente examinati corani Reverendo 
Domino Episcopo per dui de li Canonici del Capitolo 
Veglense più docti, sub debito iuramenti, et essendo tro- 
vati sufficienti possino essere promossi et ordinati, et 
non altramente, acciò siano servati essi sacri canoni et 
che questa generation imperitissima non muliiplichi come 
ha fatto fin' bora. Perhò che in quella Insula che baste- 
rebbono preti 50 ad summum, ne sono più di 300, assai 
che serieno troppo in una grande provincia. Il che sera 



— 63 — 

gloria al nostro Signor Dio et grandissimo decoro alla 
Sublimità Vostra." ^) 

Nel 1559 un altro provveditore, Angelo Gradonico, 
scriveva: „Resteriami di dire qui alla presentia di Vostra 
Serenità et della Serenissima Signoria molte cose nella 
materia del Vescovo ^) et dei Preti de Veggia, et mede- 
simamente del stato delle Chiese di quella Terra, et 
Isole, nel qual parlamento condescendendo con legalis- 
sime giustificazioni ai particolari della vita, dei mali co- 
stumi, et profession di quelli huomeni, et del Capo loro, 
et così della desolation delle Chiese, farei rhnaner atto- 
nito et stupefatto chiunque mi aldisse." '') 

E nella seduta dei 3 maggio 1513 del Consiglio 
di ChgrsfiL st delibera di mandare Bortolo de Bochina 
iunior quale ambasciatore dell* isola al Patriarca di Ve- 
nezia per esporgli che „in hac civitate reperiuntur non' 
nulli clerici 4«styieiitissimi et. .amuium .sc^jllerum- et erimi- 
.^^uuo-pteftissi™ et precipue concubinarii, habentes lilios 
ac nepotes sine aliquo fespectu contra canones et san- 
ctiones iuris canonici, sine respectu huius civitatis." ') 

Andrei troppo per le lunghe, se volessi continuar 
di questo passo a citare tutti i processi criminali contro 
sacerdoti del contado, specie di Bellei e di Puntacroce, 



*) Relatio Viri Nobilis Sei* Augustini Valerio qui fuit Pro- 
visor Veglae, praesentata die ultimo novembris 1527. AUi e memorie 
«Iella Soc. istr. di archeol. e storia patria, voi. U, fase. 1" e 2", anno 
1886, pag. 99. 

^) In questo tempo era vescovo di Veglia Fra. Alberto Doimo 
de Glirici, Domenicano, di Gattaro. 

^) Relatio V. N. Angeli Gradonici reversi ex Vegla, 16 lu- 
glio 1559. Atti e memorie, voi. II, fase. 1" e T, pag. 93. 

^) Stef. prof. PetriSy Spoglio dei lib/i consigli della ciltà di 
G^herso, voi. I, pag. 39. 



Il 



(/ 



— 64 — 

da me incontrati nell'archivio di Ossero; come sarebbe 
davvero sconfortevole pubblicar tutti quegli altri d' indole 
disciplinare, che giaceranno sepolti neir archivio vesco- 
vile di V^eglia. 

L'ignoranza però e 'l'immoralità — sia detto a 
parziale discolpa del clero della nostra diocesi — orano 
^genera li a quell'epoca anche nelle vicine province. Il can. 
Pesante ne pai'la diffusamente per l'Istria a carte 107 
e 108 del suo lavoro sulla liturgia slava. Nella Dalmazia 
poi, le cose andavano ancor peggio e il comportamento 
dei preti rasentava talora persino il ridicolo. Così, p. e., 
nel 153:2 il vescovo Tommaso Negri di Traù, ^dolendosi 
de li spi preti ijp. rolf^ìi^ii quali n 'Qvnx,^^''^^i^^'^ l'atti molti 
mali con poclia soa obedientia** fa menzione di uno „clie^ 
tfale altre cose, pose il pisso an l' impolete, con il qual 
un prete dicendo messa lo consagrò e bevette." ^) 

Codesti sacerdoti^ ordinati „per uno agnello" — 
come scrive il provvedìtor di Veglia — , usavano della 
lingua slava nella celebrazione dèi sacri offici^ perchè ad 
essi, digiuni della più elementare cultura, era assoluta- 
mente impossibile di apprendere il latino; mentre, elevati 
al sacerdozio, non potevano occuparsi di studi, dovendo 

per vivere' „ darsi a. divelsi essercitij et arte manuale 

marangoni, calegeri, barbieri, et alla milizia rural." E 
tutto ciò facevano illegalmente, non solo perchè fino a 
quel; giorno la liturgia slava non era stata permessa dai 
pontefici, ma perchè molti vescovi e alcuni concili s'erano 
adoperati — se pure indarno — ad impedirne l'ulteriore 
diffusione. 

Così, per citare alcune di queste disposizioni, an- 
cora nel 14G0 l'arcivescovo di Zara Valaresso proibiva 

**) Marhi Sanudo^ Dìarii, LVI, 105. 



— 65 



t-^^ 



severamente a chiunque fosse sottoposto alla sua giu- 
risdizione, di celebrare in glagolitico (e^rii?erbava a sé il 
diritto di concedere di vplta in volta nei casi di speciale 
necessità delle licenze teniporarie. ^) Nel concilio ecume- 
nico di Trent o (1545-1564). „si trattò — scrive il car- 
dinal Sforaa-Pallavicini — intorno alla celebrazione delle 
Messe in lingue popolari. Vi ebbe chi disse non parergli 
dannevole Tuso della Dalmazia ove appresso del Van- 
gelp latino leggesi lo stesso neir i dioma schi ayone per 
ammaestramento dei popoli. Tutti nondimeno assai ap- \ 
provarono il divieto di celebrar la messa in volgare.** ^®) ' 
Nel pi'jpi^ Pf^n/>iìi2 pr^vinf^iale R^fwl^s e del 159 0^ — 
'cjuesto lo riportiamo per analogia -- alla rubrica „de 
divinis òfficiis" si prescrivono bensì libri e fonnole in 
lingua illirica per T istruzione religiosa del popolo; ma 
per ciò che riguarda il culto, s'ificulca ai vescovi „che 
abitano l a costa illirica d ove gono in us o il breviario e L 

^JWm^ssnle \j\ h'n ^im slava" di emendarli "è di correggerli, j 
già che le circostanze' peculiari dell'epoca e dei luoghi 
non ne acconsentono una proscrizione perentoria ed as- 
soluta; si fa appello però alla ^prudenza dei vescovi e 

' alla loro singolare pietà verso Dio", affinchè cerchino 
(T introdurre a poco a poco i libri latini Questi dé- 
cr<ìti recano la clausola delF approvazione da parte della 
sacra congregazione del Concilio di Trento. *^) 

^ *) M. Ivancichy Poraba glagolice etc. pag. 8. 

'") Istoria del Concilio di Trento, scritta dal Padre Sforza- -'» / 
Palavizino — Parte Terza, L. 18 e. 2. Milano 1745, apprtstìo Giù- "^ ^ 

seppe Morelli. /-// / 

*') Ecco un brano del decreto: „Qui lUyricam òram colunt^ 
Episcopi, in qua Breviarium et Missale linguae il])inc£e iu usu ha- 
bentur, curent ut illa.... revideanUir et emendentur. Optandum tj- 
men esty ut Episcoporum JUyricorum diligcntia senHÌm Romani 
Breviarii usus cum Mìssali Romano et Rituali Sacramentorum 
introducatur,^^ Pesante, op. cit. pg. 115, nota. 



ì 



— 66 — 

vE che stèsse iiglle hiteozioni della curia^ pontificia 
di ridurre all'unità liturgica roniana non solo i nostri 
paesi, dove il volgare slavo era usato dai preti rozzi ed 
ignoranti, ma benanco certe regioni appena convertite, 
nelle quali forse la lingua nazionale sarebbe stata op- 
portuna, ci è provato dal seguente documento dei Gom- 
memoriali della repubblic_a_ dLVenezia. 

11 Consiglio incarica il proprio rappresentante alla 
curia romana, nodaro Amadeo, di chiedere fra altro che 
al bano della Bosnia Stefano e a Pellegrino, vicario ge- 
nerale dell' ordine dei Minori, sieno mandati dei coope- 
ratori ^periti nella fede^ e non ignari della lingua slava 
od almeno capaci d' impararla" e che sia loro permesso 
di porre nei conventi delle vicine province alcuni neofiti 
,jperchè apprendano il latino e in dottrina romana." *'^) 

Ma finalmente, essendoci ciò lìon ostante dilatato 
r uso della liturgia glagolitica per le ragioni sovraccen- 
nate, i N^cerdoti illirici _di diverse province si rivolsero 
al principio del secolo XVII airiniperatore FeVdinaiido II, 
supplicandolo del suo appoggio materiale e morale, per 
avere una nova edizione del messale, adducendo il mo- 
tivo che il popolo, non potendo per tale mancanza udir 
la messa in islavo Bai propri sacerdoti, si rivolgeva agli 
scismatici, e molti persino passavano allo scisma. Per le 
cure adunque dell' imperatore, dopo una lunga attita- 
zione, Urbano Vili ordinava la stampa del Messale 

'■^) èafarilc^ M()iiumeuta Hisbirica Serbica Archivi veneti, nel 
Glasnik Druzt. Srbske Slov. I, 11. „Item quod in siugulis conven- 
tibus magri is. provinciarum vicinarum praedictorum ordinum, sin^u- 
los rieophìtos in huius modi conventibus in latina grammatica et 
in doctrina sanctae Romatiae ecclesiae^ eerto tempore iustruen'jos, 
quando fuerit necesse, idem vicarius valeat auctoritate apostolica col- 
locare." Commemorialium, IV, eh. 112. 



-n^-.^ t-K* 



— 67 — 

romano-slavonico in tipi glagolìtici, nell'antico slavo e 
secò)ido il rito romano (charactere S. Hieronyini '^), idio- 
mate slavonico, ritu romano) e col breve dei 29 aprile 
1631 ^Ecclesia catholica" restrin^va il permesso di . 
usarlo soltanto a quelle chiese. „dove fino allora si era 
celebrato in quella lingua — ubi hactenus praefato idio- 
mate celebratum fuit^ Venivano quindi escluse dal di- 
ritto di adoperare questo messale nelle funzioni religiose n 
tutte quelle chiese che avevano mantenuta la lingua la=^ ^ ^<i^' 
>4i»a e tanto più quelle di nova(istituzione : „ novella prova — ^^ C^ 
— scrive il Benussi *^) — come i pontefici pur cedendo/*^ -l ^^ ' 
alle imperiose circostanze del momento ed alle necessita "-^^ . ù^ ^ ^i 
dei fedeli, procurassero di ridurre le concessioni ai più ^^<^t..»:^ '^ 
stretti limiti possibili e d'impedire che si allargasse Tug^o'^ '^^^ ^^ ^ / 
della liturgia slava.'' ' '"■ 

Il suddetto breve proibiva ancora Tuso di tutti gli 
altri messali manoscritti e stampati, intimando a tutti i 
religiosi, di qualunque specie e titolo, che entro olto mesi 
si procurassero ed usassero il novo messale, a meno che 
non preferissero di adoperare il messale latino — 
novo Missali, nist maluerint Latino, utantur. ^') 

Noi, tralasciando ogni discussione sull' àmbito del- 
l' Illirio, a cui il breve pontificio accenna, ci fermiamo 
al carattere giuridico di questa bolla: Urbano Vili non 
concede né licenza né privilegio di usare la liturgia slava, 
ma non potendo, per tema di disordini, abolire V uso 

") Era invalsa allora TeiTonea persuasione che la scriUura 
glagolitica si dovesse al padre della chiesa san Girolamo. E atìche 
questa credenza contribuì non poco a rendere i pontefici più pie- 
ghevoli. 

^*) Op. cit. pag. 219. 

*') Tutto il breve trovasi stampato nel Ginzelj Godex. pag. 
97 e riportato in nota dal Pesante t dal Benussi. 



uf' 






68 — 



^i^Vl 



vigente e ridurre anche le rozze pievi delle campagne 
alla pratica ^universale, ne restringe il permesso al mes- 
sale da lui approvalo. E con le ultime parole — nm 
A nialuerint ÈatitifOy utantur — dà_ ampia facoltà a qua- 
lunque prete slavo di celebrare Qn quatunqueTiiomento 
col messale latino invece che col glagolitico; poiché — 
come osserva mons. Pesante *®) — „la chiesa, quando 
*" ammise il glagolismo, jip«r' intese punto di pareggiarlo 
alla maestà di quelle lingue liturgiche che saranno per- 
petue come essa è perpetuai ma per prudenza ne tol- 
lerò ruso temporaneo, sia per favorire la conversione 
^-ytC^^, dei popoli slavi altrimenti volti allo * ^ i oicma / sia per- 
n*\lU\^ rigrìorstftza dei sacerdoti ^ la difficoltà di supplirli con 
un clero bene istruito.** 

Insomma la liturgia slava venne permessa, non mai 
approvata, eh' è qjianto dire i^yaa a t ti lleya ta. Alcuni mali 
si permettono per iscansare mali maggiori, ma ^non per 
ciò cessano d'essere ^^mJÌ: 

y Né una concessione o un privilegio diede o intese 

; di dare il pontefice Innocenzo X, quando sedici anni 

• dopo, col breve dei 22 febbraio 1648, pubblicò, coi tipi 

'^ ^ /.^ *Kf ^glagolitici é nella lingua veteroslavonica, il Breviario ro- 

i ^ : mano-illirico, non essendo stabilito per chi(dovesse ser- 

: vire e con quali limitazioni o facoltà, senza accennare 

né a paesi né a diocesi. *") 

E neppure la costituzione di Benedetto XIV „Ex 
pastorali munere" dei lo d'agosto 1754 accordava nulla 
di nuovo, anzi Ijmitair^: poiché interdiceva al clero slavo 
dì adoperare qualsiasi altro libro sacro all' infuori di 
quelli scritti nell'antica lingua slava con caratteri glagolitici; 

»«) Op. cit. pag. 59. * ' 

^') App. Ginzelf Codex, pag. 98 e seg. Pesante, op. cit. 
pag. 51. 



— 69 — 

..ordinava al vescovi delle diocesi, nelle quali vigeva 
il rito slayo-lalino, d'invigilare accuratamente in tale pro- 
posito, e di eliminare qualsiasi innovazione od abuso; 
prescriveva che fosse tenuto in perpetuo fermo e valido /^ 

quanto egli stabiliva in questa lettera; jj^ìxuiìlmrrf in ^^.^-i^ f 
pari tempo ogni privilegio od indulto concesso alla 
^lari^nfi iììfrfrff che fosse in contradizione colla presente 
costituzione; ed invocava persino contro i violatori de' 
-suoi decréti lo sdegno del Dio onnipotente e dei beati 
apostoli Pietro e Paolo. ^^) 

E finahnerìte nessuna nova concessione e men che 
meno nessuii privilegio porto Tenciclìca Jìxajwìe^jniiiuis^ 
dell'attuale Sommo Pontefice Leone XIII, della quale 
abusano certi falsi apostoli. Essa itO tt fu "alh^ che ordi- 
nare in tutto Torbe- cattolico un" rito doppio minore per 
i 5 di lugHo, festa del santi Fratelli Cirillo» e Metodio, 
ed espririiere la speranza di veder „ unite tutte le genti di 
stirpe slava in perpetuo nesso di concordia" colla chiesa 
romana: voto codesto espresso anche più tardi nella 
lettera „principihus populisque universis" dei 20 di giugno 
del 1894.^^) 

Esaminino le proprie coscienze i moderni fautori ) 
del glagolismo e vedano se le loro aspirazioni si pos- 
sano conciliare coi voti dell' alta mente e del gran core * 
di Leone XIII! 



•**) L'intera lettera pontificia trovasi riportata nel BuUarmm^ 
t. IV. Romae 1757, pag, 223 e nell'Appendice del Ginzef, pag. 102. 
Benussì, op. cit. pag. 233— 234 e Pesante,, ofu. di pa^..^2* 

**) Eccone il passo relati vonEigìf Slavi: ^Vosque nominatim 

compellare hoc loco lìceat, Slavorum gentes universae; quod si 

maiores vestros misera tempòrum cafemitas magnani partem a pro- 
fessione romana alienavit, considerate quanti sit venire ad uni- 
tatem. Vos quoque Ecclesia pergit ad suum revocare coni plex uni, 
salulis, prosperitatis, magnitudinis praesidium multiplex praehitura." 
Come si vede, qui si parla soltanto agli scismatici. 



VII 



Ma torniamo a bomba. La lettera d'Innocenzo X 
e la costituzione di Benedetto XIV, che interdicevano 
severissimamente l' uso di libri slavi manoscritti o stam- 
,^ ^TSati senza T autorizzazione della curia papale, rimasero 

^'V *\t ^ per i più lettera mortai L^fftoiiafflBft del clero slavo delle 
campagne — e lo abbiamo provato con pochi ma espres- 
sivi documenti — era tale e tanta, che non sapevano 
leggere né il latino né i'aaiieo-daxo, ma solo il proprio 
dialetto illirico, quello stesso cui adoperavano negli usi 
comuni della vita. E non per nulla rimase proverbiale 
nel nostro popolo l'esempio di quei preti che sapevano 
leggere soltanto il proprio messale. 

Per poter dunque ripristinare l'unità liturgica nella 

/ diocesi, i nostri vescovi dovettero prima educare il clero, 

/ elevarne il morale, togliere gli abusi e preparare così a 

poco a poco il terreno al completo trionfo della latinità. 

Ma questa pia opera trovò ostacoli nelle condizioni 

poco felici, in cui erano ricadute le nostre isole anche 

> nei secoli XVI e XVII e delle quali ancor oggi risentono 

le conseguenze. 

La jnalaria % le frequenti incursioni degli Useoc- 

*) Sono anrhe oggi infetU di malaria i seguenti luoghi delle 
jgole di Ghergo e di Lussino: Ossero, Puntacroce, Bellei, Vrana, S. 



— 71 — 

chi % le ripetute pestilenze ^) avevano diminuita conside- 
revolmente la popolazione e intralciato ogni progresso. 
I Ossero, la città superba, che un dì doveva contare oltre 
^20 000 a bitanti, era ridotta a un mucchio ^i rovine e 
tutta ia sua vita civile si dimenava in una continua lotta 
per r esistenza, in un continuo lamento del bel tempo 
che fu. „ Spopolata di habitanti, popolata di cadaveri, 
priva degli antichi suoi onori et ingombrata di perpetui 
oneri nelle sue calamità.... chiunque camina per la città 
non imprime che orme di tristezza, non vede che vestigia 
di rovine, non incontra che spettacoli di morte, freschi 
avanzi di quelle postieme che non contente di aver in- 
cancrenito il corpo, gli vanno serpendo neiranima." *) 

Né dovevano essere di troppo migliori iq condizioni 
delle altre località, ove si eccettuino i Lussini, che ad 
onta delle guerre crescevano di anno in anno, e Cherso, 
che pareva destinata a raccorre l'eredità dell'antica ca- 
pitale. •■') 

Il governo veneto e le comunità nostre cercavano, 
è vero, ogni mezzo \)ot restituire all' isola l'antica salubrità. 



Mtirtino, Podol. Cherso, Gaisole, Dragosichi, Unie. Orlez, S. Gio- 
vanni. Lubenizze {f)r. Sc/imvuzzi, op. cit. Prospetto 1). Il miglio- 
ramento si è fatto sensibile negli ultimi anni, specialmente ad Os- 
sero mercè alcuni lavori eseguiti; e non sarebbe difficile ridonare a 
quel pittoresco paese l'antica salubrità, ove si mettessero in opera i 
piani, che dormono negh archivi governativi. 

*) Ne son piene le nostre istorie e le tradizioni popolari. 

^) Abbiamo memorie di pesti nei Libri Consigli del 150.5, 1511 
e 151 :^. 

*) Libri Consigli, ms. dell'archivio di Ossero, 1 giugno lfi95. 

•) Sull'epoca in cui i conti-capitani fissarono la lor sede a 
Cherso, dovrei dire alcune cose, non essendo esatto quanto ne 

scrive il chiar.mo prof. Petris. 



- 72 - 

I nostri statuti contengono articoli speciali contro chi 
«sìa'ardido butar imundicie in mar, sora la uia pu- 
blica, lanar lana o bote ouer alguna cossà' altra, uintì 
passa apresso T poci né nieter in pozo alguna caldiera 
prima messa al fuogo, butar imundicie in lo porto ouor 
entro la porpprela, a presso le giesie, infra i termeni de 
piera a zò deputadi e lo muro de la terra ; contro il ca- 
legaro o pelizaro che sia ardido scanar algun chuoro 
ouer pelle altroue cha in la zudecha ouer fuora dì muri/ ") 
Sebbene abbiamo memorie di medici al servizio delle co- 
munità ancor molto prima, nel 1497 il Consiglio di Cherso 
deliberava di prendere costantemente m condotta del co- 
mune un medico colla paga di 70 ducati d'oro, col patto 
^chel spezier debbia tener in ordene e foruida la so 
botega, habbia casa dalla comunità, el medego no possa 
aver pagamento da nessuna persona dell' isola de Cherso 
e. Ossero, né el se debbia impazzar col spezier e ne l'uno 
ne l'altro debbia esser de questa ìsola." "') E per i me- 
dici e gli aromatari di Ossero il salario era messo in- 
sieme coi contributi del comune, della congregazione di 
Santa Maria e della parte dei poveri. **) — Tanto a Cheiso 
che a Ossero esistevano i „ deputati alla Sanità**, un 
^cancelliere della Sanità" e un fante. ^) Il „Collegietto" 
di Ossero — così chiamavasi la commissione sanitaria 
— mandava ancora dal secolo decimoquinto due de' 
suoi membri ai Lussini e nel 1674, per ovviare a seri 



•) Statuto di Cherso ed Ossero, ms. arch. di Ossero. Libro 
quarto, cap. 236-241 e lì', secondo, cap. 114 e 115. 

') Petris, Spoglio dei Libri Consigli di Cherso; 1407, 23/4. 

•) Statuto di Ossero ms. a carte 188. Fu il vescovo Andrea 
Piperario a stabilire questi contributi e il consiglio dei Pregadi con- 
fermò questa deliberazione (1577, 10 giugno). 

*) PeérÌH, op. cit. Prefazione, pag. L, LXIV. 



— 73 — 

inconvenienti che succedevano in causa di tale delegazione, 
il provveditor generale della provìncia accordava che 
tale ufficio fosse affidato a due persone d^ì luogo. ^^)^ — 
Orano inoltre i «giustizieri", deputati all'annona, che 
insieme agli «estiniadori del vino, della carne, dei viveri" 
invigilavano acche non fossero portate al mercato cose 
nocive alla salute. E a Ossero il comune salariava per- 
sino „chi mondi e netti le strade imparticolare e casali 
della Città à destruser l'erbace et altra matteria cattiua 
pregiudiciale alFiiria che nascono in esso, ma anco le 
strade uicine alla città." ^*) 

A queste cure per la pubblica igiene corrisponde- 
vano quelle per l'educazione del popolo. A Cherso e a 
Ossero sin dalla metà del secolo XV si conservano i nomi 
dei ^maestri de schola" e dei ^professori de gramatica 
e leteratura", che si facevano venire dall'Italia. 

Le relazioni delle .campagne colle città erano rose 
più facili dalla circostanza, che le famiglie più cospicuo 
non solo possedevano larghi territori, ma andavano ad 
abitarvi parecchi mesi all'anno. E non podii dei rajH- 
poTli delle nobili famiglie cittadine si trovano inscritti 
nei libri battesimali dei villaggi più poveri. ^^) v 

Per accrescere poi la popolazione, il nostro Statuto \ 
stabiliva che i forestieri „ assolti sieno da tute angario ' 
real e personal" per i primi cinque anni di lor dimora 
sull'isola; ad Ossero inoltre ad ogni isolano o forestiere 
che vi si volesse stabilire, il conte-capitano doveva vendere 
od affittare per pochi soldi una casa o un luogo por 

^*) BoniceWf op. cil. pag. 57 e 58; Nicolkh, op. cit. pag. 
139, 140 e 141 ; Budinich, op. cit. pag. 24. 

") Libri Consigli di Ossero, ras. arch. Ossero, L. Ili, pag. 25. 

^') S. PetriSy Sui natali di Francesco Patrizio; nel Programma 
dell'i, r. Ginnasio sup, di Gapodistria, a. se. 1891-02, ])ag. 5. 



_- 74 — 

fabbricarla *^), mentre per essere ascritti al consiglio nobile 
bastava nascere di famiglia „ciuil e non rustìcha e vil- 
lana" e pagare al comune, magari a più riprese, una 
tassa dai 500 ai 200 ducati. ^*) Più tardi era esentato 
„da fattione personale e sancione dell'armar della Galera 
pel corso d' anni cento cadaun che nel termene d' anni 
cinque venendo habitat in questa città fermerà quivi 
colla propria famiglia il domicilio." ^^) 

Quindi anche in quest'epoca, sebbene alla spiccio- 
lata, avvennero delle introduzioni di forestieri specie nel 
territorio di Ossero. Basta aver la pazienza di scorrere 
le pagine dei registri parrocchiali. Le famighe sorvenute 

'^) Statuto iTìF. a carte 58-59 : 1449, 29 gennaio. „Ut dieta 
ciuitap (Auxeri) augeatur et forenses habeant comoditatem ueniendi 
habitatum in ea, provideraus et ordinanius quod quando aliquis fo- 
rensis uoluerit uenire.... et uoluerit habere aliquam domum prò sua 

habitatione, debeat comparere coram dno Gomite^Aux. et Ghersi 

et pctere locum, qui comes delieat illi uenienti prouidere de aliquo 
casali, uidelicet de aliquo locho comodo." Lettera di Andrea Surian 
„Sindicus et Provisor intra Gulfum." 

' ^^*) Statuto ms. a carte 14^), Libri Gonfigli d'Ossero ms. I, 
pag. 129. Statuto copia ms. a carte 251, 255 (1625, 23/7 e 1661, 
12/4). 

'') Libri Gonsigli d'Ossero ms. II. pag. 185 (26/11, 1712). 
Ecco alcune famiglie forestiere ascritte al corpo dei nobili di Ossero, 
come le ò trovate scorrendo le pagine inedite dei nostri Libri Gon- 
sigli : Zubranich (1625), Sforza e Zambelli (1651). Adrario (1652), 
Fericioli e Moise di Gherso (1658), Biondi (1656), Benedetti (1658), 
Gaimer da Ghioggia (l()58), Tri ncberi (1699), Faretti (1699), Sablich 
(1699), Delio, Lion, Gagnola, Tintinago (1701), Vodarich da Lube- 
nizze (1701), Bartoli (1709). Mons. Vescovo Ferro col fratello Na- 
dalin e figli (1739), Iseppo e Garlo fratelli Salvi veneti (1743), Ma- 
zenta(l744). conte Marcino colonello e sargente magg. Berghellich 
(1744). Dr. Doimo Dinarizio fiscale, fratello del vescovo Nicolò (1747), 
Pedrini veneto (1748), Bon di Torcello (1756), Varda(1776), Ben di 
(Uierso (1788), Frane. Saverio Solis de Papia (riconfermato 1790). 



— 75 - 

non anno da principio neppur un cognome: al nome 
di persona s' aggiunge quello del paese donde sono ve- 
nute o del mestiere eh' esercitano : troviamo quindi a iosa 
i „mistri o mestri", i ^sartori", i ^muradori", i „favri", 
I ^pilizeri**, i „calafai", i ^caligari" e i «lapicidi" o vol- 
garmente (!) ^tagmpiera". Ai „Taliani", ai «Veneziani", 

ai .„da NapolfoiRomania", ai da Ravenna, d'Aquila, da 
Cosenza, ai „Furlani", ai d'Istria, da Rovigno ^% da Fia- / ' 

ìiona, Fasanà e Lovrana s' avvicendano — in maggior 
numero — quelli venuti da Arbé, Almissa, Besca, Bosnia, 
Brazza, Catlaro, Cipro, Pago, Perasto, Ponte, Eagiisa, Ri- 
sano, Scutari, Sebenico, Segna^^-Spalato, Traù ecc. I co- 
gnomi poi, quando si formano, o sono altrettanti patro- 
nimici o denotano il paese, donde la famiglia trae Torigine. 
Ma tutti questi n^jQyemiti, se anche parlano una, 
Jingua^^^ifferente^da quella del £.aese, l'apprendono ben 
presto. Le due nazionalità si fondono quasi e per legge 
naturale, cresimata da tutte le storie di questo mondo, 
la parte meno colta, deve subire l'influenza della nazio- 
nalità più progredita. Gli Slavi, che pur ritennero della 
propria origine il cognome, assumono e lingua e costumi 
dalla popolazióne indigena, a nleno che non vivano nei 
più rozzi ed appartati villaggi. E perciò la lingua italiana 
non è soltanto la lingua officiale in cui si estendono tutti 
gli atti sì pubblici che privati, ma essa diventa la lingua 
universale di comunicazione fra il popolo delle città e 
dei villaggi, per modo che già nel 1611 il conte-capitano 

^^) Rovigno dà lo stesso spettacolo alla fine del sec. XVI. Nel 
1595 di 54:^ famiglie, 146 erano venute dalle città dell' Istria, e della 
Dalmazia. Cinque famiglie si chiamavano da Ossero, due da Cherso^ 
una da Veggia. Gfr. pi^of, B, dr. Benussi, xVbitaiiti, animali e pa- 
scoli in Rovigno e suo territorio nel scc. XVI (Atti e R'emorie, II, 
1" e 2"), pag. Ii23 e 135. 



— 7fi -r 

Gerolimo Zane può ordinare che anche gli amministra- 
tori delle confrateme dì tutte le ville dell'isola „ debbano 
notar li conti ed administrazioni in italiano et non in 

Sì che anche noi possiamo ripetere col Benussi *®), 
che „per tutti gli Slavi immigrati rapprendimento della 
lingua italiana era questione di esistenza materiale e di 
progresso civile ; imperciocché gF Italiani disponessero 
del denaro, de) commercio e dell* industria ; avessero in 
mano il governo, le città, le borgate e buona parte delle 
terre; rappresentassero in una parola il potere, la ric- 
chezza e la intelligenza. L* apprendimento della lingua 
italiana significava per gli Slavi Tabbandonò dello stato 
semibarbaro, in cui si trovavano al loro giungere nelle 
nostre terre, e l'avviamento ad' un grado superiore dì 
cultura e di civiltà. Nessuna meraviglia adunque, se la 
lingua italiana acquistasse sempre maggiore diffusione 
nella campagna slava.* . 

E così chiudiamo anche questa parentesi. Le no- 
tizie che abbiamo abbozzate sulle condizioni generali 
delle nostre isole nei secoli XVI e XVII, ci parvero ne- 
cessarie non solo perchè la vita ecclesiastica fu sempre 
— e specialmente a quell'epoca — strettamente legata 
alla vita civile del nostro popolo, ma perchè ancora la 
maggiore cultura e la diffusione della lingua italiana fra 
le genti slave delle campagne agevolarono molto il ri- 
torno di tutto il clero dell^antica diocesi all'unità liturgica 
latina. 

, '')\Haveiido noi Hieroiiimo Zane.... ritrovati molti disordini 
nelle confraterne delle ville di questa isola.... [dichiariamo et ordi- 
, niamo che de cetero li Jgpzuj)! delle fraterne di tutte le ville et 
giurisdithn d' Ossero deblùino notar li conti ed administratioiii in 
italiano et non in ischi avo.** 
**) Qp. cit. pag. 247. 



vili 



Ma priiaa di raccogliere le notizie più importanti 
che risguardano T opera . rilbrmatrice de* nostri vescovi, 
accenneremo ad alcune circostanze, che oltre alle già 
nominate impedirono ai medesimi di adoprarsi in ogni 
tempo a migliorare i, costumi^ la cultm'a e la disciplina 
del clero e ad introdmre quindi nei sacri riti quelle in- 
novazioni, che avrebbero ricondotte Je nostre chiese rurali 
air unità latina più sollecitamente di quanto non sia 
avvenuto. 

V insalubrità dell' aria e la febbre malarica, dì cui 
ne' passati secoli ebbe a soffrire specialmente la città di 
Ossero, tenne in varie epoche lontani i vescovi dalla lor 
sede, a meno che non preferissero, come alcuni, di abi- 
tare a Cherso: onde non solo queir insignii collegiata 
molte volte s' adorna del titolo di cattedrale ^, ma 

*) Vedi p. e. il ' documeiilo "Ih febbraio 1508, con cui il ce- 
lebre P. Antonio Marcello Petris prolesta contro la violazione del 
diritto, goduto esclusivamente da quel convento dei Francescani, di 
tener sepolture nella lor chiesa. Vi si legge nell'intestazione: ,In 
Ecclesia Cathedrali Sanctae Mariae de Cherso." P. Fr, Dohrovié: 
Cenni storici sull'origine del convento di Cherso ecc. Padova, 1805, 
pag. 14 e 44. 



— 7S - 

i vescovi nostri si chiamano ^vescovi di Ossero e 
Cherso/ '^) 

D'altra parte le incumbenze straordinarie ed ono- 
rifiche, a cui molti de' presuli della chiesa osserina furono 
chiamati dalla fiducia de' pontefici, li occuparono altrove 
per non brevi periodi di tempo. E i vicari generali, che 
avevano nelle mani la somma delle cose, se anche prov- 
vedevano coscienziosamente al disbrigo degli affari cor- 
renti, non avevano certp la voglia d'imprendere radicali 
riforme, sebbene ne avessero il diritto e fors' anco il 
dovere. '^) 

Così il vescovo Simon de Valle veneto (1445-58), 
quantunque avesse molto a core l'igiene della città ^) e 
r esazione delle decime '% trascurò le chiese e il clero ^ 
da meritarsi severi rimbrotti dal Senato. ^) Antonio 

^) Ciò si osserva specialmente negli Aiuialì del Vadingo, 
Vedi anche la „ Promemoria sullo stato presente delle cose ecclesia- 
stiche nelle provincie di Dalmazia ecc., nel veneto dominio, umiliata 
al pontefice Pio VII dal cav. Vincenzo Brenciaglia addi 5 giugno 
1800", dove è parola della „ chiesa suffraganea di Ossero e Cherso 
di Ubera pontificia collazione." Theiìier, op. cit. II, pag. 316. ' 

"*) Vicarius generalis censetur una eademque persona cum Epi- 
scopo, atque unum et idem utriusque tribunal. Ille in exercitio ju- 
risdictionis Episcopi vices gerit. Benedicti X/F, De Synodo dioeces. 
1. 3, cap. 3, n. 1-2. 

*) Fra altro cttenne dal governo veneto la distruzione delle 
salhie eli' esistevano nelle vicinanze di Ossero. 

^) Per questa causa ricorse al primo patriai'ca dì Venezia, 
Lorenzo Giustiniani, il quale nel concilio provinciale del 1454 emanò 
un decreto contro i laici che impedissero Tesazioni* delle decime. 

®) Ecco la traduzione di alcuni passi della ducale Maripetro 
dei 10 giugno 1458 diretta „Rever€ndo D. Episcopo Chersi et 
Ausseì'i^: «Per la nostra reverenza e devozione alla chiesa di Dio 
fortemente ci duole di vedere ruinate e diveìiute pascolo ai bruti 
le chiese, dai fedeli nostri sudditi o dai loro antenati erette e 



— 79 — 

Pancicchlo di Pago noi quattordici anni che portò il 
titolo di vescovo (1464-78), una sol volta^; appena nomi- 
nato, vide r isola e non seppe far di meglio die tras- 
portare in patria suppellettili e vesti sacre, per cui si 
attirò il malcontento della popolazione, le proteste del 
Consiglio e ben tre decreti del doge Cristoforo Mauro. "') 
Di Giovanni Giusti (148G — 1509) non si trova docu- 
mento, che provi la sua attività o la sua dimora nella 
isola; mentre e la consacrazione dell'aitar maggiore della 
nova cattedrale ^) dovett' esser celebrata 'nel 1498 dal 
vescovo Difnico di Nona e certe non lievi controversie 
disciplinari sollevate dal capitolo di Cherso, vennero com- 
battute e vinte dal vicario Pietro Buticino di Pago. •') E 
il Consiglio di Cherso, vigile custode dei diritti dell' isola, 
se ne doleva aspramente nella seduta dei 18 maggio 1498 
deplorando che „il vescovo malgrado percepisca ingenti 



dotate, minato del pari il vescovado di Cherso e le case e le pos- 
sessioni sue, commettersi inoltre dai sacerdoti infinite disonestà. 
Per cui abbiamo deliberato di pregarvi che vi rechiate al vosti'o ve- 
scovato a governarlo, coni' è debito vostro, e mettiate un po' di 

regola e correggiate i sacerdoti e il Vicario, affinchè nelle cose 
che fanno, adoprino quella gravità ed onestà cW è richiesta dalla 
dignità sacerdotale....'^ L' intera ducale è riportata dal Farlati^ 
1. e. pag. 2a3. 



■^) Farlati, Illyr. sacr. V, pag. 203— :207. In quest'epoca fu 
eretta la chiesa di san Marco a Ossero, di cui mi piace di riportai 
((ui l'iscrizione: MCCCCLXVI . xMESEH PRE' ZVANE | DA VEGIA 
ARCHIDNO D' OSSARO | FÉ' FARE ESTÀ CIESA A NO [ME 
DE S . MARCO A DI P.o MARCO. 

**) L'odierno domo di Ossero, fabbricato nella seconda metà 
del XV secolo, è senza dubbio uno de' più bei monumenti cristiani 
nella costa orientale dell'Adria. Ne parla diffusamente anche il JaJcson 
nella nota opera: Dalmatia the Quarnero and Istria. Oxford, 1887. 

*) Parlati, 1. e. pag. 210. 



— 80 — 

introiti mai si decide di porre la residenza in un luogo 
deir isola. « '^) 

Andrea de^Valle, morto nel 1514, non fu mai ad 
Ossero e il suo successore Andrea Cornelio, vescovo 
un anno solo, fece altrettanto. **) 

Giovanni Battista de Garzoni (1514-16). addetto 
com'era a Roma presso il cardinal diacono Marco Cor- 
nelio, non ebbe. mai il tempo di visitar la diocesi e ap- 
pena dopo ripetute proteste del Consiglio di Cherso **'*), 
riominò un vicario nella persona di Clemente de Lalio, 
prete bresciano. 

Andrea de Piperario (1517-27) vide le nostre terre 
sette anni dopo la nomina, sostenendo nel frattempo la 
carica di segretario del Concilio Lateranese ed altri im- 
portanti offici alla corte di Clemente VII. *^) Ed anche 
Marco Fedele de Gonzaga {ìòò^-lif), che pur tanto 
bene fece dopo alla diòcesi, par che la trascurasse 
da principio, se nel 1558 il Consiglio di Cherso elegge 
ambasciatori coir incarico di recarsi a Venezia a protestar 
contro il vescovo „che malgrado ritragga di rendita più 
di 1500 ducati dai beni lasciati dai nostri progenitori, 
esige una contribuzione dalle confraterne dei poveri, 
come ultimamente quando venne nell'isola dopo lunga 
assenza, senza cresimare, tanto che si dovè ricorrer al 
vescovo di Veglia." ^*) 

, Goriolano Garzadori in fine (1575-1614) fu as- 

sente dai nostri paesi parecchio . tempo, allorquando 
^prelato di gran fama alla corte romana — scrive nei 



^") PetriSf Spoglio dei libri consìgli della città di Cherso, pag. 17. 

") Farlati, 1. e. pag. 211 e. Arduini CoWeciìo Conciliorum. 

") Petris e Farlati, 1. e. 

»^) Ibidem, pag. 212. 

**) Petris^ o. e. Introduzione, pag. LXXIII. 



-^ 81 — 

suoi dispacci il Parata — fu inviato dal pontefice in 
Germania per comporre alcune differente tra i principi 
di quel paese e specialmente tra il duca di Baviera e 
l'arcivescovo di Salisburgor '^) 

Ed ora veniamo a delineare ne' suoi particolari 
r opera de' nostri vescovi dal principio del secolo XVI 
alla soppressione della diocesi. Ci saranno guida le no- 
tizie lasciate dal Parlati e gli atti rinvenuti ne' pubblici 
e privati archivi di Ossero e di Cherso, dolenti di non 
aver potuto sfruttare le carte dell'archi vio della diocesi^ Il 
che fu trasportato nel 1828 a Veglia. ^«) ' I* 

il vescovo Andrea Piperario ci-emonese (1517-27) 
è il primo che vìsita la diocesi in lungo e in largo ed 
emana poi decreti sapient ssimi per correggere i costumi 
del clero e del popolo, per rassodare la disciplina 



^^) Alessandro Morpurgo^ Il Friuli, V Istria e la Dalmazia 
nei dispacci di Paolo Paruta» — neir Archeografo Triestino, N. S. 
voi. XII, fase. II. Nell'op. cit. del Theiner si legge la lettera cre- 
denziale del pontefice a Ferdinando Arciduca d'Austria. 

"*) Neir agosto pp. m' era_ rivolto al canonicojViila**^ V!^^ 
ottenere il permesso di rovistare 1' archivio dell' antica diocesi 'di 
Ossero. Ebbi gentilissima risposta, in cui mi si assicurava il per- 
messo appena fosse ritornato dai bagni il vescovo mons. Sterk. 
Senònchè il vescovo venne e partì senza prendere una delibera- 
zione. E quando nel settembre io tornai alla carica, il Volarle, 
allora vicario capitolare, mi negò la licenza, adducendo mille motivi 
più Q meno plausibili, e mi diede il consiglio di rivolgermi per le 
necessarie ricerche a un sacerdote ,di proposito e di mia pi^na 
fiducia!" Io del resto non ò parole per ringraziare mons. Volarle 
delle due gentilissime lettere, con cui rispose alle mìe domande. 
Non posso però far a meno di esprimere il voto, che quell'archivio 
sia aperto in generale a tutti gli studiosi. 



— 82 - 

ecclesiastica e per crescer splendore al divin culto. ^") An- 
tonio de Cappa da Pago, che successe al Piperario dopo 
sei anni di vacanza *®), appena giunto alla sede emanò un 
decreto severissimo contro -la dissolutezza dei costumi 
del clero, eh* egli ci descrive a vivi colori con queste 
parole: „Non senza grave dolore dell'animo nostro ab- 
biamo rilevato, che i chierici, tanto sacerdoti quanto dei 
minori ordini, posponendo ogni timor divino e mettendo 
in non cale la propria dignità, celebrano i sacri offici 
meno frequentemente di quanto convenga, e senza la 
minima riverenza, e che non pochi, vestiti di abiti se- 
colari, girano durante la notte con V arme alla mano 
perpetrando vari ed enormi delitti, con massimo obbrobrio 
e vergogna della chiesa e con malo esempio altrui. Per 
lo che non volendo esser tenuti noi a dar conto della 
vostra negligenza e desiderando, che voi tutti quanti 
siete sacerdoti di questa diocesi o nella medesima abi- 
tanti e soggetti alla nostra giurisdizione, inviolabilmente 
osserviate tutto ciò che circa alla celebrazion de' sacri 
offici e alla riforma de' costumi fu salutarmente stabilito 
nei Sacri Concili e specialmente nella nona sessione del 
Concilio Lateranese, ordiniamo ecc. ecc." ^^) Lo stesso 
vescovo, per poter invigilare, il comportamento del clero, 
creò due vicari, Stefano de Petris pievano di Cherso e 
Giovanni Muscardino canonico. Di quest'ultimo anzi si 



^0 Farkdi, op. cit. V, pag. n± 

*") Durante la vacanza fu vicario il canonico Stefano de 
Petris, rettore della chiesa di Cherso. 

'") Il decreto, a cui il Parlati soltanto allude, fu trovato poi 
dal Coletti e pubblicato negli Additamenta al voi. V, pag. 620 — 622. 
È, come si vede, assai lungo e le shigole disposizioni risguardauo 
ogni lato della vita dei sacerdoti. 



— 83 — 

conoscono alcuni decreti del 1535, con cui proibisce ai 
sacerdoti il ballo e la maschera/'^") 

Gorìolano Garzadorl, della cui nunziatura in Ger- 
mania fu già fatto cenno, imprese subito dopo l'elezione 
una visita canonica generale e T eseguì con tanta cura 
da impiegarvi ben due anni, prendendo esatta cognizione 
de' bisogni della diocesi e provvedendovi poi con' ogni 
sorta di ordini salutari. Durante il suo lungo episcopato 
ebbe luogo la visita apostolica dqlle province dalmata 
ed istriana per opera di Agostino Valerlo, vescovo di 
Verona, delegato da Gregorio XIII. Al concilio provin- 
ciale, celebrato a Zara nel 1571) a perlustrazione finità, 
intervenne anche il nostro vescovo, che firmò i decreti, 
di cui vo' riportar qui i punti principali. '^ ') 

Il Visitatore Apostolico inculca dapprima ai vescovi \ 
di convocare ogni anno il sinodo diocesano ; raccomanda \ 
poi gran diligenza e severità* liell'^esame degli ordinandi, ) 
poiché „ sebbene sia grande in questa provincia la pe- 
nuria di sacerdoti, guardi il vescovo, che la sua chiesa 
più che dalla mancanza, non venga disonorata dall'igno- 
ranza dei sacerdoti." Per sopperire a quest'inconvenienti 
si scongiura la Santità di Gregorio XIII, affinchè coi 



'") Vaierius a Ponte in schedis : 15^. Mandatum sub poena 
exiliì factum clericis a loanne Muscardiuo, locum tenente Rev.nii 
DD. Episcopi de Cappo, ne choreas ducant vel personati incedant. 

**) I decreti furono stampati a Vincenza nel 1579 col titolò: 
Costitutiones et decreta in conventu Reveren. DD. Spalatensis et 
Jadrensis provinciae Archiepiscoporum et Episcoporum, ac eorum 
assensu a Reverendissimo D. Angustino Valerio, Veronen. Episcopo 
Visitatore Dalmatiae et Relormatore Apostolico promiilgata et a 
Sede Apostolica confìrmata. Vi sono aggiunte le „Ordinationes et 
Iiortationes a Reverendissimo D. Aug. Valerio etc. relictae Reverend. 
Histriae Episcopis." Il libro, oggi assai raro, è registrato anche nel 
Saggio di bibliografìa istriana del Combi al num. 1495 Gh. 



— 84 — 

benefizi scinplici delle diocesi Interessate fondi quanto 
I prima due seminari, uno per la provincia di Spalato e 
I l'altro per quella di Zara. Che se ciò non è possibile, sia 
concesso almeno a quattro giovani di ogni diocesi, scelti dal 
vescovo e dal capitolo, di «entrare nel Collegio Germanico 
eretto a Roma o in quello Dalmatico, che sarà presto 
fondato. Frattanto provvedano i Vescovi che i chierici 
sieno istruiti nelle grammatiche, e nominino all'uopo eru- 
diti maestri. Sia permesso di mandare uno o due sacer- 
doti di ogni diocesi nei collegi di Roma, Bologna o Pe- 
rugia, perchè s' approfondino nel diritto canonico. Venga 
in fine quanto prima eretto un collegio de' Gesuiti per 
la .provincia dalmata. "^T^ ^ ' 

E dopo di aver confermate le regole per il vestito 
del clero e proibiti severamente i commerci, il giuoco, 
le danze, la caccia, il ballo ecc. il Visitatore prescrive, 
che „ essendo la Santa Romana Chiesa come la maestra 
di tutte le altre chiese anche in ciò che appartiene al- 
l' esterno culto divino" si seguano il costume e la con- 
suetudine del rito Romano nel recitare le ore canoniche, 
nel celebrare le cerimonie, nell'amministrare i Sacrainenti, 
nel cantar Y Epistola e il Vangelo. E finalmente si. prov- 
vedano esemplari della „ Somma" di sant'Antonino tra- 
dotta in italiano pe^- quei parroci che non comprendono 
il latino, e se ne faccia magari unajtraduzione illirica. 

Il vescovo Valerio nel ritorno toccSTanSlme nostre 
isole, celebrò con Insolita solennità a Ossero la festa del 
santo patrono (1 giugno) e alle norme generali sopra 
riportate aggiunse alcune disposizioni particolari per la 
diocesi nostra. ^^) 

Nel 1614 Coriolano ottenne di essere liberato dalle 
cure della diocesi, che passò „per Hberam designationeni^ 

") Farlati, 1. e. pag. 217. 



— 85 — 

al nipote Ottaviano Gar^adoW (1615-32), la cui memoria 
è raccomandata al sinodo diocesano convocato nel 1624.^^) 

Al secondo Garzadori, morto in giovine età ^^), suc- 
cesse Mard Antonio dei conti Verità di Verona (1633-50), 
il quale dopo la visita canonica raunò egli pure il sinodo 
nel 1636, .promovendo T educazione e la disciplina del 
clero. 25^ 

Nel 1647, essendo assente il vescovo, la diocesi fu 
visitata da Valerio da Fonte, arciprete e poi arcidiacono 
della metropolitana di Ztira, per incarico di papa Inno- 
cenzo X. Annunziata la visita da Cherso il 30 decembre 
1646, il visitatore fu a. Ossero alla fine del febbraio, si 
recò quindi a Lussin, toccando per via tutte le ville. 
Ogni sacerdote all'esame personale doveva presentare ì 
libri liturgici da lui usati. Alcuni sacerdoti dichiarano di 
n CT saper leg^Lfìm il latino e due si trovano neir impos- 
sibilità di sottoscrivere i protocolli, perchè ^n sanno 
c^fj'iyf fi;^.! 2fi) j^i-a i molti decreti pubblicati inquesf lli- 
contro anno importanza per noi quelli che riflettono i 

^^) Il Farlati ignora questo sinodo, ma gli atti rispettivi si 
trovano neir archivio vescovile a Veglia nei fogli 1089 — 1115 del 
fascicolo del vescovo Garz adori. 

^*) Ecco la pietra sepolcrale postagli dai nepoti a Vicenza 
nella chieda di San Michele : Octaviano Garzadoro ob resignatioriem 
Corìolani patrui praeter aetatem gratia Paul! Quinti Pontificis Epi- 
scopo Anerensi prudentia singulari immatura morte erepto Corio- 
lanus et Ludovicus fratres. Farlati, 1. e. pag. 218. 

*•') Farlati, ibidem. 

'^^) Queste poche notizie debbo alla cortesia del M. R. don 
Marco de Petris, vicario corale a Veglia, al quale rendo anche qui 
cordiali ringraziamenti. Gli atti della visita trovansi neir archivio 
vescovile e già il vescovo De Bossi ne comprendeva l'importanza, 
quando nella sinodo di cui si ^parlerà più tardi, ordinava „che gli 
atti di Mons. Rev.mo Valerio Ponte arciprete di ZarJi.... sieno di 
nuovo ligati et numerati li fogli.** ' ^ « 



f 



— 80 — 

costumi del clero, la celebrazion della messa secondo il 
rito romano, lo studio della teologia pastorale e l'istru- 
zione religiosa del popolo. ^*) 

Il vescovo Marc'Antonio morì a Cherso nel 1650.^^) 
Il successore, Giovanni de Rossi, dev'essere senza dubbio 
annoverato fra i più benemeriti nostri vescovi. 



*') I sacerdoti di Lussinpiccolo e Lussin^rande presentano 
il libro della Dottrina Cristiana in illirico. 

**) Nella collegiata si vede la sepoltura con un' iscrizione 
latiiia e lo stemma. 



IX 



Nato a Chio di nobile famiglia, Giovanni de Rossi 
iniziò la carriera ecclesiastica a Venezia come logotenente 
generale del nunzio apostolico D* Elei. Fu quindi vescovo 
di Zante e Cefalonia, poi di Spinalonga, donde nel 1653 
fu trasferito alla diocesi di Ossero, di cui per sedici anni 
fu più che rettore, padre affettuoso. 

Nei primi dieci anni visitò ben quattro voltt* le 
città e i villaggi tutti e nel 1660 convocò quel celebre 
Sinodo, la cui memoria perdura tuttora nelle tradizioni 
del popolo. 

„I1 nostro fine — scrive il vescovo nel decreto di 
convocazione ^) — è di estirpar li vitij e peccati^ d'in- 
trodur e stabilir le virtù, li buoni costumi, la vita esem- 
plare, d'accrescer e conservar il Culto del Signor Iddìo, 
la riverenza alle Chiese, la veneratione à Santi Sacra- 
menti, et in somma con una buona riforma placar il 
Signor Iddio." E più tardi ripete le stesse parole signi- 
ficando che le sue cure sono rivolte contro „li vitij, e 
peccati, gli abusi et corruttelle massime degV Ecclesiastici." 

Il sinodo si tenne nella cattedrale nei giorni 11, 12 
e 13 di aprile 1600 e furono emanati trentotto decreti. 
Raccolti e pubblicati dallo stesso vescovo a Venezia 



^) Dato a Ossero addi 9 febbraio 1660. 



— ss ~ 

formano un bel volume: nel quale tante sono le notizie 
suHo^ stato (iella diocesi e tanti i rimedi dal, santo ve- 
scovo consigliati^ che davvero è fatica degna occupar- 
sene qui a lungo. '^) 

Date alcune regole sul vestito de' sacerdoti, il 
Vescovo proibisce ogni sorta di „negotij et mercantio, 
essendo cosa sordida ed indegna di un Ecclesiastico^; 
permette soltanto che „ essendo molto povero il Clero di 

*) Decreti sinodali della diocesi di Ossero e Cherso. Pub- 
tìicati nella Prima Sinpdo di Monsig. Illustriss. e Revereiidiss. Ve- 
scovo (xiotftmni de' Fossi, celebrata il dì 11, l!2 e 13 Aprile 1660. 
Dedicati airEminenttssimo e Reverendiss. signor Cardinal D'Elei. 
In Venetia MDGLX. Appresso Andrea Giuliani. 

Perchè si veda come i decreti tocchino ogni lato della vita 
ecclesiastica, riporto qui la ^tavola deUi decreti sinodali": 1. D'es- 
sersi principiata la Sacra Sinodo. ± Del modo di vivere. 3. Delli 
ministri sinodali. 4. Del non apportarsi pregiudizio circa la pre- 
cedenza. 5. Della professione della Santa Fede. 6. Della. Dottrina 
Christiana. 7. Della Sacra Predicatione. 8. Della Gongregatione di 
Casi. 9. Della Theologale. 10. Della Vita, et honestà degli Eccle- 
siastici. 11. Delli Capitoli et elettione ^egli Ecclesiastici. 12. Del- 
l' officio di Piovani, e Curati, 13. Delli chierici. 14. De' Santi Sa- 
cramenti in genere. 15. Del Sacr. ilei Battesimo. 16. Del Sacr. della 
Chresima. 17. Del Santiss. Sacr. dell'Eucharistia. 18. Del Santo Sa- 
crifìcio della Messa. 19. Del Sacramento della Penitenza. 120. Del 
Sacr. dell'Estrema Ontìone. !^l. Del Sacr. dell'Ordine. 22. Del 
Sacr. del Matrimonio. 23. Delle Sacrosante Chiese, et culto di esse. 
24. Delle Sacre Reliquie. 25. Dell'Indulgenze. 26. Dell' Offitio Di- 
vino. 27. Degli Offitij Divini particolari della diocese. 28. Dell' os- 
servanze delle Feste. 29. Dell'osservanza di digiuni. 30. Delle sacre 
Processioni. 31. Delli Mortorij. 32.- Dell'Entrate del Vescovato, degli 
altri Ecclesiastici della fabbrica e di poveri. 33. Di Padri Regolari. 
34. Delle Sacre Monache. 35. Della Curia Episcopale. 36. Del de- 
positario delle pene. 37. Del' Palazzo Episcopale. 38. Dèlia fine 
della Sacra Sinodo, et dell'osservanza della medesima. — Instru- 
mentum Publicum de Actis per tridruum in' Synodo Auxerensi diebus 
11, 12, 13 Mensis Aprilis 1660. 



— 89 - - 

questa Diócese, per la tenuità di benefictj e di loro pa- 
trimoni], possino attendere a_oji psj^e rrJtJJLjjj^ll^ pesca, j 
coltivar Je loro terre et a far alcun esscrcitio m casa 
honorato, col quale si possino sostentare." Raccomanda 
„la temperanza del mangiare et bere et a fuggir le 
conversationi pericolose et le prattiche di donne et altre 
persone scandalose"; inveisce contro quelli „che ardiscono 
viver in concubinato" e rammenta che ,, non può chi ha 
hauuto figliuoli illegitimi ascender ad* alcuna carica Ec- 
clesiastica." Proibisce ancora „il portar Tarmi di qua- 
lunque sorte, le caccie clalnitose con archibugi ò cani ; 
li giuochi delle carte et dad», et altri illeciti, l'andar alle 
tauerne et à magazzeni di vino." ^). 

Passando alF „offitio di Piovani et Curati" viene 
osservato che „non basta esser Sacerdote, et esser dotto 
per essercitar una tanta carica, se mancano la bontà, il 
buon esempio, le virtù et in particolare un'ardente carità 
verso il prossimo." Nessuno dovrà esser eletto ad alcuna 
pievania, cura o cappellania senza esserci presentato prima, 
all'esame dinanzi al vescovo e agli esaminatori sinodali 
„ accio in caso non fossero conosciuti idonei et sufficienti 
per mancanza della litteratura, ò d'alti i requisiti neces- 
sarii, non habbino à trauagliar se stessi et altri per haiier 
l'eletione mentre saranno sicuri di non esser approvati." 
Raccomandasi in fine ai Curati di tener con diligente 
esattezza i libri dei battesimi, della cresima, dei matrimoni 
e dei morti. ^) 

Ma più importanti di queste disposizioni e delle 
altre che per brevità omettiamo, sono per noi quelle 
che concernono l'educazione dei chierici. „La gran tenuità 

^) Decreto X: Della vita et honestà degli Ecclesiastici. 
*) Decreto XII: Dell' offìtio di Piovani et Curati. 



— 90 — 

delle rendite ecclesiastiche non lascia applicar T animo 
alla fondatione d' un Seminario per l' educatione dei 
Chierici." Perciò in ogni chiesa maggiore, i giovani che 
vorranno dedicarsi al sacerdozio, saranno messi sotto la 
sorveglianza del capo della chiesa che „invigilarà circa 
la loro uita, studij et costumi, con auisarci di quattro 
in quattro mesi li loro auanzamenti alla devotione, bontà 
et uirtù, sicome anco di loro mancamenti." Compiuto 
questo primo corso di studi, il parroco farà ,,la denuntia 
pubblica" deirordinando per tre volte consecutive, invi- 
tando tutti quelli che sono *a conoscenza di eventuali 
impedimenti, a farlo sapere, al vescovo. Fatto ciò e man- 
date le informazioni alla Curia, gh ordinandi dovranno 
presentarsi agli esaminatori „per esser esaminati, nel che 
si procederà con ogni carità et piaceuolezza, non però 
si ammetteranno quelli che non sapranno le cose neces- 
sarie all'ordine che ricercano." Anzi „se hau eranno di- 
fetto in alcuna di dette' cose, oltre che non saranno 
x>rdinati,'^ per la prima et seconda volta saranno puniti 
di buone staffilate, per la terza staranno un mese in 
prigione, et per la quarta come incorregibili priuati 
(Iella veste.'^ ^) — Ricevuto Tordine sacro nessuno potrà 
celebrar la messa prima di esser „bene essercitato nelle 
sacre Cerimonie et appi™ouato dal Cerimonìsta ò da altra 
persona di nostro ordine." ^) 

hi generale poi i sacerdoti, anche dopo ordinati 
dovranno „ darsi alla lettione di buoni liÌ3ri, leggere con 
diligenza le mbriche del messale, et mandarle ben a 
memoria, auertendo che non basta saperle, se insieme 
non si procura d'imparar a praticarle." "^j I libri di studio 

^) Decreti XIII (Delli Gliierici) e XXI (del Sacram. tlell'ordine). 
^) Decreto XVIII : Del Santo Sacrifitio della Messa. 
') Ibidem. 



— 01 — 

e di devozione si dovranno „ presentar nel termine di 
mesi tre al vescovo per esser riconosciuti et notati in 
essi la presentatione e di chi sono, acciò non si piglino 
ìmprestito, et con inganno si presentino anco d'altri." **) 

E r opera così benefica il vescovo Rossi coronò cori 
due istituzioni che giovarono assai alla cultura del clero: 
voglio parlare della „Gongregatione di Casi" e della 
„Theologale". 

La „Congregation di Casi" doveva tenersi una volta 
al mese nelle cinque chiese più importanti della diocesi: 
Ossero, Cherso, Caisole, Lubenizze e Lussingrande. A 
Ossero dovevano intervenire non solo i canonici e gli 
altri sacerdoti del capitolo cattedrale, ma anche i curati 
e cappellani di Neresine, San Giacomo, Belici, Ustrine, 
Puntacroce e San Giovanni. A Cherso erano obbligati a 
non mancare i sacerdoti della collegiata, mentre „ essendo 
numeroso il clero" gli altri preti erano esenti. A Caisole 
doveva esser presente anche il cappellano di Dragosetici 
e a Lubenizze oltre al pievano e al cappellano del luogo 
i sacerdoti di Bucchieva, Orlez, Vrana e San Martino. ^) 
A, Lussingrande in fine convenivano anche i sacerdoti 
di Lussinpiccolo, il curato ,,del Sansigo". il cappellano 
di Ghiunschi, „che in caso fosse nella Villa di San Gia- 
como, debbia venire alla congregation in Ossero." — In 
queste radunanze si proponevano dall'uno o dall'altro dei ( 
sacerdoti dei casi di coscienza, che venivano poi discussi 
e definiti alla stregua dei canoni e di certe regole speciali. *") * 

La seconda istituzione, la teologale, dovette riescir 
ancor più utile della prima. ,, Acciò gli Ecclesiastici — 



*) Decreto Vili : Della Gongrei^atioii di Gasi. 
•) Di queste ville, tutte, eccettuata Ruccliieva. anno ancor 
oggi proprio curato. 

''') Decreto Vili. 



— 9l2 — 

dice il decreto di fondazione *^) — onninamente sì de- 
vijno dagli impieghi illeciti, in particolare dall'ozio eh* è 
padre di tiitti li vitij, et si diano alle virtù necessarie 
alla dìrettione di sé stessi e degli altri ancora, in con- 
formità al sacrò Concilio di Trento ordiniamo, che il 
primo Canonicato, che vacarà nella nostra chiesa Catte^ 
drale sia et s' intenda eretto in Theologale, del quale il 
provveduto sia obbligato legger ogni lunedì in lingua 

^JtaUanxi per intelligenza anco di chi non intende la 
lingua ^atina, per il^che anco non deverà leggere ma- 
terie scolastiche ò inutili, et di niun servitio, ma morali, 
facili et necessarie à sapersi, come di sacramenti, di pec- 
cati, di censure et. altre materie simiH d'esser ogni anno 
assegnate da noi." La stessa cosa* era stata ordinata 
ancor prima *^) per la collegiata di Cherso „ch' è assai 
insigne per le degne condizioni del luogo e per esser 
numeroso il clero, del quale si prouede di Curati d'anime 
molti luoghi della dìocese, et spesso di Canonici, et anco 
delle Dignità l'istessa Cattedrale." Tutti i sacerdoti^ che 
non potessero addurr^^ un impedimenta plausibile, erano 
teiluti ad assistere alle letture e i chierici si doveano 
„notare le cose più notabili di piascuna lettura, che 
haueranno ascoltato, per mostrarle poi a Noi (al vescovo), 
quando verranno all'ordinatione, il che noa facendo, non 

■ saranno ordinati." 

Non è a dire quanto giovamento abbiano arrecato 
alla chiesa diocesana queste sapienti cure del vescovo 
Rossi ; come non deve tacersi la lotta eh' e' fu costretto 
a sostenere contro i preti ignoranti e però appunto riot- 
tosi. Onde al suo protettore, il cardinal D' Elei, scrive : 

*') Decreto IX: Della Theologale. 
^^) Decreto 10 febbraio 1()55. 



*^) Lettera dedicatoria dei Decreti Sinodali. — Noto qui 
ancora, che il vescovo Rossi fece rilegare ed ordinare tutti gli atti 
dell'archivio, di cui estese un catalogo, che maiidò in copia al Pa- 
triarca e all'Arcivescovo. „Gon questo, prouedimento si conserua- 
ranno le scritture et non si strazzaranno li fogli, com' è stato fatto 
per lo pa,ffsato". Decreto XXXV: Della Curia Episcopale. 

^*) Testamento del 12 gennaio 1666 ~ Carte volanti ridotte 
in libro nel 1748 — Archivio capitolare di Ossero. 



\ 



— 93 — 

;;Sà Iddio quanti disaggi ho palilo, eccitati dal Demonio 
sotto pretesto ch'io volessi tentare, et introdurre novità.** ^'^) 

Non contento di ciò, il pio vescovo volle ricordarsi 
della sua c^iiesa anche in morte: legò dugento fiorini a 
ciascuna delle chiese di Ossero, Cherso e Veglia e la sua 
biblioteca di opere ascettiche e teologiche divise fra i 
capitoli di Ossero e dì Gherso „per seruitio della Theo- 
logale!" '*) 

Il de Rossi morì a Venezia in concetto di santo e 
la niemoria di lui restò sempre scolpita nelìaTlninte' e \ 
nel core di quanti al culto della patria uniscono quello 
de' suoi benefattori. ' 

Gli successe nel 1666 Matteo SorivanélU da Faro, 
conosciuto non solo per la rara cultura e V insigne pietà, 
ma benanco per gV importanti offici sostenuti prima nella 
Germania. Di lui la nostra chiesa però non ricorda spe- 
ciali benemerente. Morendo nel 1672 lasciò la cattedra 
a, Simon Gaudenzio, nobile spalatino, arciprete della 
chiesa di San Girolamo a Roma. Durante il suo episco- 
pato insolitamente lungo — morì nel 1719 — fé' rifiorire 
le tradizioni del Rossi o meglio ancora quelle dell' illustre 
suo omonimo, il santo vescovo Gaudenzio, nostro pro- 
tettore. 

Visitata la diocesi parecchie volte, convocò il sinodo 
diocesano nei giorni 6, 7 e 8 maggio 1696, con gran 



— 9i — 

concorso di sacerdoti e non lieve utilità della chiesa. '^) 
Di fatti rimessi in vigore i decreti del sinodo dell' anno 
1660 ^% altri ne promulgò sovra le stesse materie. E 
tanto utili sembrarono anche al veneto governo, che il 
doge Silvestro Valerio ingiunse al conte-capitano di Cherso 
ed Ossero, Giacomo Morosini, „di dar subito gli ordini 
perchè venga prestata da canonici e da chi si sia la 
dovuta esecuzione et ubbidienza; e tanto più, quanto che 
intendiamo esser eseguiti in contraditorio giuditij a suo 
favore in Nunziatura." *') 

Avanzato negli anni ed esausto di forze, pur non 
volendo che i frutti delle sue fatiche andassero perduti, 
Simon Gaudenzio die' V incarico di visitare ancor una 
volta la diocesi al vescovo della vicina Arbe, Vincenzo 
Lessio, Il quale tanto bene disimpegnò il ricevuto com- 
pito, che i canonici della cattedrale mandarono una 
supplica all'Arcivescovo, affinchè, imminente essendo la 
morte del vescovo Gaudenzio, volesse trasferir alla nostra 
diocesi il Lessio, che s' era dimostrato quant' altri mai 
atto a continuare l' opera riformatrice. ^^) Senonchè già 
l'anno dopo a Vincenzo Lessio toccò la cattedra di 
Veglia e quando nel 1719 cessò di vivere a Cherso il 



^^) I decreti di questo sinodo, ricopiati nel 1769 da un certo 
Pre' Antonio Detcovicli, io potei avere dalla cortesia dell' egregio 
dott. Giampiero Moise di Cherso, nepote all' illustre grammatico 
abate Giovanni, fra le cui carte appunto questo manoscritto fu 
trovato. 

*") Decreto VI: Che debbano osseruarsi et eseguirsi le con- 
sti tuz. ni, et ordini della Sinodo Diocesana celebratasi nell' anno 
1660, pag. 15. 

^^) Ducale i20 luglio 1697, presentata al conte addì 3 ottobre 
e intimata al clero diocesano il giorno stesso. 

^'') Lettera „data Auxeri VII: Julii an. HH.'* 



— 95 — 

vescovo d' Ossero, fu eletto a succedergli Nicolò Drazich 
da Spalato^ da quattro anni vescovo di Nona. 

Questi nominò . subito un auditore ecclesiastico, che 

10 aiutasse e sostituisse nel disimpegno di tutti gli af- 
fari, affinchè fosse più sollecitamente provveduto ai gravi 
bisogni segnalatigli durante le fi-equenti visite canoniche.*^) 

11 primo ch'ebbe tale ufficio, si fu Giuseppe Milanese ^% 
arcidiacono della cattedrale, dottore in sacra teologia ed 
appassionato raccoglitore di patrie memorie, che servirono 
non poco al Padre Riceputi. ^*) 

I vescovi che ressero la diocesi dopo la mx)rte del 
Drazich, avvenuta nel 1737, furono: Giovanni Ferro da 
Villanova su quel di Verona (173^-42), Matteo Cardnian 
da Spalato (1743-45), elevato poi air arcivescovado di 
Zara, Nicolò Dinarizio pure da Spalato (1746-57) e 
e come il suo precessore, eletto pòi arcivescovo di Spa- 
lato, Bonaventura Bernardi (1 757-81), Simon Spalatino 
da Arbe (1782-98) e finalmente Francesco Fietro Rac- 
camarich da Pago, col quale nel 1815 si chiude nobil- 
mente la serie de' nostri vescovi. 

* 
* * 

Ma in tutta questa lunga e difficil opra, che po- 
trebbesi chiamar anche lotta contro Y ignoranza e la 



^^) Farlati, op. cit. pag. ±2% 

*") La famiglia Mi/anes occupa il terzo posto nel „ Prospetto 
delle famiglie patrizie di Segna secondo Tanzianità delle loro pa- 
tenti. Magdié, Popis palricijskih i gradjanskih porodica senjskih 
od god. 1758, in Starine lib. 17, pag. 50. 

^') Prospectus Illìrici, cuius Historiam describendani typis- 
S(jue mandandam suscipit P. PhUippìis Riceputi, in 4", di pag. 
"ìi. — Patavii 1720 e Romae 1738. Le carte del Riceputi, più che 
trecento volumi, passarono al Parlati e poi a Jacopo Coletti, che fu 
il conthiuatore e il correttore dell' lUyr. sacr. 



— 96 — 

scostumatezza, i nostri vescovi ebbero sempre Tappoggio 
delle autorità civili. Non è compito nostro di ripetere qui 
tutte le cure che il governo veneto in i^gni tempo e in 
ogni luogo si prese per il bon oFdine e il decoro del 
sacro culto, per la decenza e la devozione de* sacri templi 
e speciahnente per la morigeratezza del clero. ^*^) Né 
vorremo ricordar novamente i precisi ordini impartiti 
dai dogi a' loro rappresentanti affinchè facessero eseguire 
le costituzioni dei sinodi diocesani. Accenneremo soltanto 
ad alcune disposizioni speciali, con cui le nostre leggi 
statutarie e i nostri rettori cercarono di tener lontani- i 
saceiHÌoti da occupazioni mondane, affinchè ogni loro at- 
tività potessero dedicare alla sacra vigna del Signore. 

Già ' il nostro Statuto municipale proibiva „che 
nessun de che condicion se uoia sia ardido dar ad 
algun prete ouer chierego alguna marcadantia a vender...-, 
conzo sia insta e laudevol cossa che chierici più tosto 
ai officij de dio debia seruir che atender a le niercaL- 
dantie/' '^^) Qualmente „ nessun chierego possa alguna 
cossa de comun comprar al incanto ne esser colector 
per se ouer per altri de alguna colta de comun." ^*) . 

Non e* è contercapitano, che nel proclama, con cui 
si presenta al popolo, non faccia cenno delle chiese e 
elei sacerdoti e non prometta di „preservare e possibil- 
mente aumentare il culto della Religione che è la base 
fondamentale d*ogni ben regolato governo." '^^) 

'^) Leggasi per questo la Memoria Storica di A. Sagredo: 
Leggi Venete intorno agli Ecclesiastici sino al secolo XVIII, nel- 
r Archivio storico italiano, Serie III, tomo II, pag, 92 — 133. 

'") Statuto ms. Segond© libro, cap. 101. 

^*) Ibidem, cap. 141. 

'*^) Archivio di Ossero, voi CGGLXXIX, fase, d : Proclami e 
Incanti (i26 agosto 1773). 



— \n — 

Noi lOOG il conte-capitano Pietro Badoer ordina 
che „ ninna persona ecclesiastica non possi stipular ia- 
^tromenti, testamenti, breurarij, codicilj, contratti, ne meno 
à notar alcun atto publico et quelli che dà l'oro saranno 
fatti siano nulli et reuocabili." ^^) E un proclama sulla 
stessa materia pubblica nel 1693 anche Giacomo Zane, 
permettendo soltanto che atti notarili si possano esten- 
dere anche da sacerdoti nel caso che le persone „si 
troùassero redotte negl' ultimi periodi della loro Vita senza 
pot,er prettender alcun pagamento per lor mercede.** ^") 

E così interrompiamo questa disadorna enumera- 
zione di fatti, per trarne nel prossimo capitolo le naturali 
conseguenze per il nostro assunto. 



•>•<• 



'•') Decreto 12 giujjriio lOOO, Statuto ms. 
'^') Decreto 80 aprile 1(>93, Catastico della città di Ossero, 
a carte oO C. 



X 



Rifacendoci ora a quanto siauio andati lin qui nar- 
rando, dobbiamo ripetere ancor una volta, che le con- 
dizioni nelle quali^.iLglagolisnio s'introdusse nelle nostre 
chiese e fiorì, sono tali da'^cludere assolutamente ogni 
idea di privilegiò. Soltanto l'ignoranza e T insuBordina- 
zione de' sacerdoti poterono far tollerare nella liturgia 
una lingua, che per noi almeno non fu mai normale e 
spari quindi a poco a poco col crescere della cultura e 
col rassodarsi della disciplina fra il clero diocesano. 

Di fatti non è già che le nostre chiese di campagna 

abbiano adottata una volta per sempre la lingua slava 

e r abbiano mantenuta ininterrottamente per secoli e 

secoli, come avviene di cosa acquistata per diritto. 

/ „ Ovunque nei villaggi delle isole tutte — scrive il ve- 

^/ scovo Raccàmarich — quando il parroco non conosce 
) altro che il glagolitico, celebra in glagolitico, ma se in- 
\ / tende il latino, celebra in latino." *) 

È quindi gratuita Y asserzione di mons. Sterk % 
fondata soltanto sulle palmole del canonico Volane, che 
„in tutte le curazie e le parrocchie delle nostre isole, 
meno le città colle sedi vescovili, la lingua Kturgica era 



\ 



') Vedi Appendice I di questo libro. 

^) Lettera al Podestà di Ossero, 7 febbraio 1896, iium. 15. 



— 99 — 

l'antica slava vulgo glagolitica." L'attualo vescovo di 
Trieste avrebbe flovuto leggere almeno il Farlati, il Ca- 
raiuan e il Kopitar e accontentarsi di dire che ^ nella 
(diocesi di Zara e nelle tre suffraganee d*Arbe, di Ossero 
e Veglia, tutti sono illirici toltene le cattedrali e le col- 
legiate di Pago e di Cherso"' ^) e avrebbe detto ancora 
grave errore. Poiché, per citare un solo esempio, già negli 
atti della vìsita apostolica del da Ponte (1G47) il parroco 
di Lubenizze dichiara: „Hò un capellano che m'ajuta 
nella cura, che è dell' idioma illiiico, onde non m'ajuta 
neir ufficiatura, essendo stato uso per lo passato che 
anche il cappellano sia latino.'^ 

Ed appunto peroliè la lingua slava, sebbene più 
tardi fosse stata dai pontefici permess^i o tollerata, si 
adoperava nelle chiese rurali della nostra diocesi solo 
quando non fosse possibile di avere sacerdoti istrutti 
nel latino, la lingua latina non cessò mai di essere la 
vera e legittima lingua liturgica; imperochè „la conces- 
sione del linguaggio illirico fu una dispensazione interi- 
nale dair idioma generale della Chiesa ignorato dal clero 
iUirico: non un precetto ch'escludesse il primario universal 
idioma Latino. Tutt' altro che escluderlo è la dispensa 
stessa che raccomanda l'uso della liturgia latina nono- 
stante la necessitata concessione della glagolitica." *) 

Perciò uno storico croato dovette deplorare aperta- 
inente che „la diocesi di Ossero, una delle più antiche 



') Sotto il titolo Glagolita Closianus, Bari. Kopitar pub- 
blicò nel 1836 a Vienna con carateri cirilliani dodici manoscritti 
che prima erano appartenuti al convento di Gassione presso Veglia, 
e fece precedere una breve introduzione suir ortografia e sulla li- 
turgia glagolitica. Cfr. Memorie sloriche sopra alcuni conventi della 
Dalmazia, Venezia 18i5. pag. (Sii. 

*) Parole del vescovo Raccamarich. Vedi App. I. 



— 100 — 

che sieno state fondate sulla terra croata (!), è rimasta 
sempre latina, che i suoi vescovi fuaono molte volte 
acerrimi nemici e mai amici della liturgia slava, la quale 
in tutta la diocesi di Ossero non fiorì come neirattigua 
di Veglia e non lasciò di sé monumenti scritti/' ^) Di fatti, 
ove si eccettuino alcune matricole parrocchiali e qualche 
vecchio missale che si conserva nelle sagrestie come 
memoria- di un tempo che fu. non si rinvennero nelle 
nostre due isole „ documenti d(4 diritto civile glagolitico," 
come con frase pomposa- si chiama ogni carta, ogni 
Basso scritto coi cai^atteri cirilliani. SuU' isola di Veglia 
ci furono ^ vero., sacerdoti editori di messali e di bre- 
viarì glagolitici; si raccolsero statuti, documenti e lupidì 
in abbondanza*^); ma da noi nulla di tutto ciò, mentre 
la lapide, che già n^l 1517 s'immurava in una povera 
villa deir ispla di Lussin por ricordare Y erezion della 
chiesa, era dettata in italiano! '') ' 



') MUcetió, \w\ Vjestnik hrvatsko^a archeol. th-uzstva, VI, 1. 

'^) Fr. EaÓki, Staro-hrvatski glagolski nadpis u cfkvi sv. 
Lucije kod Baske na Krku, in Starine VII, 130 — 163 ; Órncié, Jo« 
obre glagolice na Krckom otoku, ibidem VII; Jos o glagolsk^m na- 
pisu u crkvi sv. Lucijé u drazi bascaiiskoj, ibidem, XX, 33^-49, Rad 
Jugosl. Akad. lib. 16 ; MUcetió, 1. e. ; Klodich-Sàbladoski, Slavische 
Spracbe und Literatur iu oest^rr.-m^g. Monarchie in Wort mid 
Bild. Kiistenlaiid, pag. !237 e segg.; Giov. Kobler, Meìiiorie per 
la Storia della Liburnica città -di Fiume, pubblicate per cura del 
Municipio, Fiume 1896, pag. 190. Vedi poi la Bibliografìa del Kn- 
kuìjevic e 1' articolo recente di A. Split, Stara glagolska knjiga i 
hrvatski naslov — nel Vienac di Zagabria, 1896 nr. 40. 

') À San Giacomo : NLO . GDINICH . FONDATOK . | M. D. 
PEPE RARI . VO . Dì . OSSERO . | GA . ERETTO . IN . PAROGGHIA . | 
4ESTA . CHIESA . S . M . ' MDXVII . — Sull'isola di Cherso e di 
Lussin le ùniche iscrizioni glagoUtiche ^oin» quelle dei co aventi» dei 
Terziari e una brevissima a Gaisole. Pochino davvero. 



— 101 — 

E in verità, riepilogando le notizie contenute nei 
due capitoli antecedenti, noi vedremo che celebrano in 
islavo quei sacerdoti, che al da Ponte nel 1647 dichia- 
rano di non- saper leggere in latino e magari di non 
saper neppur scrivere ne con caratteri latini né. con 
glagolitici; quelli per. i quali il vescovo Rossi nel lG60^^^.-<.^ 
e Simon Gaudenrfo nel 169G pubblicano i decreti dei i^ 
loro sinodi in lingua italiana „per intelligenza anco de 
semplici e perchè quasi tutti gli Ecclesiastici Illirici \ in- 
tendono." ®) E sono questi quei sacerdoti che formano 
quasi una categoria inferiore nel clero diocesano e sono 
frequentemente nominati non per esser lodati ; è ad essi 
che si rivolgono più spesso gli eccitanienti allo studio, 
alla pietà, all'ordine ^); è per ^ssi che si fanno eccezióni 
e si concedono dispense ^\ riconosciuti essendo come 
inetti a disimpegnare il loro munere con tutte le regole 
canoniche. 

E che la diocesi non riconosca come lingua propria 
r illirica, si prova anche col fatto che nelle solenni 
funzioni celebrate in occasione dei sinodi, si fa uso 



*) Decreto di convocazione del vescovo Rossi. Quello del 
Gaudenzio dice : „Li decreti sinodali si public^iranno in lingua Ita- i 
liana, la ((uale è intesa anco dagli Ecc.ci che in moUi luoghi (e .non 
in tutti dunque) dell'antedetta Nra Diocese celebrano i divini of- 
fici,] et amministrano li S. Sacrament i in IJT^g na TìlìrìP|| ■* 

•*) Esempio: ^Danniamo l'uso di alcuni Sacerdoti Illirici, che 
douendo andar à celebrar, la messa nelle Chiese lontane dall' ha- , 
bitato, ripóngono l'acqua nel vino nelle loro habitationi, e di quello ^ 
si servono poi all'Altare senza aggiungervi altra acqua, il che es- 
sendo contra il ritto della Santa Chiesa, X\ commandiamo ecc. Si- 
nodo Rossi, Decreto XVIII. 

*") Esempio: ^Prohibimo che si celebri senza la tauola dello I 

Scerete, dispensando nondimeno gli Illirici, che possino celebrare l,^ \ 
senza la tauola, che in Venelia non si trina in lingua illirica. Ibidenr / - : 



— 102 — 

esclusivamente del latino **), mentre non così avviene 
j^^e^aZagabria, c^ove durante i sinodi si avvicendano nelle 
inesse solenni il ^lagolìtico e il lat ino. ^*). 

Ma queste differenze devono a poco a poco scom- 
parire. I nostri vescovi comprendono la loro missione, 
eh' è quella di ricondurre, più educato e colto, il clero 
della diocesi air unità liturgica latina, e in quesf opra 
benemerita spendono ogni loro miglior energia, corno 
abbiamo particolarmente veduto. Oltre che nelle autorità 
civili, essi trovano potente aiuto nelle disposizioni della 
Santa Sede. 

Nel 1580 Gregorio XIII fónda il collegio di Loreto 
e ne affida ai Gesuiti *^) Y istruzione. Nel 1G27 Urbano Vili 
decreta di rimetterlo in piedi e .ordina ch'esso si chiami 
illirico, che vi resti fisso il numero di trentasei alunni, i 
quali debbano venir faiformati alle virtù e ai boni co- 
stumi e istruiti nella grammatica, nella filosofia, nella 
teologia, nel diritto canonico e nelle altre facoltà con 
speciale riguardo ai bisogni della nazione illirica. ^*) E 

") Sinodo del vescovo Simon Gaudenzio, decreto 5 maggio 

\rm. 

*') Ivan Thalcié, Prilog za povjesl zagrebackih sinoda u 
XV. i XVI. vieku, in Starine. XVI. 123 — l:2i: Ordo servandus in 
sinoio. 

'^) Il primo convento dei Gesuiti in Dalmazia fu fondato nel 
1()84 a Ragusa; a Trieste era stato eretto uno già nel 1619. Vedi 
Archeografo Triestino, voi. II, pag. 213. 

**) Collegium.... Illyricum appellandum, in quo in. posterum 
prior adolescentium numerus trigintasex videlicet, sacrosanctae 
domus Lauretanae ut olim proventibus, redditibus et proventionibus 
sustentari, ali, educari ac in bonis ecclesiaslicisque moribus, necnon 
in grammaticae, philosopbiae et Ibeologiae ac sacrorum canonum 
aliarumque facullalum necessitatesi. Illyricas concernenlium, disci- 
plinis ac studiis instrui. Theiner, op. cit. II, 12i. 



— 103 — 

fra le diocesi, messe a parte di questo beneficio, trovasi 
anche la nostra con un posto annuo, da assegnarsi a un 
chierico eletto dai capitoli di Ossero e di Cherso. *^) 

Intanto nel 1627 veniva fondato anche il collegio 
dei Gesuiti a Fiume con le scole latine e un proorio 
seminario, a cui accorrevano, mandati dai vescovi, molti 
giovani delle vicine diocesi. ^^) E anche il vescovo di 
Ossero Simon Gaudenzio stabiliva dalle sue rendite dei 
capitali, perchè fossero mandati annualmente a quel col- 
legio due chierici, da scegliersi dai capitoli di Ossero e 
di Cherso. ^") 

E come il vescovo di Trieste Bartolomeo Legat 
potè scrivere che „dopo T erezione del collegio dei Ge- 
suiti a Fiume spari a poco a poco l a liturg ia slaya^ '^). 
così anche noi possiamo ripetere le sue parole. Da questo 
seminario e da quello di Loreto *^) uscirono anche per 
la nostra diocesi i sacerdoti istrutti non solo nel latino, 
di cui servivansi nella celebrazion dei divini misteri, ma 



^'^) § 3 Similiter Sibenicensis, Vegliensis, Pharensis sive 

Lesinensis, Ausserensis, Gatharensis ecclesiis singulis locus unius 

alumni compelat, in quibus distribuendis Ausserensis Chersi 

oppidi pariter suae Dìoecesis eamden rationem quae supra tribus 

metropolitici s Ecclesiis praescripta est, habeant et habere teneantur. 
Ibidem. 

*'^) Notìzie maggiori su questo collegio si anno nelle già 
citate Memorie per la storia détta liburnica città di Fiume di 
Giovanni Kobler, cap. IX, pag. 105 — 122. Il Collegio cessò di esi- 
stere ai 22 settembre 1773, dopo che Clemente XIV con la bolla 
21 luglio 1773 ebbe abolito l'ordine dei Gesuiti. 

'') Farlati, op. cit. pg. 222. 

^'*) Lettera scritta nel 1857 al prof. Ginzel e da questo pub- 
blicata nella citata sua opera sugli apostoli slavi, pag. 173. 

^^) Questo venne chiuso per la prima volta nel 1797. Vedi 
Bianchi, Fasti ecc. 



w 



— 104 — 

eapaci altresì di predicare e ,di esercitare la cura del- 
l' anime in islavo nei villaggi slavi o di popolazione 
mista. Onde tuttigli scrittori della nazione convengono 
neir attribuire specialmente a^gag^ordin ey le ligiosoil 
ritomo della chiese del[e nostre regioni^ al rito latino ^^ ) 
e non pochi dei moderni paladini del glagolismo invei- 
scono con parole non sempre cortesi contro i Gesuiti, 
eh* essi chiamano acerrimi nemici di tutto quanto sappia 
di slavo, mentre, dovrebbero esser grati a -chi risollevò 
il morale di molte diocesi litoranee.*^') 

Ma le cose neir antica nostra diocesi andavano di 
bene in meglio. Nella seconda metà del secolo XVII e 
in tutto il XVIII vediamo- fiorenti a Gherso e Ossero i 
seminari diocesani, che accoglievano giovani levati da 
tutte le ville delle isole. Il numero degli alunni varia da 
sei a dieci per ogni seminario. ^^) 

Nel 1729 papa Benedetto XIII, esaudendo le rei- 
terate istanze déirarcivescovo di Zara, Vincenzo Zmajevich, 



***) Gius. Mikoczi, Olia Groatiae, pag. 242 : hiiliò saec. XVI. 
sacerdoteseiagoljiag^ non deerant. Hi defecerunl poslea, quam So- 
ciètas Je«u Zagabriae alibique ludos lìtterarios aperuit. — Pì*of. 
Ante Ma&uranié, Programm zagreb. Gymn. 1852, pag. 15: U ovih 
jesuitskth skó*ah odhranjivali su se domaci sino vi na tudjinski 
naciii, kao pravi tudijni etc... a to sve ucinili su dobrom nakanom, 
da zataru uspomenu toga barbarstva medju nasini narodom, i da 
nebudu morali kada procrveniti se od srama pred kojim tudjincem, 
ako.bi spazio, da stara hrvatska pisn^a nisu pisana u Ijudnim la- 
tinskim, nego barbarskim hrvatskim jesikom.* 

'*) Ad alcuni di qnesti denigratori, che non pai'lano «per 
ver dire", ma ,^ per odio d'altrui e per disprezzo" risponde per le 
rime aìiche il neonominato vescovo nostro, mons. Df. Antonio 
3fa/iwt(f, nel suo Bimski Katolik H, 197—203. 

*^) Il numero e i nomi de' chierici si ricava anche dai libri 
dello „ Status animari^m" della parrocchia di Ossero, conservato 
nell'archivio capitolare* Altrettanto dicasi per Gherso. 



_ 105 _ . 

sopprime le due abbazie commendate dì San Pietro di 
Ossero e di San Grisogono di Zara é ne devolve le ren- 
dite, dopo la morte dèi rispettivi abati, a beneficio del 
Seminario, che viene eretto a Zara e nel quale, più che 
altri, avevano diritto di entrare i giovani della nostra 
diocesi. ^^) . ' ' 

Per tutte queste ragioni nel secolo XVIII il glago- 
lismo andò decadendo e lasciando il posto> air idioma 
universale della chiesa. I sacerdoti che celebrano in illi- 
rico, sono diventati eccezione e si contano fra i più 
avanzati in età, educati alla scola vecchia nel villaggio 
natio dal pievano ancor più ignorante deiralunno. I sa- 
cerdoti giovani invece,^ usciti dai seminari di Loreto, di 
Fiume, di Zara e dai diocesani di Ossero e di Cherso, 
se pure conoscono lo slavo antico, preferiscono di cele- 
brare in latino, e se ne vantane) come di titolo di par- 
ticolare cultura. Questo fatto ^eccita Y emulazione degli 
altri sacerdoti, i quali si mettono a studiare da so la 
bella lingua del Lazio. E quando Tanno appresa, smettono 
ì'1J2nrbnj'o [^Infiìolito, commessi stessi lo chiamano. 

Ma questa specie di gara poteva esser cagione di 
gravi inconvenienti. Poteva darsi benissimo che un sacer- 
dote si cimentasse a celebrare in latino, senza conoscerlo 
bene, senza comprendere quindi tutto quanto leggeva 
durante la messa. Perciò i nostri vescovi stabilirono, che 
ogni sacerdote, non uscito dalla scuola latina, dovesse 
presentarsi agli esaminatori sinodali e fornir la prova di 



") Bolla 30 dicembre 1729. Bianchi, Fasti ecc. e Prospetto 
cronologico della Storia della Dalmazia. Zai'a, Battara 1803. Parte 
II, Storia Ecclesiastica. La fondazione Zmajevich, formata dai 
beni di queste due badie, esiste ancora. La nostra diocesi perciò 
dispone ancora di vari posti ih quel seminario centrale, che ven- 
gono goduti però massimamente dai cliierici slavi dell'isola di Veglia. 



> 



— 106 — 

avere famigliarità coir idioma latino. Appena allora rice- 
veva la licenza di celebrare in latino, prima per un'epoca 
di prova e poi per sempre. Questo metodo sapientissimo 
fu usato specialmente dal vescovo Simon Gaudenzio.^*) [/ 

Per cause indipendenti dal nostro bon volere non y 
siamo in grado di seguire più da vicino questo processo, 
in forza del quale nel secolo XVIII si fanno sempre più 
rare le chiese officiate in islavo. Notizie, diremo quasi 
statistiche, in proposito saranno contenute negli Atti delle 
visite canoniche dei vescovi che ressero la diocesi du- 
rante questo secolo: ititi troppo gelosamente custoditi 
nelVarchivio di Veglia.^**) 

Una prova però indiretta abbiamo nella lingua in 
cui sono tenuti i libri parrocchiali. Abbiamo detto prova 
indiretta, perchè l' esistenza di matricole parrocchiali, 
scritte in glagolitico, lasciano intatta la questione della 
liturgia, corneale matricole.redatte in italiano non provano . 
che in quei luoghi si funzionasse o funzioni ih italiano. 

^*) L'originale di una di queste licenze trovasi presso il M. 
R. don Domenico Muscardin, amministratore curaziale a san Gio- 
vanni. Eccola: ^Noi Simone Gaudenzio, Vescovo di Ossero, con- 
cediamo licenza al R.do don Isidoro Patisich sacerdote da Mihol" 
schizza *) per un anno venturo, principiando dalla prossima festa 
di Pasqua, possa celebrar la santa Messa anco nell'Idioma Latino, 
atteso che esso esaminato da Noi sopra le ceremonie del Santo 
Sacrifìtio della Messa tal Idioma sia stato trovato sufficientemente 
idoneo et uersato nelle medesime sacre ceremonie e nella lettura 
dell' istesso. In fede di che ecc." 

*) Miholschizza o, coni' oggi si scrive Miholjascica, dista 45 
min. da San Martino in Valle e conta circa cento anime. Dipende 
dalla Curazia di San Martino. 

^* *) Nel 173X il vescovo di Veglia Ant. Zuccheri ordinava 
a tutti i suoi chierici di apprendere tanto lo slavo quanto il latino, 
Jr sebl>ene a molti paresse soverchio peso l'apprendimento di due 
lingue. Farlati, op. cit. V, 315. 

r 



— 107 — 

Con tutto ciò r uso della lingua latina o italiana negli 
atti d'ufficio è segno evidente di maggiore cultura del 
rispettivo tenitore e dimostra ravvicinamento che andava 
compiendosi in tutte le parti dell' azienda ecclesiastica, 
alla consuetudine romano-latina; al modo stesso che la 
odierna slavizzazione degli uffici parrocchiali e l' imba- 
stardimento de' cognomi sono prove indirette si, ma 
splendide del fanatismo politico e nazionale panslavista, 
onde sono imbevuti molti de' nostri sacerdoti. 

Dallo „ Status personalis et localis" pubblicato dalla 
Curia vescovile si rileva, che in "molte chiese dell' isola 
di^ Chèrso e di Lussinje matricole parrocchiali nel secolo ^ 
XVI e XVn erano tenute in lingiia .^slava con caratteri 
glagolitici, come a San Giovanni, Unie, Caisole, Lussìn- 
piccolp e Lussingrande. *^^) 

Nel 1671 il vescovo Simon Gaudenzio ordina che 
„ quando il Piovano sappia scrivere in una et altra lingua" • 
nei registri parrocchiali „ scriva in J_ingj^ia illirica da una 
parte del foglio e di contro in lingua italiana." '^^) Nel i 
1732 il vescovo Drazich rinnova quest'ordine ingiungendo ^ 
ai curati „che nell'avvenire' non si scriuano gli battesimi 
con lettere illiriche, ma con lettere italiane e anche in 
linguJTTtaliana." '^"^j E perciò, sebbene in molti luoghi, 
ne' quali i registri erano da principio tenuti in islavo, si 
sia cominciato ancor prima a tenerli in italiano o in la- 
tino, dopo il 1750 quest'uso vige da per Tutto. ^") 

■^•^) Status personalis et localis dioecesis Vegleiisis prò anno i^ 
1895, pag. 31, :VX 30, 37. 3^ 

''^) Milcetié, Vjestnik ecc. • 

^') Ljtibié, in Rad Jugosl. Akad. znanosti i umjetnosti, kn. 
LVII, paj^. 18(i, nota 1 e Bonicelli ^^^ior'm dell' isola dei Lussini. 

'^^) A San Giovanni già dopo il lOfiO, a Lussingrande dopo 
il 1708, a Lussinpiccolo dopo il 1732. mentre il cappellano Don 
Gasp. Suttora vi annotava i battesimi in italiano ancora nel lf)08: 
a Gai sole dopo il 17552 e così via. 



. — 108 -- ' . 

Prima dr chiudere questo capitolo, forse troppo 
lungo, ci sia lecito ancora di rigettare come infondata 
r accusa che oggidì si. slancia coMro gli ultimi nostri 
vescovi, di essere stati mortali nemici del nome slavo. 
Poiché, ove così fosse stato, questi vescovi non si sareb- 
bero dati tanto le mani d'attorno per trovare sxicerdoti 
capacidi predicare in islavo e d'impartire in questa lingua 
r istruzione rehgiosa. Né il vescovo Dinarizip (174G-1757) 
avrebbe permesso che il suo cappellano, Gerolimo Bot- 
terini, pubblicasse in islavo una breve istruzione', per i 
giovani che s'accostano per la.prinla volta ai sacramenti 
della Penitenza e dell' Eucarestia, secondo il concilio del 
1725/*^); né Simon Spalatino avrebbe incoraggiato il 
canonico della cattedrale Alessandro Bonicelli a metter 
insieme un altro simile libercolo edito a Venezia ^nel . 
1762^^); e finalmente il vescovo Francesco Pietro Rac- 
camarich, che coronò l'opera riformatrice dell£u- liturgia 
e contro cui specialmente s' appuntano i dardi nemici, 
non avrebbe dato alle stampe un catechismo cristiano 
perni popolo slavo della sua diocesi. •^^) ^ 

Si noti ancóra, che fino al 1774 fu arcidiacono 
della cattedrale di Ossero, dunque persona di gran peso 

■^^) Ktdculjevió-SakéinsM : Bibliografia hrvatska, pag. 25, nr. 
. ^45: Butterin Jerolim, Losinjanin, kapelan biskupa osorskoga Ni- 
kole Dinarizia. Kratki nauk na korist duhoviiu onib koji se immaju 
parvi put priati na svetu ispovid i pricesteiije, prinieseii u s^oviiisk i 
jezik iz sabora Rimskoga uciiijena u vrime godista svet. ]\ÌDCCXXV, 
U Bnecih pri Bat. Occhi, 17i7, u 16.*^ str. 43. 

•^") Ibidem: Bonicelli Alex., iz Losi«ja veloga, kanoiiik stobie 
crkve Osorske. Dva iiauka mnogo koristna, s novim naciiiom u Icralko 
izTD m'acena na lasno uvìstiti neumitne, a nàvlasti toonih, koji 
parvi put imaju pristupiti na sv.-izpovid i sv. pricestjenje. U Mlelcih, 
170^2. pri J. Tapieru, u li2/* sii*. ,56. . 

^'X Ibidem, pag. 139, nr. 1()!^1 : Eakamàrió Franjo Pelar, 
bisknp osorski. Nauk kàrstianski u kratko skupljen i slo.zen..U 
MleLcicli. 1804. ù \±'' str. i24. - 



->- 109 — 

nella curia, il celebre Matteo Sovìcli, con-ettore insieme 
air arcivescovo Caraman de* messali .glagolitici, autore di 
un' inedita Grammatica Slavonica. ^'^) 

Ma fra V essere nemici della nazione slava, che sa^ 
rebbe cosa incompatibile col ministero apostolico, e il 
cercar di sostituire alla lingua glagolitica la latina nelle 
cerimonie strettamente liturgiche, il che corrisponde allo 
spirito delle bolle pontifìcie e de' concili provinciali, ci 
corre e molto. Anzi per essere veri amici del popolo 
slavo nel. senso cattolico si deve essere fautori della 
liturgia latina, che fu sempre > sempre, sarà il più stretto 
vincolo onde a Roma e al Pontefice sono unite tutte le 
genti della terra. Altrimenti con certe velleità nazionali 
non si sa mai dove s'andrà a finire, specie nei nostri paesi! 

E poi, che dahno mai andava a soffrire il popolo 
slavo coll'abolizione del glagolismo? 



'^) L' db. Fortis, Viag^'io in Dalmazia, 1 pag. 1)1, iicrive del 
Sovich fra altro quanti) segue: Ottenne in premio delle sue fatiche 
ì' arcidiaconato della Cattedrale di Ossero, dove visse contento in 
filosofica ^ace, dividendo lietamente coi poveri, e cogli ospiti quel 
poco cli'ei possedeva. Fu ricliianiate) a Roma più* volte pella cor- 
rezione/del Breviario; v'andò una sola e se ne tornò malcontento. 
Non abbandonò gli stùdi nella sua solitudine; e ne rende buona 
testimonianza 1-a quantità di pregevoli schede eh' io vidi più volte 
standomene presso di lui. Fra queste deve trovarsi una fatica con- ^— *^ 
dotta a perfezione, eh' è la Grammatica Slavonica ili Melezio I 
Smotrifiskij messa in latino, col testo a fronte, purgata dalle su- 
perfluità ed arricchita di nuove osservazioni per uso de' giovani 
Ecclesiastici Illirici. Quest' opera è tanto più meritevole di vedere 
la luce, quanto che la lingua sacra Slavonica, che si studia ne' Se- 
minari di Zara e d'Ahnissa, non ha grammatiche ben condotte e 
che, moì'Uf VArcidiacotio Sovich, noti v' è più (sia detto con buona 
pace de' viventi) chi possa a buon diritto chiamarsene Pi'ofessore. 
— Queste parole ò voluto rii)ortare affinchè si sappia a che cosa 
equivalga il nome del Sovich. 



-> HO — 

La risposta ù ovvia. In primo luogo la licenza di 
celebrare in glagolitico non era stata accordata per ri- 
guardo al popolo, il quale — scrive il Raceaniarich ^^) 
— „ tanto avrebbe inteso il Glagolito quanto intenderebbe 
l'Arabo o T Irlandese." D'altro canto nella parte 'de' di- 
vini offici, destinata all'intelligenza popolare, nulla veniva 
mutato. Gilè rimaneva in tutto il suo vigore il così detto 
Schiavetto, eh' è — lo si noti bene — una raccolta di 
epistole >e di vangeli e magari anche di orazioni e di 
prefazioni in lingua slava volgare e con caratteri la- 
tini. Queste parti della méssa, che venivano cantate al 
popolo in volgare anche quando il sacerdote celebrava 
in glagolito, contfnuarono ad echeggiare sotto le vòlte 
delle chiese rurali anche dopo la reintroduzione del latino. 

Quest' uso dello Schiavetto non à nulla a che ve- 
dere colla liturgia slava propriamente detta; è un costume, 
concesso al popolo slavo ad imitazione del privilegio a<:- 
cordato ai Maroniti di cantare l'epistola e il vangelo in 
avabo'^*) e che allo stesso Concilio di Trento „non parve 
dannevole^",^^) Tanto è ciò vero, eh' esso vige tuttora 
onclie in chiese nelle quali non fu mai celebrata una 
messa in glagolito, come neli' insigne collegiata di San 
Girolamo degl' Illirici a Roma ^% in molte chiese latine - 
della diocesi di Ragusa ^^j e, quel che più importa a 

^^) Appendice I. 

^*) Pesante, op. cit. pag. 9, nota 1. 

') Vedi cap. VI. nota 10 di questo studio. 

^") lii questa collegiata si celebra sempre in latino e solo 
per un privilegio di Sisto V è permesso che nelle domeniche e 
feste solenni vi si CcOntino V epistola e il vangelo in islavo dopo 
cantati in latino. Card. BartoHni. Memorie, pag. KiO. 

^') Mattei, Memorie sulla chiesa di Ragusa. Ili, pag. 4(J3, 
i(K): Tutti i parroci foranei dopo cantato l'Evangelio in latino sono 
ol)ligati a cantarlo in lingua illirica ; per questo ognuno dì loro 



y 



— Ili — 

noi, nella stossa ex-cattedrale di Ossero. A proposito 
della quale notiamo, che quest'uso deriva dalla messa 
che nei tempi andati celebravasi nelle domeniche e feste 
per i contadini nella chiesola di San Gaudenzio e che 
poi per mancanza di sacerdoti dovett'essere abolita, ^*^) 

Ognun comprende quanto assurda sia la pretesa 
del can. Volarle e de' suoi amici di voler considerare 
r esistenza dello Schiavetto, n^lle nostre chiese come una 
prova del diritto della liturgia glagolitica; mentre questa 
circostanza è una conferma indiretta ma eloquente del- 
l' abolizione della liturgia slava come tale non solo -Ai 
diritto, ma anche di fatto, nel caso fosse primsC esistita. 

Ma anche l'uso dello Schiavetto, che. in qualche 
chiesa estendevasi agli Oremus, al Gloria e al Credo — 
come si vede alle parti cantate col popolo, non mai al 
resto che il sacerdote recitava in latino — fu a poco a 
poco ristretto, sì che negli ultimi anni tutto si cantava 
in latino eccezion fatta per l' Epistola e il Vangelo. 

Dire dunque „che per ognor crescente mancanza 
di messf^li glagoliti col principiare di questo secolo a quelli 
era sostituito il così detto Schiavetto, il quale dalla Chiesa 
era tollerato dacché vi mancavano i Messali glagoliti" — 
è uno svisare fatti troppo noti, per veder poi da così 



% 



deve avere Tepistola ed evangelii in illirico stampati per la diocesi 

di Ragusa. — Cerva, Prolegomeiia. cap. XXX, cap. 190 è Dr, Kosto 

Vojnovié, €rkva i drzava u dubrovackoj republici, nel lib. CXIX T 

del Rad. ' ' " ' " 

y r- 

'"*) Oggi che tutte le ville sono provvedute di propri sacer- 
Idoti e sono pochi quei contadini che vengono ad ascoltar la méssa 
la Ossero, l'uso delle prediche slave p. e. potrebbe benissimo spa- 
Irire od almeno essere limitato; che la lingua usuale nella città di 
lOsser^) è V itahana. . 



— 11:2 - 

falsa premessa derivare la non meno ingiusta conse- 
guenza che „ quando a Roma per cura della Propaganda 
sono stati stampati nuovi Messali glagoliti, si doveva to- 
gliere r abusivo Schiavetto e restituire V antico Messale 
slavo!" 3.^) 

Le son cose codeste da dar da bere ai bimbi, non 
a noi che oltre a tutto il resto sappiamo ancora che 
della nova edizione del Messale glagolitico fatta nel feb- 
braio del 1893 non fu mandato ai nostri vescovi neppure 
un cenno di comumcazione ufficiale: segno evidente che 
aJ^oma la si pensava altrimenti che a. Veglia! 



'*) Dunque parrebbe che la Propaganda non avesse denari 
da stampare il Messale slavo! Poverini! Ciò vuol dire invece che 
a Roma si teneva nel debito conto il rito slavò.. E se non ci fosse 
stato il Montenegro, neppur oggi si avrebbe la nova edizióne. 



xr 



DÌ€eva.mo dunque che il secolo XVIII vide anche 
da noi ^) ^n continuo decadjmjento della liturgia slava 
o glagolitica a vantaggio del rito^^ìat^^^^ e che alla "^fine 
"^1 secolo o alprincipio del nostro Celebravano neirantico 
slavo solo pochi preti del vecchio ètainpo, usciti dai se- 
minari di Priko e di Almissa. 

Ciò è confermato da parecchi autori che scrissero 
sulle condizioni della pn'ovincia dalmata dal 1797 al 
1815^), dagl'inventari delie chiese, dove nel luogo del, 
•messale illirico subentra il Idino.^), e da una relazione | 



*) Nella penisola istriana per le più felici condizioni di quelle 
diocesi la liturgia veteroslava era sparita ancor prima. Benùssi e 
Pesante, op. cit. -. 

'^) Abbè Paul Pisani, La Dalmati e de 1797 à 1815. Paris, 
1893, pag. 8 e 15. Frane PeUer, Dalmatien in seinen verschiedenen 
Beziehungen dargestellt, Leipzig, 1823; I,' pag. 158. Nomino anche 
questo autore tedesco perchè la sua opinione mi viene raccoman- 
data da fatti inoppugnabili. Altrimenti dubiterei molto di uno sto- 
rico-che colla massima disinvoltura scrive (II, pag. 3): Ùssaro isi 
eine Ideine Insd unweit Rovigtw in Istrien ! Possibile che ne' suoi 
viaggi fino a Spalato, dov'era direttore del Ginnasio, il Quairfiaro 
non gli abbia fatto sentire mai la distanza da Rovigno alla piccola 
isola su ciii è fabbricata Ossero? 

""^) Cito ad es. due delle più povere curazie di queir epoca, ^ 
San Giacomo e Unie. Nella prima il messale latino comparisce in j 
tutti gì' inventali dopo il 1759 e l'illirico non più (Arch. com. -^ 
Ossero, fascicoU yarii, nr. 11); nella seconda nell'inventario del 1808^ 



~ Ili ^ 

del governatore francese di Zara, barone de Toniassìch, 
deir^nno 1814, il quale mentre rileva il numero esorbi- 
tante dei preti dell'isola di Veglia e la loro ignoranza, 
loda il vescovo di Ossero e il suo clero, istmtto nelle 
grammatiche e nelle discipline teologiche. *) 

La prova migliore Y abbiamo però nell' attività 
deir ultimo vescovo di Ossero, Francesco Pietpo Rac- 
camarich (1802 — 15), al quale era riserbato non solo 
di chiudere la serie degli antistiti osserini, ma di con- 
durre anche a felice compimento il ritorno di tutte le 
chiese della diocesi alla liturgia latina, per la quale tanto 
avevano lavorato i suoi precessori. 

Una chiesa che smise più tardi delle altre il rito 
veteroslavo, com* era stata fra le prime ad accoglierlo, 
^Lfii-jquella di Lussingrande. E poiché il cambiamento 
die' occasione a vari moti~3i popolo e a non brevi scrit- 
turazioni fra le autorità ecclesiastiche e le civili, ne fece 
già materia di uno studio rabate^Ljubic nel „Rad" della 
Accademia delle scienze di Zagabria. ^) Il quale s' affatica 
a dimostrare le vessazioni, com'egli le chiama, alle quali 

*) La Relazione è riportata flal MitiSj Frammenti di storia 
liburnica, pag. 69 — 74. È interessante questa descrizione dei preti 
dell'isola di Veglia: «Sull' isola di Veglia j|_più sono gla£olHi che 
non haamo quasi nessun studio, e leggono la messa in illirico. 
Ogni contadino benestante desidera di avere un figlio prete, egli 
lo dà al servizio d'un sacerdote che insegna a lui e leggere e scri- 
vere, e la morale del Padre Gacich compresa in im quarto di foglio; 
imparata che V ha bene a mente, viene preparato alla consacrazione 
e poco alla volta consacrato anche sacerdote. Dieser ^ogestd*ter 
Priester diventa il padrone nella casa dei suoi genitori, di buon 
mattino dice la messa e poi con essi lavora, quando il bisogno lo 
esige: prima del governo francese riscoteva delle decime la sua 
parte. Besca sola che ha tremila anime soltanto, conta treoia^ei 
sacerdoti.'* 
■*" '^) Libro LVII: Borba za glagolicu na Losinju, pag. 150 — 187. 



- 115 - 

il rito slavo andò soggetto da parte de' vescovi nostri, 
non comprendendo che le piante fatte vivere per forza 
fuori del proprio clima, debbono naturalmente un giorno 
o r altro perire. 

Ma in uno storico e in un abate io avrei desiderato 
una maggiore serenità di giudizio e un più largo e im- 
parziale uso dei documenti. Quando si stampano, quanto 
son lunghi e larghi, giudizi più o meno attendibili ed 
ortodossi di persone private, aliene al fatto e chiamate 
unicamente a tutelare in alto loco i pretesi diritti dei 
pochi sostenitori della - liturgia slava, non si può, non si 
deve' gettar da parte un atto lungo e dotto del Vescovo 
diocesano, coll'unica osservazione che ,,il vescovo mette 
assieme nella risposta quanto di meglio à potuto trovare 
in favore della liturgia -latina e contro la glagolitica." Si 
doveva stampare dalla prima all'ultima parola anche 
quello scritto importantissimo e poi censurare con ri- 
prove — ove ce ne fossero — ogni passo, ogni asserzione. 
Ma a questo 'lavoro il povero abate Ljubié si sentiva 
incapace e per non far fiasco, à preferito il metodo so- 
vraccennato. É comodo assai! 

Ma eccoci al fatto, dome in tutte le altre chiese 
della diocesi, così anche a Lussingrande il clero, essendo 
sempre più istruito nel latino, aveva incominciato da 
molto tempo a celebrare la messa e a cantare i divini 
offici in latino, ad eccezione della messa parrocchiale 
delle domeniche e delle feste, che si continuava a cele- 
brare in glagolito. il vescovo n'era contentissimo e scriveva 
ai sacerdoti „di cantar per intanto le loro messe particolari 
ne' feriali giorni solo in lingua latina, non però ne' giorni 
festivi le funzioni pubbliche se non illirico, secondo l'antico 
stile"; prometteva „di voler rimediare al disordine, 
anzi di voler scriver alla santa sede in proposito." Ma 



— 116 — 

finalmente nel giugno del 1802 il parroco Fedrigo, assieme 
a' suoi cappellani e agli altri sacerdoti — uno solo ec- 
cettuato d'in fra ventitre — , chiese al vescovo Racca- 
marich di abolire totalmente la liturgia glagolitica ed 
ottenutone il permesso incominciò a celebrare anche nelle 
domeniche in latino, rimanendo fermo però Tusq antico 
di cantare l'Epistola e ir Vangelo nel vernacolo illirico. 
Il popolo n' era contento e ogni cosa pareva terminata. 

Senonchè nel novembre di queir anno stesso pei* 
opera di quel sacerdote eh' erasi mostrato avverso alla 
liturgia latina, cominciò a liianifestarsi una specie di 
malcontento nella l)assa parte della popolazione cóntro 
il clero: si andava dicendo da alcuni mestatori, che la 
classe colta e civile coli' aiuto del clero voleva imporsi 
e predominare barbaramente sugU agricoltori e sui -terrieri 
e che il clero ambizioso voleva togliere alle Scuole Laiche 
ogni ingerenza negli affari ecclesiastici. A poco a poco 
il fern]ento crebbe e fu trovato il punto nero della messa 
latina delle festività. Una deputazione si ptesentò al par- 
roco chiedendogli con insistenza la reintroduzione della 
liturgia glagolitica; ma il parroco la rinviò, dimostrando 
che le Scuole Laiche non <^' entravano coi riti della chiesa 
e che la questione era di spettanza vescovile.. 

Allora i dissidenti chiesero ed ottennero dalla Su- 
periorità di Cherso il permesso di convocjare una vicinia 
di popolo per votare ,,se debba sussistere e conservarsi 
come lo fu sempre Toffiziatura illirica." All'assemblea 
intervennero t93 persone e con 15G voti si deliberò il 
ripristinamento della. lingua iilirica (3 febbraio 1803). 

Questi 156 dissidenti, con a capo i procuratori 
air uopo eletti, rivolsero una protesta al governo pro- 
vinciale a Zara, adducendo che „la novitosa introduzione 
aveva causato grande sbandalo e amaro sconforto ne'cuori 



— 117— 

di quei religiosi abitanti, che tutto ad un tratto si videro 
precluso T adito ad invocare X assistenza di Dio signore 
con le solite preci ecc." Non contenti di ciò inviarono 
al Sondino Pontefice una brcYe, ma virulenta protesta 
dimostrando a modo loro xìhe „una tallini^ovazion e 
mutation di rito era introdotta contro il sentimento de 
Santi Padrij contro le costituzioni Pontiftcif, e contro, le 
leggi patrie." E finalmente regalarono un'istanza anche 
„agU Eminentissimi Signori della Sagra Congregazione 
de Riti" (9' febbraio 1803). / 

I)alV. altra parte tìA^Uo il clero e É08 abitap^ti ca^pi 
di famiglia rimostrarono, fra altro, come nella vicinia 
aveva avuto luogo „un tuitìultuatario ammutinamento e 
spirito di partito" ed era stata manomessa „la libertà 
ji' intervento e di voto", mentre più di 50 di' quei cosid- 
detti' „156 liberi votanti" firmarono poi colla . stèssa 
facilità anche „ il ricorso per la preservazione •dell' òffi- 
ciatura latina." 

Intanto il Governo austriaco ,di Zara chiedeva al 
vescovo di Ossero, mons. Raccamarich, ^, quali fossero le 
cause, che avessero potuto eccitare il zelo di vostra Si- 
gnoria illustrissima e reverendissima al cambio dell' offi- 
ciatura illirica nella latina; se di autorità propria e con 
assenso della sacra congregazione ai Riti ; da quanto 
tempo essa bfficiatura riformata ne sia in corso ; e final- 
mente se dal principio e progresso che venne la stessa 
introdotta, le sii stata fat1,a alcuna rimostranza e da 
parte di chi" (26 febbraio 1803). 

La risposta del Vescovo è un vero gioiello per la 
causa della latinità nei nostri paesi: e il prof. Ljubi<^ à 
fatto molto bene a ometterla nel suo studio. Noi invece 
la pubblicheremo integralmente, sebbene sia molto lunga, 
alla fine del lavoro in un capitolo a parte, come 



— 118 — 

appendice a tutta la questione che abbiamo impresa a 
trattare.*) 

Persuaso dalle stringenti argomentazioni vescovili, 
il Governo di Zara, sebbene nel frattempo avesse rice- 
vuta una novella e ancor più lunga protesta dei dissidenti 
(15 agosto 1803), col decreto N. 52G6 dei 23 di agosto 
deiranno medesimo, accompagnato da lufiga motivazione, 
dichiarava „che il governo non trova alcun fondato mo- 
tivo per impedire la lecita ed utile liturgia latina, nò per 
violentare le timorate coscienze di quei- religiosi alla 
riassunzione dell* intermesso glagolitico idioma.^ 

Indarno i dissidenti, per continuare nelle mene più 
polìtiche e civili che religiose, si rivolsero fino all'Impe- 
ratore (30 settembre 1803); indarno guadagnarono alla 
causa i véscovi di Veglia e di Segna, agrari mecenati'^'; 
indarno il vescovo dì Veglia, mons. Skitich, scriveva ai 
capi dei dissidenti: „si tranquillizzino tutti e dai dati 
continui che io ho e da Vienna e da altri luoghi, sco- 
mettereì tutto il mio che noi saremo vincitori'^; indarno 
al vescovo di Segna, mons. Jesic, si scriveva da Vienna 
che rtper l'affare dei Lussignani sarà emanato un decreto 
universale, con cui le cose ecclesiastiche e liturgiche si 
restituiranno allo stato nel quale trovavansi nel 179G"; 
incarno si ripeterono le proteste e a Zara e a Roma e 
a Vienna al Governo per mezzo di un amico del vescovo 
Sintich e air Imperatore direttamente. Tutto fu inutile: 
Roma non ne parlò affatto e a tutti i ricorsi presentati 
all'Imperatore non giunse mai risposta. 



*) Su questo documento e sulla decisione del Governo, stam- 
pati nell'Appendice, richiamiamo ardentemente l'attenzione dei let- 
tori. Sono due <locumenti importantissimi che paiono Scritti per i 
nostri tempi. 



— 119 — 

La liturgia latma continuò ad essere usata nella 
chiesa di Lussingrande fino ai nostri giorni e vi durerà, 
se Tonda moderna del glagolismo non troverà modo di 
bandirla anche da lì. Poiché vien la voglia di desiderare 
il ritorno di que* tempi, in cui tutti, pochi illusi eccettuati, 
s'adopravano al trionfo della latinità. Oggi con tutto il 
progresso di un secolo, dobbiamo noi lottare per la con- 
servazione della lingua latina contro certe persone, che 
ne dovrebbero essere il più valido sostegno. 



o # t » 



xir 



Qui apriamo una parentesi per narrare brevemente 
i fatti, che alla fine del secolo XVIII e al principio del 
presente XIX apportarono sensibili mutamenti nella co- 
stituzione politica e nella circoscrizione eeclesiast;ea delle 
nostre isole. *) 

Caduta nel 1797 la gloriosa Repubblica di San 
Marco, di cui le nostre popolazioni piansero la morte 
come si piange da* figli riconoscenti la dipartita di una 
madre affettuosa, le isole del Quarnero come tutta la 
Dalmazia e T Istria, un dì soggette a Venezia, toccarono 
per la pace di Campoformio all'Austria. Stabilito prima 
a Cherso e poi a Veglia (1800) un Cesareo Regio Tri- 
bunale di prima istanza, denominato anche C. R. Supe- 
riorità locale e più tardi I. R. Direzione Superiore dello 
Isole del Quarnero, a cui erano demandate tutte le iu- 
cumbenze prima spettanti ai conti-dapitani veneti; Cherso, 
Ossero, Lussinpiccolo e Lussingrande ebbero altrettanti 

^) Chi ne vuol saper di più degli avvenimenti politici dél- 
r època con ispeciale riguardo alle nostre regioni, legga la Storia 
détta Dalntagia dal 179.7 al 1814 del prof. Tullio Erber (Zara, 
Woditzka) e i cap. 4, 5 e iy dei Frammenti di Storia Liburnwa 
del prof. Silvio Mttis, ' 



— m — 

Giudizi compromissari o di pace con varia giurisdizione. 
Capitale della provincia era Zara, dove risedeva il Go- 
verno provinciale insieme col Giudizio, di Appellazione. 

Pe^ la pace di Presburgo del 2G dicembre 1805 
r Austria dovette cedere a Napoleone i paesi acquistali 
a Campoformio e così anche le nostre isole divennero 
parte del Regno cT Italia, Nel 1809 le isole furono unite 
al ^regio littorale ungarico e ogni ramo della pubblica 
amministrazione fu affidato air intendente Francesco de 
Suppè, dalmata di elevati sei;itimenti e affettuoso per le 
nostre terre, eh' egli da Lussinpiccolp resse fino alla pace 
di Schónbrunn del 1810, con cui, istituite le famose 
province illiriche delV Impero francese, anche le isole 
flanatiche vi furono incorporate. A Lussìnpiccolo fu sta- 
bilita una suddelegazione per tutte e tre le, isole e un 
Capitano di porto per gli affari marittimi. 

Dichiarata la guerra alla Francia nel 1813, le isole 
del Quarnero furono le priaie ad essere occupate dalle 
armi austriache e già ai 22 d'ottobre di queir anno so 
ne incaricava del governo quello stesso Francesco do 
Suppè, di cui è fatta menzione più sopra, col titolo di 
intendente provvisorio. Costituita quindi la provincia 
del Litorale e divisa nei tre circoli di Goiizia, Trieste 
e Fiume, le nostre isolo furono assegnate a quest'ultimo 
e staccate per sempre dalla Dalmazia, a cui erano legato 
da tanti secoli di comuni memorie. Questo distacco ai- 
recò profondo dolore agi' isolani e le rimostranze rivolte 
dai magistrati delle singole città all' Intendente ne fanno 
fede non dubbia. 

Ma, andato sciolto nel 1822 il circolo fiumano e 
annessa la città di Fiume e il suo territorio all'Ungheria, 
delle isole e degli altri distretti si composo provvisoria- 
mente il circolo di Fìsino e nel 1825 insieme collo altre 



— 1-22 — 

parti della penisola, finora dipendenti dal circolo di Trieste, 
fu formato il circolo cF Istria, Y attuale margraviato. 

Cosi ebbero il suggello politico queUe relazioni cul- 
turali e storiche, che mai sempre tennero unite le isole 
assirtidi alle terre istriane; e rassodati i vincoli nella 
comunanza dpgl' ideali della vita e dell' aspra lotta na- 
zionale, fatta sparire ogni nube di recenti malintesi da 
reciproche cordiali manifestazioni di concordia, gli abi- 
tanti delle isole del Quarnero, istriani nella mente e nel 
core, rimarranno uniti ai fratelli del continente fino alla 
consumazion de' soqoli ! 

* * . 

A questi cambiamenti di governo politico altri no 
corrisposero d'ordine ecclesiastico. 

Morto a Lussingrande nel 1815 il vescovo di Os- 
sero Francesco Pietro Raccamarich, non si pensò più 
mai a dargli un successore. -L'amministrazione delle cose 
religiose della diocesi fu affidata al vescovo di Veglia, 
mons. Sintich, mentre i beni venivano amministrati dal 
Governo a mezzo del podestà dì Ossero. Sette anni dopo, 
nel 1822, veniva a morte anche il vescovo di Arbe Gio- 
vanni Pietro Galzigna e neppur a lui veniva eletto un 
successore. Finalmente Leone XII colla bolla „Locum 
Beati Petri" dei 30 luglio 1828 sopprimeva le due diocesi 
di Ossero e di Arbe e ne aggregava i territori alla dio- 
cesi di Veglia, restando la medesima sottoposta all'arci- 
diocesi di Zara ,, finché non venisse altrimenti stabilito 
dalla Sede Apostolica." Ma Pio Vili colla bolla dei 3 
agosto 1830 „In supereminenti Apostolicae dignitatis 
specula" assoggettava la neocostituita diocesi di Veglia 
all' arcivescovado di Gorizia, fondato ancor nel 1752 da 



— 133 — 

Benedetto XIV. Questa bolla fu messa in vigore dair ese- 
cutore apostolico Francesco Saverio Luschin, vescovo di 
Trento, col decreto dei 15 maggio 1*83 1. 

Così dopo più che tredici secoli di vita cessava di 
esìstere nel 1815 dì fatto e nel 1828 di diritto l'antica 
diocesi dì Ossero, ultimo è non mglorioso avanzo della 
prisca grandezza della vetusta signora ' del Quarnaro. 

I territori della diocesi osserina formarono i deca- 
nati di Ossero, di Gherso e di Lussin, con sei parrocchie 
(Ossero, Gherso, Lussinpiccolo, Lussingrande, Gaisole e 
Lubenìzze), dodici cm*azie e due espositure cappellaniali, 
con ima popolazione nel 1895 di 25.407 anime, mentre 
r intera diocesi di Veglia ne contava 55,253. 

La chiesa dì Ossero, dopo una lotta lunga ed ac- 
canita contro il vescovo Sintich, fu insignita' di un Ca- 
pitolo Collegiale con Arciprete-Parroco e cinque canonici. ^) 
E il giorno stesso in cui con straordinaria solennità avea 
luogo la costituzione del capitolo, moriva di apoplessia 
durante T ufficio divino il benemerito canonico osserino 
Solis, il quale, se aveva saputo perseverare con giovanil 
fervore nella lotta per assicurare alla sua chiesa il maggior 
lustro possibile, non aveva potuto sopravvivere alla gioia 
della vittoria. Il numero dei canonici fu poi ridotto* a tre 
per l'esiguità delle rendite capitolari. Ed oggi all'antica 
cattedrale, all' insigne collegiata si concede a mala pena 
un amministratore parrocchiale! 

Anche alla chiesa di Gherso fu concesso il Capitolo 
Collegiale nel 1840 e i novi statuti furono approvati nel '47, 

*) Pio IX col breve dei 24 maggio 1852 concesse che i ca- 
nonici di Ossero potessero portare la mozzetta. ì\ collare, le calze 
e la fascia di color violaceo. Prima le insegne del capitolo erano 
state stabilite dal vescovo Simon Spalatino nel 1789. 



_ iv24 _ 

mentre gli antichi risalivano al 1478. ed erano stati con- 
fermati dal vescovo Marco de Negri. ^) 

Quali furono, le conseguenze della soppressione della 
diocesi di Ossei-o e della sua annessione, a Veglia? Ai 
posteri Tardua sentenza. La soppressione di una diocesi 
così piccola era assoKitaniente reclainata daU* indole dei 
tempi, che non tolleravano minute circoscrizioni di poteri. 
E come scomparvero dalla faccia della terra le diocesi 
di (.apodistrin, Cittanova, Pedena e Pola per formare le 
due diocesi di Trieste-Capodistria e di Parenzo-Pola, così 
doveva sparire anche la~ diocesi di Ossero. 

Senonchè gH ottantanni d'esperienza anno .dimo- 
strato elle l'annessione dei territori della diocesi osserina 
alla cattedra episcopale, di Veglia non corrisponde nò 
all'indole ne ai bisogni, del popolo delle isole di Cherso 
e dei Lussini. Per dirne soltanto una, dall' epoca della 
soppressione, ili cui a tutti i bisogni religiosi veniva cer- 
tamente provveduto con sacerdoti indigeni, il clero nostro 
s' è andato a poco a poco assottigliando di numero, per 
ragioni che facilmente si scoprono da chi conosce da 
vicino le cose nostre. Di fatti, ci è guida lo Scematismo 
della diocesi vegliense per l'anno 1895, le isdejìiXl^erso 
^ di Lussi iiQ^prmnnti appunto l'antica^ diocesjjìiXìs^ero, 
j a\^evano una pop olazione di !J5,ÌQ 7 anime , cioè circa una 
\ metà dell' intera diocesi, che compreso il Provicariato di 
yArbe ne contava 55,253. Abbiamo tre decanati, mentre 
r intera diocesi ne à soli scn ; sei , parrocchie, dodici cu- 
razie, mentre in tutta la diocesi ce ne sono appena 23, 
e due cappellanie esposite, le sole della diocesi. Da tutto 
ciò si potrebbe aspettarsi che aache metà del clero dio- 
cesano appartenesse per nascita e quindi per sentimenti 

^) AUi della (airia vescov. di Ossero, Diversorum, Uh. IV, 
pa-. 17. 



_ 125 ~ 

alle isole di Clierso è dei Lusslni. Invece. dei 65 sa- 
cerdoti che si trovano in cura d'anime nell'intera diocesi,' 
appena 15 sono nostrani ed anche "di questi, sei son nati 
prima del '40. In generale pcrt^ anche questi pochi non 
s'impiegano in patria, ma si trasportano quasi sempre 
sull'isola di Veglia. ' / -\ 

Quinci tutta <juella farragine di preti slavi che ci 
calano continuamente sul collo dai villaggi dell'isola di 
Veglia ad occupare le nostre parrocchie, i nostri -cano- 
nicati, le nòstre curazie, alieni di mente e di^core dalle 
aspirazioni e dai bisogni del nostro popolo, di cui non 
pochi di loro turbano violentemente la pace. Si pensi 
che tutto il clero diocesano è formato da sacerdoti nati 
e cresciuti liei villaggi dell'isola di Veglia, educati dagli 
zii e dai parenti, preti essi pure, ed imbevuti delle mo- 
derne idee panslaviste. . Degli attuali sacerdoti ben 22 son 
nati a Verbenico, 14 a Ponte, 9 à Dobasnizza, 5 a Besca, 
5 a Dobrigno, 4 a Gastelmuschio, quasi che durasse an- 
cora il tempo, in cui un governatore poteva scrivere 
dell'isola eli .Veglia, che ,, ogni contadino benestante de- 
sidera di avere un figlio prete" e che „Besca sola che 
ha tremila anime soltanto, conta trentasei preti." ^) 

A nessuno quiiidi farà meraviglia se dallSSO- ì;iI 
1893 sedettero sulla cattedra vescovile tre prelati slavi, 
nati tutti e tre nello stesso villaggio dell'isola di Veglia, 
Verbenico! 

Ma queste condizioni del clera^ irreparabili finché 
durino le. presenti circostanze, sono state la causa precipua 
deiranarchia liturgica degli ultimi anni, come vedremo più 
tardi. Poiché questi sacerdoti slavi dell' isola di Veglia 

*) Relazione del governatore Tomassich in MUis, Frammenti 
di storia liburnica, pag. 71., . . 



— 12« ~ 

non vollero mai fare distinzione fra le chiese rurali del- 
Tantica diocesi natia, nelle quali il rito slavo non s'era 
totalmente estinto, e le chiese della diocesi di Ossero, da 
cui a' nostri vescovi era riescito di estirpare ogni traccia 
di glagolismo. Confusero diritti e doveri e venendo nelle 
nostre chiese latine si credettero autorizzati a continuare 
il rito slavo, immemori del detto di sant'Ambrogio, rife- 
rito da sant'Agostino: Ad giiani forte ecdesiam venerùf, 
eius morem serva, si cuiquam non vis esse scandalo 
nec quemquam Ubi! 

Ma i diritti non si distruggono per questo e la 
verità non s'offusca. Poiché noi possediamo un documento 
irrefragabile che prova, come, se non prima, almeno alla 
metà di questo secolo in nessuna parrocchia, in nes- 
suna curazia, in nessuna chiesa, grande' o piccola^ 
pubblica privata, deU antica diocesi di Ossero si 
celebrasse in lingua slava e men che meno in glar- 
golitico. 



XIII 



Il dottor Giuseppe Ginzel, autore di quella stona 
dei santi Cirillo e Metodio che anche noi iibbiamo ripe- 
tute volte citata, si rivolse nel 1857 all'arcivescovo di 
Gorizia per sapere in quali chiese delle diocesi litoranee 
si fosse mantenuta la liturgia slava. Alla domanda del- 
l' Ordinariato arcivescovile del 21 dì matzo 1857 N. 513 
il Vescovo di Veglia, Giovanni Giuseppe Vitezich, rispondeva 
addì 14 aprile 1857 trasmettendo un prospetto statistico 
delle chiese dell'isola di Veglia in cui quel rito ancora 
vigeva, dichiarando però che sulle isole di Cherso e di 
Lussiti in una sola chiesa si celebrava in islavo, nella 
chiesa del convento - dei terziari a San Martino in 
Valle, con uno, ripeto un solo sacerdote, ^) 

Questo documento ufficiale, superiore ad ogni dub- 
bio, scritto in un'epoca ancora scevra di passioni nazionali 



') I documenti dell' Ordinariato arcivescovile di Gorizia, del 
vescovo di Veglia e dei vescovi di Trieste-Gapodistria e Parenzo- 
Pola si possono leggere nell'op. cit. del Gimel, § 48 e Appendice, 
pag. 125 — 6. Nella lettera di mons. Vitezich non è fatto cenno dei 
conventi illirici di Vier e della Faresina, perchè erano stati già 
soppressi. 



lì 



i^ 



— 128 — 

e da una persona di nascita slava \ ci dimostra lu- 
minósamente, che anche nella nostra piccola diocesi, 
come nelle altre della provincia, il rito slavo era stato 
totalmente bandito sC sostitiiito dall' universale liturgia 
latina. Questa prova, che forma il caposaldo della qucr 
stione attuale, dovrebbe a nostro credere tagliai* la testa 
al toro, come si' suol dire, e ridurre al silenzio tutti i 
sostenitori del glagolismo nel nostro paese. 

Poiché — e si leggano le cinquanta pagine di dotta 
discussione che ne fa il canonico Pesante, ^) — la liturgia 
slava, per le sue origini, il sifo svilup^po e le relazioni 
corse fra lei e la Curia papale, non può considerarsi 
come un privilegio della nazione slava, ma è semplice- 
mente una consuetudine contra legem, annmesssi bensì 
e magari riconosciuta dalla santa Sede, — la quale però, 
come tutte le consuetudini, cessa di aver forza giuridica 
tosto che sia introdotta la consuetudine conforme alla 
legge. ^) Il glagolismo dunque può — non^ deve sus- 
sistere soltanto in quelle chiese, nelle quali costantemente 



^) A proposito di questo vescovo vo' narrare' un aneddoto, 
che a- me fu riferito da un vecchio sacerdote, testimonio oculare. 
Appena salito 5ulla cattedra vescovile, mons. Vitexich era andato 
a Roma con una deputazione del cleì*o. diocesano. Un bel giorno 
la deputazione fu ricevuta in udienza dal Pontefice» il quale, presa 
tosto la parola, diése: „Mi dispiace, figli carissimi, di non conoscere 
la vostra lingua; v'impartisco perciò la mia Benedizione!" — '■ Questo 
avevano fatto dire a un Pio IX le informazioni del vescovo! Quel 
vecchia sacerdote arrossiva ancora dopo tanti anni, al solo pensare 
che nessuno dei presenti, lui compreso, aveva avuto il coraggio di 
far intendere al Sonmio Pontefice eh' egli aveva dinanzi a. sé i 
rappresentanti dì un clero latino ed anche italiano. 

') Op. cit. Parte Prima, pag. 17—67. 

*) Desuetudine pariter inducta consuetudp cessat. De Angélis, 
Prael. Juris Canonici, Romae 1877, Tom. I, pag. 91. 



— 129 — 

e senza ìntcrruziooe siasi mantenuto fino ad oggidì; non 
già nelle chiese dell'antica' diocesi osserina, cioè dolle 
isole di Chcrso e di Lussino e degli scogli circonviefni, 
dove ogni vestigio di liturgia slava propriamente detta 
era sparito già nella .prima metà di questo secolo. 

E se si vuol parlar di privilegi, si deve anche sa- 
pere, che ogni privilegio cessa, cessando la causa ^finale 
per la quale fu dato. ^) Causa finale di questo supposto 
privilegio non è stata per noi se non r ignoranza dei 
sacerdoti e fórse il timore che altrimenti gli skvi si 
volgessero a}l&sd6iiia« Questa ignoranza e questo timore,, 
grazie a Dio, dovrebbero essere cessati e con essi anche 
il preteso privilegio: a^ meno che i fautori dd glagolismo 
non ci tengano ancor oggi- a parere — o magari anche 
ad essere — ignoranti e pericolosi all' unità cattolica 
romana. 

Per dirla con altre parole e brevemente, il rito 
slavo non fu mai introdotto nelle nostre terre per un 
diritto qualsiasi ; .se lo si tollerò fino a Che perdurava 
la causa coercitiva della sua introduzione, fu sempre,, 
salvi i diritti della liturgia latina, la vera, la propria, là 
unica liturgia delle nostre chiese. Ma utia volta reintro- 
dotta questa liturgia legale, può essa venir ora soppian- 
tata dal glagolismo senza un'espressa facoltà della santa 
Sede? Assolutamente no. Perchè uria tale introduzione 
^sla per i principi, su cui si fonda; sia pel modo con 
cui si fa* .— sono parole della lettera pastorale dei ve- 
scovi della provincia — assume per noi tutta la gravftà 
di un mutamento radicale del lito e come tale non può 



*) Privilegium cessat, cessante causa finali ob quam datum 

est. Ferraris, Bibk prompt. (Prìvileg. art. Ili, n. 17). Vedi anche 

i manuali di diritto canonico dei tedeschi Philipp, Eichter, SchuHe 
e Gross. 



— 130 — 

né essere fatta da, un sacerdote né permessa o tollerata 
dai vegtjovi, essendo principio fondamentale della disci- 
plina liturgica che i vescovi non possono cangiare i riti 
è nemmeno sciogliere dubbi che vi abbiano referenza.®) 
Si domandi di grafia ai nostri sacerdoti e alla 
nostra curia vescovile, quante volte sieno ricorsi a Roma 
pi^r poter mutare, come anno fatto, la lingua liturgica 
ci-K di chiese latinepsì troverebbero bene imbarazzati nella 
X ^ 4. rispósta. E, poi una simile licenza, come s'è fatta attcn- 

J^ ìAaM^ ^ dere fhiora, tarderà —speriamo — ancor molto ^ tempo 
ad uscii-e dalle aule del Vaticano. 



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*) Si quid dubii occurrat, recurrendum ad s. Goii^rej^'ationéin 
prò declaratione (S. R. C. 17 Sept. 18:22): 'ìrgiìlf piir ^p^"f(^p"" 
tanrpinm jmlffir in ii iùr i dubin /^uyrr fìn^nf^-m^]u]^; ^\ riìprppi^Miii" 
e3t©rt€K(ead. 11 Jul. 1()03) aut litut) imHiufcare (41 Mart. l(57i). Anche 
il Concilio di Trento (Sess. XXV, Continuatio, cap. de In-eviario et 
missali) stabilisce che tutto quanto riguarda' la liturgia è riservato 
al Papa. Leggi inoltre il bellissimo Tractaiu^ de jure liturgico di 
D. Bouix; Paris, 185H. 



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XIV 



Ed or non ci resterebbe altro che fare la storia 
degli ultimi decenni ; storia dolorosa, quant'altra mai, per 
ogni cristiano-cattolico che senta in core fedele attacca- 
mento alla fede e alle tradizioni religiose degli avi. Più 
che una storia, dovrebb'essere un continuo lamento e 
potrebbe incominciare colle parole di san Girolamo: 
jyNec enim historiam propoaui scribere, sed nostras 
breviter fiere miserias.^ 

Dopo il fortunoso e memorando 1848, in cui al 
risveglio del sentimento italiano fu contrapposta l'idea 
slava, per diversi anni ancora le nostre isole poterono 
godere un po' di pace. Ma Tagitazione slava s'estese anche 
da noi e crebbe di anno in anno, travolgendo nel suo 
turbine ogni ordinamento civile. Non era già una. lotta 
nobile ed utile, con cui si volesse rivendicare alla parte 
slava della popolazione i diritti, che nessuno mai s*era 
sognato di conculcare; era il frutto di un piano esteso, 
con cui si tende — e nessuno ne fa più mistero — di 
staccare l' Istria e le isole del Quarnero dal nesso delle 
province austriache per aggregarle al gran regno della 
Croazia, benché colla Croazia noi abbiamo avuto quelle 
stesse relazioni ch'ebbe l'antico impero di Roma.... cogli 
Stati Uniti d'America! 



— 132 — 

E per abusare del profondo sentimento ri^ligioso 
alla scopo di guadagnare le nostre plebi alla malsana 
agitazione, non fu riìfpai-mialo neppure il tempio del 
Signore, la „casa della pace"; e certi poco cospienziosi 
preti, antesignani dell'odio civile, incominciarono a ^fana- 
tizzare la gente anche dai pergami e dagli altari, bandendo 
la guerra" a tutto quanto sapesse di latino e d' italiano, 
e conseguentemente di civile, di veramente patriottico ed 
utile nella provincia. Non contenti di ciò iniziarono tale 
un'anarchia liturgica nelle chiese da impressionare seria- 
mente le supreme autorità ecclesiastiche. 

L'arcivescovo metropolita di Gori zia ed i suoi suf- 
fragane}, i vescovi djJLu biana, Tri esteJPgre nzo e Vegl ia, 
si videro quindi indottia pu b bl ìcar e il 26 di novembre 
1887 al clero- della provìncia una Lettera pastorale, che, 
ove losse stata rigorosamente e dovunque applicata, 
avrebbe potuto salvare le nostre chiese da molte scia- 
gure. Dopo aver parlato di quei sacerdoti che „ traggono 
i sacri misteri sulla pubblica piazza, per esporli al capriccio 
della nazionalità e della politica" e di quegli altri „che 
oggi vogliono regolare la liturgia" mentre è noto „che 
o non si cqrano affatto delle leggi ecclesiastiche o che 
sono nemici dichiarati della Chiesa cattolica", quel do- 
cumento diceva: „ Un tempo uomini santissimi, tutti zelo 
per la gloria di Dio e ripieni di Spirito Santo, pronti a 
dare la vita per la salute delle anime, non trovarono 
alcun ostacolo nella lingua straniera della liturgia per 
la dilatazione del regno di Dio sulla teira e per radicarlo 
nel cuor dei fedeli, ed oggi vengono ad avversare questa 
lingua coloro che non solo non favoriscono la Chiesa catto- 
lica, ma l'impugnano colla parola e cogli scritti e ardi- 
scono "perfino di minacciare che non le presteranno 
ubbidienza, se non si asseconderanno i loro desideri 



— 133 — 

„Noi solenneiB^nte condanniamo il procedere di 
costoro eh* espone a gravissimo rìschio Y ordine e la 
disciplina della Chiesa. Se n&ppure i Vescovi possono 
fare innovazioni nella sacra liturgia, eèsendo questa 
un diritto esclusivo della Sede Apostolica, come si può 
tollerare che uon^ini privati, sieno essi sacerdoti o laici, 
s* intromettano in cose che a loro in nessun modo ap- 
partengono ? 

„ Dobbiamo pur condannare T opinione di coloro 
che credono dover la Chiesa far dipendere la sua 
istituzione e la sua liturgia dalle opinioni mutabili 
degli uomini secondo i desideri politici e nazionali dei 
tempi ecc. 

„Se uno la pensi altrimenti, assoggetta la Chiesa 
air umano capriccio, nega Y indole sovrannaturale di lei 
e fa della creatura, sia pure una nazione, un nume di- 
vino Laonde ognuno intende essere Nostro dovere di 

alzar la voce con tutta f autorità e podestà del Nostro 
Ministero pastorale contro queste aggressioni, che sia pei 
principi, su cui si fondano, sia pel modo con cui si fanno, 
tendono a far della Chiesa una serva degli umani ca- 
pricci, a distruggere la fede del popolo, a rompere il 
vincolo che ci unisce col Romano Pontefice, costituito 
da G. C. Capo della Chiesa, a rovesciare la disciplina 
ecclesiastica 

„Del resto non è certo benemerito della sua patria 
chi semina discordie e turba la pace religiosa. Chi anzi 
più di costui fa danno alla sua nazione, che sconvolge 
tutte le* leggi del vero progresso ? Qual maggior nemico 
di chi ora ocultamente, ora pubblicamente, ma sempre 
coir animo più ostile cerca d^ aggredire V unità della 
fede cattolica, di rilassare i vincoli tra sacerdoti e 
fedeli, d'allontanare il popolo dalla fede? 



„ Vietiamo in fine severissimamente e „sub oboe- 
dientia canonica^ a tutti i Sacerdoti e Chierici sog- 
getti alla Nostra giurl^idizione, di far di proprio marte 
alcuna innovazione o di aver parte con quelli che in 
qualunque siasi modo impugìwno la liturgia^ e la 
lingua liturgica sancita dal diritto ecclesiastico. E 
nessuno osi mettere in non cale questa Nostra proibi- 
zione, nemmeno col pretesto di usi che vigessero ^al- 
trove," *) 

È ben vero che per attenuare gli effetti di questo 
ordine, mons. dotlor Francesco Aniano Ferretich, allora 
vescovo di Veglia, avrebbe fatto — a quanto narra una 
^ persona <?he ne dovrebb' essere ben' inforcata ^) — una 
dichiarazione nel senso che i vescovi del Litorale „non 
miravano a bandire la liturgia veteroslo venica di Ta^ ove 
essa realrnenteTussisteva." Questa dicharazione non tocca 
"noi né puntc^ ne "poco -.potrà valere per le nove par- 
rocchie, le cinque curazie e. i tre conventi del terz' ordine 
illiiico deir isola di Veglia, dove — come abbiamo veduto 
— il rito slavo continua ad esistere a titolo di consue- 
tudine, salva sempre la disciplina ecclesiastica. Ma per 
le nostre chiese resta invariato, in tutto il santo suo ri- 
gore, Tordine metropolitico e condanna irremissibflmente 
roperare di tutti quelli che lo trasgredirono. 
*-^... Ma non basta. Nel luglio dello stesso anno 1887 

/ -é" y anche Tarcivescovo di ZaraTTnons.JIaupas, proibì in tutta 
f"**** **^'j^ sua provincia la reintroduzione della liturgia paleo- 
"^"""'^'^ slavica, di cui quel clero abusava a scopi di nazionale 

^f^Ot\£^fl»>^(fi i ^) Si legge tradotta in italiano ne ,L' Istria" di Parendo, anno 

^ lrlr\ Z'^'- ^^'' ""'"• ^^^- 

^. / "KH / 2) Il dott. Francesco Volari(5, canonico decano del capitolo 

'ot't. ^'l f'/ cattedrale, segretario vescovile. NeU\Eco del Litorale**, n. 136 Suppl. 



— 135 — 

agitazione. ^) E il Nunzio Apostolico di Vienna, con let- 
tera ^dei 12 di jnag gio 1887, diretta ai- vescovi della 
Monarchia,, inculcava di proibirt persino che si rivol- 
gessero suppliche alla S. Sede p*er ottenere in favore 
degli Slavi della Mor^archia la estensione e la conferma 
di quanto era stato accordato al principato di JVIonte- 
negro, poiché manca la necessaria anailogia „inter còndi- 
tiones archidioeceseos Antibarensis et Monarchiae Austro- 
Ungaricae." *) 

E come se non bastassero la pastorale dei Vescovi 
della provincia e la proibizione del Nunzio e dell'Arci- 
vescovo di Zara, anche la Sacra Congregazione dei Riti, 
decidendo sui dubbi avanzati da alcuni vescovi, „dopo 
maturo esame della questione veramente grave" ordi- ' 
nava col decreto 13 febbraio 1892 che si: potesse usare 
la lingua paleoslavica — non mai la moderna o volgare 
— in quelle chiese soltanto, nelle quali essa è in legit- 
timo uso attualmente, giammad quindi nelle nostre 
chiese, in cui il glagolitico .di diritto non^jfu^-useU^ 
maij e di fatto era scomparso, se non prima, almeno 
al princìpio del secolo, come abbiamo veduto. Quel 
decreto condannava in pari tempo it miscuglio di due 
lingue nella stessa funzione.; permetteva soltanto che si 
potessero cantare V Epistola e il Vangelo in isla/vo 
dopo cantati in latino. Ordinava finalmente che quel 
sacerdoti i quali nella loro madrechiesa anno il diritto 
di celebrare la messa e di recitar P ufficio in islavo, 



*) Così narrava la Politik di Praga, organo del partito pàn- 
silavista (edizione serale dei 20 luglio 1887). Questo divieto .ftw»««''" 
iijT&vnA^ nell'ultima confeirenza dei vescovi dalmati raccolti a Zara 
dai 20 ai 24 ottobre 1896. 

*) Fu pubblicata questa lettera dalla „Katolicka Dalmadja.** 



— 130 — 

dovessero far usò della lingua ladina appena giunti 
m una chiesa, nella quale si celebra in Jatino. ^) 

Ma tutti questi ordini rimasero, aln>enjj per il clero 
della nostra diòcesi, lettera morta. R mentre per la ce- 
lebrazione de' sacri offici in lingua slava nelle chiese del 
Montenegro fu necessario che lo stesso Pri»cipe si rivol- 
gesse a Roma e che la sua istanza fosse assoggettata 
ad un* apposita commissione di Cardinali % dà noi si 
credette di poter andar per la via più comoda e si 
cambiarono riti e lingua scn»a chiedere licenze, senza 
appellaisi a nessuno! E quando popolazioni intere e 
rappresentanze comunali protostavano contro queste in* 
novazioni, la Curia Vescovile faceva le Ante di non - 
udire i iamenti e tollerava e cosi' coonestava queHe 
aperte illegalità. Talvolta poi la mania della slavizza- 
zione toglieva anche il bon senso, il senso comune agli 
ordini che Uscivano dalle aule comandate dal <.an. Vo- 
' laEÌ(*, A richiesta del Cappellano di Neresìne si dichia- 
rava p. e. che „i vesperi nmt si debbano cantare là 
do^e <fè un solo sacerdote in latino, ma* in glagoli- 
tico sì.'') Potenza sovrumana del glagolitico di render 
lecito quello che in latino è proibito! 

li cose giunsero al sommo durante l'infausto in- 
tenegno fra la morte del Vescovo Ferretich (19 marzo 
1803) e r insediamento di mons. Andrea Maria Sterfc 
(36 agosto 1894), da alcuni mesi trasferito alla cattedra 
tergestino-giustinopolitana. Vicario capitolare in quella 
troppo lunga vacanza ^) era il dottor Francesco Volaric, 

*) Il decreto, a cui non «accennano uè il caii. Pesante né il 
prof. Benussi, si può leggr^re nelle Ephemeride» liturgicae e nel 
CJaìtomste contemporain. 

*) A|*chiv ftìr katholisches Kirchenrecht red. von prof. Ih\ 
Fr. Vering, voi. LVIII, pag. 351. 

') Atti della Curia vescovile di Veglia, N. 853 del 1890. 

•) L*onor. dott. Amoroso ne fece oggetto di un'interpellanza. 



— 137 — 

a tutti noto come il più fanatico apostolo delle innova- 
zioni slave nella nostra provincia^ l'autore di quella celebre 
intei'pellanza sulla liturgia slava, presentata in piena dieta 
provinciale all'imp. Governo, con la quale ^li volle ^mi- 
scere sacra profanis,^ 

Fatti venire da Roma, non si sa né come né quando 
né con quali permessi, un numero considerevole di quei 
ni essali glagolitici,' eh' erano stati ristampati unicamente 
pel Montenegro, il Vicario Capitolare non si limitò a 
provvederne quelle chiese dell' isola di Veglia, nelle quali 
il rito slavo s' era ininterrottamente conservato, ma ne 
tempestò a dirittura tutti i decanati delle isole di Gherso 
e dei Lussini. Nella rispettiva circolare, documenta im- 
portante per chi voglia farsi un' idea di quanto possano 
le velleità nazionali portate nel campo sereno della chiesa, 
il can. Volaric comandava espressamente che si dovesse 
celebrare coi novi messali slavi in tutte le chiese, nelle 
quali si fosse conservato V uso di cantar 1* epistola e il 
vangelo in islavo. Prescriveva alcuni mesi di tempo, nei 
quali i sacerdoti dovevano imparar a leggere ì caratteri 
cirilliani, a costo di non comprenderne un ette. Sic volo, 
sif iubeo. E di latino neppur verbo, giammai! 

Quanto fondamento legale abbia quest'ordine del 
can. Volarié, può giudicare chiunque abbia seguito le 
nostre argomentazioni. Ma fatta astrazione da queste, il 
Vicario capitolare avrebbe dovuto, almeno un momento, 
ricordarsi di quel principio generale del diritto canonico, 
che ogni novellino conosce: Ne sede vacante aliquid 
innovetur. ^) Ma per codestaT gente tutte^ìeT' vie * nienaiio 
a*Rbma.T..^ forse altrove! 

®) Rubricam Tit.X, III, 9- Leggi inoltre i seguenti studi 
particolari: Ickstadt, De juribus Gapituli sede vacante; Rau, Die 
Rechte des Domkapitel wàhrend der Erledigung oder Verhinderung 
des bischOfl. Stuhles (in Ttibing. theolog. Quartalschrìft> 184i2, pag. 
305); Bitter, Der KapitulaiTicar, 183i2. 



— 138 — 

Come e quando sia stata eseguita questa ingiun- 
zione del Vicario capitolare nelle singole nostre chiese, 
sarebbe impossibile precisare: qua il rispettivo parroco 
o curato tentò di schermirsi, adducendo la difficoltaci 
apprendere la nova lingua: là si attese il momento op- 
portuno, e si preparó^ il terreno a poco a poco, con altre 
piccole innovazioni. Insomma tutto fu slavizzato e se 
questa o quella chiesa di campagna è ancora immune 
da questo contagio — come s' esprimeva un sinodo dio- 
cesano — , non lo si deve già ai sacerdoti o alla curia 
vescovile, ma allatteggiamento della popolazione, la quale 
fece comprendere di non voler tollerare a nessun costo 
un simile strap()0 alle consuetudini locali e agli ordini 
precisi dei pontefici, dei vescovi e dei nunzi apostolici. 

In molti luoghi Y innovazione assunse carattere di- 
mostrativo e qualche sacerdote che per una messa gla- 
golitica impiegava il doppio tempo, celebrava in latino 
quando alla funzione assistevano poche donnicciole, in 
glagolitico invece quando la chiesa era gremita di popolo. 
Altrove poi l'intollerante radicalismo giunse al punto 
che si lasciò morir senza battesimo una creatura 
piuttosto che battezzarla in latino oppure si tenne 
una bambina non battezzata per piti di un anno! 
Horresco referens. 

Ma perchè si abbia un'idea del modo, con cui si 
cerca d'imporre alle popolazioni delle nostre campagne 
la liturgia slava, sarà util cosa narrare particolarmente 
i recenti fatti di Neresine, ridente e. popolosa borgata 
del comune di Ossero. 



• > m < m 



XV 



Devesi premettere, che come nelle cose civili così- 
anche nelle ecclesiastiche la borgata di Neresine fu sempre 
soggetta alla città di Ossero. Nei prirni tempi il villaggio 
non aveva neppure un sacerdote proprio e la prima 
chiesola fuvvi eretta poco prima dell' anno 1534. *) Al- 
lora un cooperatore della cattedrale era ' incaricato di 
recarsi nelle domeniche e nelle feste a celebrarvi^ la 
Messa. Più tardi ,col crescere della popolazione fu accor- 
dato un sacerdote stabile, il quale però era contempo- 
raneamente „mansionarius Ecclesiae Gathedralìs et Cap- 
pellanus Ecclesiae S. Mariae Magdalenae in Neresine", 
un cappellano esposto insomma con poteri limitatissimi, 
in tutto dipendente dalla parrocchia di Ossero. 

E tanta rirtiase, fin ne* tempi novissimi, la sommis- 
sione, che ad eccezion della messa, della confessione e 
comunione „in articulo mortis*" tutte le attre funzioni e 
gli altH sacramenti si celebravano anche per la popola- 
zione di Neresine nella chiesa di Ossero, battesimi, ma- 
trimoni e persino la comunione pasquale. „In caso di 
malattia del Cappellano, il Rndo Arciprete della Chiesa 
Cattedrale di Ossero andarà ad amministrar il Sacramento 



^) Index Ecclesiasum dioec. Aux. de a. 1534; nell' archivio 
vescovile di Veglia — sezione : diocesi di Ossero. 



- ÌM) — 

agl'habbitanti in Neresine, né dovrà esser puntato, come 
nemeno quando si portarà per simil effetto nelle Mandre 
di Loze e Ghermosegl." *) 

Di queste consuetudini vige ancora qualche sìngola, 
mentre le altre cedettero all'esigenze dei tempi: il cap- 
pellano esposto, p. e., viene ad assistere il pan*oco il 
venerdì della settimana santa e nella festa d^*lla Purifi- 
cazione (2 febbraio), mentre a Neresine non si fa nò la 
solenne processione nel primo né la tradizionale distri- 
buzione delle candele benedette nel secondo dei giorni 
or nominati. Il parroco a sua volta va nella domenica 
di Passione a tenere nella chiesa di Neresine una solenne 
predica, in cui fra altro ricorda a quegli abitanti che 
essi sono suoi parrocchiani e li invita a venir a ricevere 
la comunione annuale ad Ossero, non ostando qualche 
impedimento grave. E ogni abitante di Neresine e di 
Ossero — a meno che non sia di tenera età — ricorda 
r epoca, in cui, per le ragioni che diremo più sotto, fu 
concessa maggior libertà d' azione al cappellano. 

Detto ciò in forma generale, ecco come stavano le 
cose prima degli ultimi avvenimenti. 

La nìemoria infallibile di tutto il popolo e gl'in- 
ventari dei libri della Chiesa son là a provare che a 
Neresine la messa si celebrava sempre in latino. Solo 
r Epistola e il Vangelo nelle domeniche e nelle feste si 
cantavano al popolo in islavo volgare dallo Schiavetto, 
la cui presenza in quasi tutte le nostre chiese rurali 
abbiamo detto altrove che cosa significhi. E mentre dap- 
prima r uso del volgare illirico era esteso anche alle 
Orazioni, al Gloria, al Credo e al Praefatio, insomma a 

^) Decreti Sinodali di mons. vescovo Simon Gaudenzio, a. 
ir>9(>, decr. XXVII, pag. 49. 



— 141 ~ 

tutte le parti cantate, col crescere della civiltà esso fu 
ristretto fino ai termini sovraccennati. 

I Sacramenti poi s' amministravano pure in latino, 
essendo stati direttamente trasportati, ventanni or sono 
od anche meno, dalla chiesa parrocchiale di Ossero, dove 
mai s' udì verbo di croato o di slavo nei sacri riti. ,Lo 
possono comprovare l'attuale Preposito dott Bolmarcich, 
che come parroco di Ossero concesse alla chiesa ca,p- 
pellaniale il battesimo, e i rev. don Giovanni Golombis 
e don Matteo Bogovich, il primo cooperatore e il secondo . 
canonico a Veglia, i quali furono cappellani esposti di 
Neresine. 

Si fu appena il cappellano don Antonio Kirincit^^) ad 
inaugurare la serie delle illegali slavizzazioni. Inimicatosi 
colle persone più influenti del paese, incominciò negli 
ultimi anni del suo soggiorno a battezzare in islavo, senza 
nessun ordine de' superiori, contro la volontà del popolo, 
per solo basso dispetto. I rev. padri Alessandro e Casi- 
miro, guardiani del convento di quella borgata % incaricati 
deiririterinale cura d anime, reintegrarono l'antico costume 
che non fu più abbandonato fin negli ultimi tempi. 

Lo stesso Kirincié slavizzò anche le funzioni funebri. 
E qui si noti una cosa singolare. Vige nella borgata di 
Neresine la consuetudine, spiegata dal fatto troyai-si il 
cimitero nelle vicinanze e sotto 4a custodia del convento, 
che portato il cadavere fin nei pressi del cimitero stesso, 



^) Fu condannato a due anni di carcere per aver falsificate 
le cifre di alcune quietanze a danno di un suo creditore. 

*) Il convento di Neresine è antichissimo ed à una bella 
chiesa con un campanile veraftnente artistico. La tradizione vuole 
che il Santo d' Assisi abbia toccate queste terre nel 1219. La 
chiesa attuale, fabbricata dal celebre sopracomito Colano Drasa, 
procuratore dell' ordine, fu consacrata nel 1515Ì 



— li^i — 

viene qui abbandonato dal Cappellano e ricevuto dal 
Guardiano del convento, il quale continua la cerimonia. 
Don Kirincié adunque giungeva corcorteo funebre, man- 
dando all'aria i suoi canti slavi, mentre tutto ad un tratto 
la scena si mutava e lo slavo del Cappellano si cambiava 
nel latino del frate. Questo miscuglio di due lingue nella 
stessa funzione, oltre che offendere le orecchie anche più 
rpzze, non so se potesse corrispondere a quanto dispon- 
gono la costituzione di Urbano Vili e la bolla «Quam- 
prinium** di Pio V.^) Eppure nessun vescovo se ne accorse! 
Ma tutto, come abbiamo detto, era stato rimesso 
neirantico uso prima che giungesse nella borgata il padre 
Francesco Smolje, della cui vita pubblica tacere è bello. 
Basti dire che, non contento d'essersi messo a capo di 
quei mestatori panslavisti che anno rovinato ogni tran- 
quillità nel nostro paese, di aver offuscato il bon nome 
del convènto, un dì illustre per la pietà e la saviezza di 
chi vi abitava, e di aver inimicato i fratelli coi fratelli, aveva 
incominciato ad intaccare le consuetudini della chiesa 
cappellaniale, quando gli fu affidata la cura d'anime. 

' Il Municipio di Ossero, per impedire mali, maggiori 
che da un simile stato di cose avrebbero potuto derivare, 
indirizzava nell'agosto 1895 un Memoriale al neo venuto 
mons. Sterk, ^) per ottenere un riparo forte e duraturo^ 
alla valanga sovvertitrice, che in chiesa facendo politica 
tentava di rubare alla popolazione l'impronta nazionale. 
Ed ove la Curia vescovile avesse messo in opera il ricco 
materiale storico e pohtico che in quello scritto è con- 
tenuto, molti mali si sarebbero potuti scansare. 

^) DoU. ThaUiofer, ftber den Gebraucli der Volksspracheii 
ili der Liturgie (Linzer Theolog. prakt. Quartaschrift, 1888, pag. 
505 e'segg). 

*) Atti delTVIunicipio di Ossero, N. 13 Pr. dei 13 agosto 1895. 



— 143 — 

Imbaldanzito dal sHenzio della Cmiìa vescovile, il 
frate Smolje continuò nel suo cammino. Il vaso era 
ormai ricolmo e non inancava che una gocciola per farlo 
traboccare, quando venne tale un' ondata che cagionò — 
mi si perdoni la metafora — una vera tempesta cxm 
fragor di tòiii, luccicar di lampi e rimbombo delle acque 
sbattute contro gli scogli infrangibili delle pubbliche 
coscienze. 

Era la domenica 22 settembre 1895, data memo- 
randa per ìa vita nostra. Il cielo tersissimo come di 
cristallo, il mare lievemente increspato dalla brezza ancor 
estiva, la natura festante in quei giorni che il contadino 
raccoglie il frutto maggióre delle- sue fatiche: nulla 
insomma faceva sospettare la tempesta che negra s'ad- 
densava sul capo di quegli abitanti. Le brune ragazze 
ne' loro romantici abbigliamenti, in crocchi sonori adu- 
nate, disputavano allegramente nel sagrato, mandando 
ai garzoni trescanti d' intorno occhiatine maliziosetto ; 
mentre gli omini, sotto al tafericolo centenne, stavano 
essi pure attendendo Torà della messa. 

Non fossie mai giunta! Erano le dieci del mattino 
e il sole, placido testimone, splendea nella pieve tra i 
candelabri delF aitar maggiore, quando il frate Smolje, 
la prima volta a memoria d'uomo, intonò la messa so- 
lenne in glagolito! 

A questo punto, se una favilla a pena di quella 
fede onde recavàsi testimonio e presentavasi segnacolo 
il sacro legno della croce, se una favilla, dico, di quella 
fede avesse pur guizzato moribonda nello spirito del 
frate, egli avrebbe dovuto scotersi e tremare. Egli avrebbe 
dovuto veder movere e assorgere dalla sua tomba lon- 
tana il nostro maggior Santo, Gaudenzio, e alto, diritto, 
terribile, erto il capo, con la barba ondeggiante, fiso in 



~ Ili - 

lui rocchio, il braccio, il dito, tonargli: Frate, ched è 
questo? Viensi così a rubare a' miei figli il saci-o retaggio 
della liturgica unità, a scoronare me che ò sofferto e orato 
e deprecato per santificar queste terre? Questa chiesa 
Tanno fatta essi, i prodi figli di Neresine, da quella augusta 
di Ossero trasportando riti e lingua; questa terra dove 
ogni zolla ricorda un glorioso passato, tutto italo e ro- 
mano, r ho lasciata a loro io, io povero frale, confessor 
di Cristo, che te rinnega e via discaccia dal tempio santo! 

Certo l'arido coree il perverso intelletto del frate 
nulla senti di tutto questo, che continuò egli a far echeg- 
giare la chiesa di quelle note straniere; ma lo spirito 
del Santo invase il popolo e lo commosse. Meno forse 
una ventina di persone, fra consenzienti politici del fa- 
moso messere — che la gramigna cresce da per tutto 
— e poche donne inconscie del grave sfregio inflitto alle 
patrie consuetudini, tutti gli altri, donne, fanciulli ed 
omini, uscirono dalla chiesa esterrefatti, confusi, guar- 
dandosi Tun l'altro. 

Quel che nacque quando tutti furono nella piazzola, 
non saprei narrare: mille domande e nessuna risposta, 
mille supposizioni, mille consigli e proposte 

Finita la grand' opra, il padre Smolje senza la più 
elementare prudenza, sfidando con ghigno beffardo il po- 
polo adunato, volle attraversare la piazza. Quelle centinaia 
di persone, in preda alla commozione intensa ond' erano 
agitate, cominciarono ad emettere urli o grida assordanti 
e fischi stridenti: 

Diverse lingue, orribili favelle, 

Parole di dolore, accenti d' ira. 

Voci alte e iiocche e suon di man con ell«.... 

Si gridò insomma la croce a dosso a quel frate che, 
messo in non cale il proprio dovere, la propria missione 



l 



— 145 



dì pace, aveva avuto T ardimento di recar tale sfregio 
airìntero popolo, E se non nacquero disordini, se la si- 
curezza dei frate e de* suoi rari aderenti fu rispettata, 

. lo si deve soltanto alia prudenza de' nostri. 

E di fatti : nei supremi momenti della vita — diceva 
pressappoco un egregio deputato della nostra provincia"^) 
— quando le sorti di un popolo che sente fieramente 

- di se, per baldanzosa volontà di persona straniera, ven- 
gono minacciate fin nelle condizioni più necessarie della 
sua esistenza civile e religiosa, i giusti risentimenti di 
questo popolo assumono talora forma e carattere della 
più accentuata espressione, pari al grado della viva 
passione che' lo agita e commove : « se anche la prudenza 
lo trattiene da atti violenti e punibili, tuttavia esso non 
può ne deve reprimere T innocuo grido di sdegno che 

,dalP intimo del core gli si scatena contro chi gli cagiona 
tali e sì atroci ferite, contro chi sìffattamènnte osa of- 
fendere quant' egli à di più sacro al mondo, le consue- 
tudini liturgiche della sua chiesa. 

E quando per giunta questo popolo sa che quella 
messa glagolitica si era celebrata non già per un ordine 
superiore, ma per un mero, caprìccio del frate, anzi per 
una sfida lanciatagli da un amico ; allora, messo da parte 
ogni prudente riserbo, quando la prudenza è divenuta 
quasi colpa, questo popolo, fatto appello alla forza del 
diritto, alla coscienza de' propri destini e alle ragioni 
indefettibili della storia, sorge vindice di se, inesorabile 
ed iniplacato, pronto a soccombere anzi che piegare la 
cervice ad ingiuste esigenze, per le quali vorrebbesi dal 



') Discorso deir ouor. doU. Bubba nella memoranda seduta 
dèlia Dieta provinciale dei li gennaio 189(5, discutendosi la pro- 
testa contro le tabelle bilingui. 



10 



- 146 - 

primo venuto alterare peisino ciò che costituisce il ca- 
rattere, la lìsonoiiiia deUa sua individualità storica e 
nazionale. 

Né si dica che così vien fatta grave onta alla re- 
ligione rappresentata dal suo ministro. Il nostro popolo 
sa ben distinguere fra il ministro indegno e la religione 
santissima ; disprezzando quello esso fa omaggio a questa. 

Non più tardi del dopo pranzo, quel frate stesso . 
che la mattina era statb accompagnato al convento con 
tutta la festività che abbiamo descritta, passeggiava tronfio 
e impettito per le vie della borgata, mentre avrebbe do- 
vuto vergognarsi di sé, dell* abito che portava, dell'ordine 
a cui aveva giurata fede, di chi lo vedeva è poteva rin- 
facciargli mille torti, mille sodisfazioni domandargli. 

Non dico dei processi che taluni loschi messeri 
volevano veder sorgere da queir innocente dimostrazione, 
I crimini e i delitti, le offese alla religione e le violenze 
che s' inventarono, si ridussero ben presto ad una bolla 
di sapone: la Procura di Stato dichiarò di non poter 
istituire un processo. 

Ma poco dopo ben ventidue, fra ì più vecchi, i più 
influenti e i più onorati abitanti della borgata furono 
condannati dall'Autorità politica distrettuale a varie pene 
di arresto e di multa, secondo il paragrafo undici della 
nota ordinanza imperiale del 20 aprile 1854. Ricorsi in 
seconda istanza air eccelso i. r. Ministero degP interni 
furono assolti completamente e s' ebbero da sì alto loco 
la prova più bella della loro innocenza, men're si dimostrò 
a chiare note che non é colpa difendere entro i limiti 
della legalità i propri diritti.**) 



*) Dispaccio dell' i. r. Ministero degl' interni del 5 marzo 18^16 
N. :2773 e dispaccio luogotenenziale 16 miArzo N. 569 P, 



— 147 — 

Lo scioglimento ch'ebbe la questione nel campo 
politico, avrebbe ridonata la pace al paese, se, come 
tutte le medaglie, non avesse avuto anche questa il suo 
rovescio. 

Appena avvenuto il fatto, il Municipio di Ossero, 
sempre impegnato con la miglior volontà e calla fermezza 
che à riscontro. nei macigni ond'è piena. la nostra isola, 
a difendere gì' interessi materiali e morali de* suoi am- 
ministrati, avanzò solenni proteste all'Ordinariato ve- 
scovile, chiedendo la reintegrazione della messa latina, 
per mero capriccio di un frate indegno bandita, senza 
alcun ordine superiore, e l'immediato trasferimento di 
lui ad altra sede, a meno che le superiori autorità non. 
credessero di confinarlo entro la breve sponda di uno 
scoglio a far penitenza delle sue peccata. 

Ad avvalorare poi dell' unanime loro consentimento 
tali proteste e le reiterate istanze della loro Podestaria, 
ben centosettcmtaotto capi di famiglia — mentre V intera 
borgata ne conta appena dugento — si rivolgevano con 
altra ancor più solenne istanza all'Autorità diocesana. ^) 

Ma con tutto ciò e sebbene in una seduta del 
Consiglio comunale *^) fosse stata eletta ujia commissione 
coli' incarico di andare a Veglia a patrocinare la eausa 
e a provocare nel più breve termine possibile una de- 
cisione, pure, lasciati scorrere più che tre mesi d* incer- 
tezze inutili e di dannosi puntigli, mons. Vescovo, solleci- 
tato parecchie volte tanto dal Comune quanto dal Governo, 
comunicò finalmente al principio del febbraio le sue de- 
cisioni. **) 



*) Fu rimessa ai vescovo con nota 1 ottobre 1895, N. 19 ris. 

^") Seduta del 2 novembre 1895, P. V. N. 1252. 

") Atti della Curia vescovile, 7 febbraio 1896, N. 15. 



_ 148 — 

Mi affretto a dirlo, sebbene nel relativa decreto si 
ripetano più volte le parole di „pace, concordia ed amore*, 
ir decreto stesso non -arrecò, ne V una riè V altra: nò il 
terzo. E non lasciò neppure il tempo di prima, come 
tante altre decisicmi, ma amiientò i malumori e inasprì 
la faccenda, • creando nno stato di cose, che tiene in 
^ continua agitazione quel paese e sarà causa, quod Devs 
avertati di qualche grave sconìpiglip, ove non giunga una 
più saggia deliberazione delle superiori Autorità. 

Poiché, mentre il Vescovo avrebbe dovuto tanto^o 
ordinare al frate il ritorno alla consuetudine del ieri, con 
quel decreto partendo da premesse false, sfoderando gli 
argomenti in favore della liturgia usati da tutti i gior- 
nali e i capiparte slavi, attingendo non già alle docu- 
mentate prove fornite dal Municipio, né alla pura ed 
infallibile memoria del popolo, ma a tre o quattro 
ben noti preti, impegnati a non perdere questa nova 
rocca cosi facilmente espugnata, asserendo di tal guisa 
fatti mai avvenuti e svisandone altri, mons. Sterk finisce 
col disporre la totale introduzione della liturgia slava 
nella chiesa cappellaniale esposta di Neresine e coonesta 
così formalmente tutti gì* illegali cambiamenti liturgici 
fatti negli ultimi anni. E soltanto per alta degnazione 
ed ispecial favore è indotto a tollerare — capite, tol- 
lerare — la messa latina nelle domeniche e nelle feste. 

Non faccio commenti: chi a seguito il nòstro studio 
e specialmente il racconto particolareggiato di questi 
avvenimenti, t^aprà farli facilmente da sé. Istituisco sol- 
tanto un confronto fra V ultimo vescovo di Ossero che 
al principio del secolo tanto fa e s' adopra per ristabilire 
la lingua latina U\ dov'era tollerata la slava, e questo 
vescovo di Veglia, che alla fine del secolo XIX tollera 
la lingua latina, la lingua universale della chiesa cristiana 



— 149 — 

ratto! ica apostolica romana, in uni chiesa, nella quale 
da tempi immemorabili era in uso,, perchè....'...^ un frate 
qualunque vi à celebrata una messa glagolitica! 

E il bello si è che il Vescovo emana quest'ordine 
i,per consiglio avuto da pèrsone dinanzi a cui dobbiamo 
chinare il capo!" Chi saranno queste persone così potenti 
sull'animo d'un vescovo, che, quando decide di cose tanto 
importanti, n:)n dovrebbe ascoltare che i consigli della 
propria coscienza, delle prove storiche, dei fatti palpabili 
e della ^nolontà di tutto un popolo pio, laborioso, pacifico ? 

y,Homii soil qui mal y pense /'' 



XVI 



E cosi ir nostro studio s'affretta alla fine, senza 
apparato di peregrina e vana eloquenza, con la certezza 
di aver chiaramente dimostrato che la liturgia slava nella 
nostra antica diocesi di Ossero non pup aspirare ai di- 
ritti di un privilegio, ma fu introdotta in un'epoca nefasta 
per la vita nostra e venne tollerata soltanto per il basso 
grado di cultura e per l' ignoranza del latino nel clero 
slavo o rispettivamente per l' ignoranza della lingua sJava 
da parte dei sacerdoti nostrani. Reintrodurre dunque^ 
come si fa oggi, il glagolisrao nelle nostre chiese, ban- 
dendo assolutamente ogni traccia di liturgia latina, 
equivale a distruggere 1' opera benemerita de' nostri 
vescovi, equivale a voler il ritorno delle tenebre. 

Senonchè non è questo lo scopo a cui tendono i 
fautori del risorgimento della lingua glagolitica nei nostri 
paesi. Ce lo dicono ad una voce il canonico Pesante e 
il prof. Benussi ') : L' obbiettivo dei capi settari slavi è 
chiarissimo, essi vogliono creare un fatto compiuto, in- 
7 trodurre cioè a viva -forza-in tutti i luoghi di nazionalità 

/ ~s1ava o mista, la liturgia slava ; e dopo avere fanatizzate 
le popolazioni per Tidea nazionale panslavista, dopo averle 



*) Pesante, o. e. pag. 103—172 e Benussi, o. e. pag 279—281. 



— 151 — 

abituate alla nuova lingua liturgica, e fatto credere che 
la medesima formi parte intangibile del loro patrimonio 
nazionale, e sia arra per esse di grandi destini futuri e 
vessillo di lotta contro le altre nazionalità, dichiarare alla 
Curia romana od a chi per essa: confermateci i nostri 
diritti, la nostra liturgia croata, sia essa pui*e illecita per 
origine e lesiva i diritti e le tradizioni delle altre nazio- 
nalità che di (forano sul medesimo suolo; se no, db la 
santa RìJissia)\che ci attende a braccia aperte. 

E che qi^ste non sieno vane ciancia o peggio ma- 
liziose insinuaz^pni, è provato dal comportamento tenuto 
dai capi del pakito slavo nel Litorale e dal linguaggio 
della stampa slaW a cui gli amici del glagolismo s'ap- 
poggiano. Informiko il „ Parlamentar** che dichiara ^stra- 
niero ed incomoch il romanismo colla sua chiesa 
latina", „11 Diritto t'roato" di Fola e oggi „11 Pensiero 
Slavo" di Trieste, cr^ tutte le sue rosee pagine infiora 
di articoH inneggiante alla Russia e all'ortodossia; lo 
„Slovanski Svet", che continua imperterrito la sua opera 
panrussista-scismatica, ebme l'appellò il „Rimski Katolik**; 
lo „Slovenski Narod", c^e le sue basse offese scagliò 
persino contro l' augusto tlapo della Chiesa e finalmente 
la „Na§a Sloga'*' che redatta da un prete non si peritò 
di falsare a scopo di polisca agita^zione una pastorale 
vescovile. Informino inoltre la lettera aperta diretta al 
vescovo di Parenzo-Pola dal deputato Laginja, genera- 
lissimo del partito slavo dall'Istria, in cui si accenna 
vagamente al pericolò che ,,nn giorno i pastori potes- 
sero rimaner senza gregge" e il discorso tenuto a 
Pietroburgo dallo spretato redaitore del ^Pensiero Slavo" 
per la ricorrenza del 25™° anniversario della Società di 
beneficenza slava, dove „per incarico (!) dei numerosi 
abitatori della campagna d'Istria, Trieste e Gorizia, croati 



— 152 — 

o sloveni" disse fra altro: Pur troppo ia religione an- 
cora ci divide '.^ croati e gli sloveni che in origine 
anno ricevuto il \prÌ8tianesimo dai primi apostoli degli 
slam, Oirillo e iketodio, sono successivamente passati 
sotto Voppressionk dei latini e nel dominio della chiesa 

ocddefiitale Tumone religiosa degli slavi deve essere 

ristabilita, costi cdò che sa costare.^ E come se tatto 
ciò non bastasse, ì^elV adunanza che i giovani Gehi ten- 
nero a Vienna il Il7 di agosto 1896, discutendosi la 
della lingua nazionale nelle varie 
'u votato un ordine del giorno, con 
se TArcivescovo di Vienna non ac- 



questione dell* uso 

chiese della città, 

cui si stabiliva che 

cogliesse la loro do nanda, gli Óehi debbano minacciare 



il loro passaggio 



Ma chiesa greco-ortodossa^ con la 



quale verrebbero e stringere maggiormmite i vincoli 
di amicizia colla Russia.** Parole abbastanza chiare, 
come quelle pronur ciate dal conte Ignatiew : „Il vincolo 
che lega i russi coi rimanenti popoli Slavi e T orto- 
dossia!'*'') 

Ma chi non crede a queste prove palmari e con- 
tinua, pur innocentemente, a soccorrere questo indirizzo 
più politico che religioso, ascolti questa voce che giunse 
a noi poco fa da Roma. 

Nel gennaio del 1895 pervenne ai vescovi del Li- 
torale Austriaco e della Dalmazia- Albania . e alla maggior 
parte dei relativi Capitoli un opuscolo da Roma conte- 
nente due stampati. Nel primo di quest»; firmato «Appunti 
di Revisori deputati" si dimostra conie nei libri liturgici 
slavi editi dalla tipografia Jia Pr op 4 * ga n d a . JEide t, oltre 
a numerose versioni erronee si contengono varie espres- 
sioni antidommatiche ed irriverenti verso la santìssima 

^) Leggi a proposito dsUa così detta^iclea cjrillo-oietodiafta»" 
un ealzanle articolo di mons. Màhnió, Rimski Katoliic, VI 517^519. 



-_ 153 — . . 

Vergine e le Persone della santissima Trinitci In base 
a queste dimostrazioni fondate suiresàme dell' Inno Am- 
brosiano, dei Vangeli di San Giovanni, del simbolo Ata- 
nasiario, del salmo XXXIV e del Magnificat, i Revisori 
dichiarano che „ qualche dottissimo Porporato ha detto 
che queste inverse versioni dovevano restare eternamente 
nell'ombra" e propongono in fine: o all'indice o alle 
fiamme. 

Assai più importante di questo scritto, di cui certo 
noi non facciamo malleveria, è l'indirizzo esteso in latino 
e firmato: Aliquot exutroque clero sacerdotes, de quibus 
aliqui jam in Sacrtim Collegium cooptati sunt, diretto 
al Principe Decano del Sacro Collegio, al Prefetto della 
Santa Congregazione ed agli altri Principi della Chiesa. 
In questo, riferendosi al Rituale romano tradotto nello 
slavo volgare per le chiese del Litorale adrio-slavonico, 
com'essi lo chiamano, osservano che simile Rituale non 
fu mai usato in tutto quel litorale, ma fu soltanto 
tollerato qua e là ed in un tempo quando vi orano., 
dei sacerdoti ignari della lingua latina: oggi invece tutti 
i preti conoscono il latino, quindi è tolto ogni motivo 
dell'esistenza di questo Rituale. Parlando poi del Messale 
romano edito in lingua paleoslavica, e con caratteri gla- 
golitici, notano che a torto si fece credere alla S. Sede 
che con questo mezzo gli scismatici si convertirebbero 
alla Chiesa cattolica, ^) mentre invece questa esecrabile 
menzogna — execrabile mendacium — serve a certo 

^) E difatti come e' entriamo noi cogli scismatici ? La Santa 
Sede^potrà benissimo, quando a lei piaccia, ordinare un tale tem- 
peramento air universale disciitlina per quelle comunità russe die 
vorranno ritornare nel grembo della cattolica chiesa; ma non 
vorrà certo sacrificare la latinità delle nostre chiese, che nulla 
anni) a che fare colla Russia. Solo le menti riscaUlate dei mestatori 



— 15i — 

persone per estorcere alla S. Sede delle Innovazioni, le 
quali favoriscono i loro scopi politici e settari — poli- 
ticos oc seditiosos fines. Essendo la S. Romana Chiesa 
la madre e la maestra delle genti essa non potrebbe 
invigilare sulla esattezza del domma, ove ognuno usasse 
il proprio linguaggio: non la madre è obbligata a cono- 
scere la lingua de' figli, ma questi il linguaggio della 
madre. E così continuando questo indirizzo si chiude 
colle domande: ^Perchè adunque si fa una nova edi- 
zione ? Forse perchè Y uso clandestino si traduca in più 
esteso abuso?" ^) 

(W / Che sia poi soltanto la4>dlitìrT"pftft5feva quella che 

move i fautori del glagolismo,"e non già il decoro delle 
chiese nazionali e il benessere del misero popolo, come 



panslavisti, venuti per nostra' rovina a sobillare le plebi cam- 
pagnole, sognano certe unioni. Il nostro popolo ne è affatto alieno 
e se anche parla a casa lo slavo, vuol rimanere nella chiesa la- 
tino come per lo passato. Della stessa opinione sono tutti i teo- 
logi e tutto il clero tedesco, dosi il sacerdote Bernardo Lesker 
nel recente libro „Eine Fahrt an die Adria" (Stuttgart 1895) dopo 
di aver espresso anche per altri riguardi la sua avversione alla li- 
turgia slava, cosi dice a pag. 6!2: Alcuni buoni cattolici slavi spe- 
rano persino di ricongiungere a Roma gli slavi scismatici col mezzo 
della liturgia glagolitica. In quanto queste speranze si compiano o 
più tosto falliscano, cioè conducano allo scisma gli slavi cattòlici, 
io naturalmente non posso giudicare così su due piedi. Ma un 
vecchio ed esperto sacerdote fiumano m' assicurò che nessun sci- 
smatico era stato finora guadagnato con questo mezzo ; ebrei e 
protestanti eransi convertiti alla chiesa cattolica, ma scismatici 
giammai ! 



*) Di queste sintomatiche pubblicazioni tennero parola molti 
dei nostri giornali; un sunto ne diede anche IJ Istria di Parenzo 
nel num. dei Ifr febbraio 18f>5. 



— 155 — . 

vanno declamando, si deve trarlo anche dal comporta- 
mento tenuto dentro e fuori della chiesa dai noti preti 
slavi. E oramai tutti sanno che appunto quelli, i quali contro 
ogni canone celebrano in islavo, sono gli stessi che si fanno 
banditori dal pergamo e dalla tribuna, dall'altare e dalla 
piazza del verbo panslavo, dell'odio ringhioso ed ingiusto 
contro la nazionalità italiana ; che invece di spiegare al 
popolo il vangelo, esplicano programmi politici punto 
cristiani e si mettono a capo delle turbe accecate e le 
conducono air elezioni, quasi che si trattasse di salvare 
la religione e la morale da irreparabile rovina. Sono 
siffatti preti, che per poter insultare alla civiltà latina 
storpiano le vite dei santi, fanno di apostoli martiri, 
massacrati nel bel paese dove il sì suona, e chiamano 
giorno di letizia per la chiesa di Cristo quello in cui si 
fonda nel villaggio una società slava che avrà il com- 
pito di seminare la discordia fra gli abitanti di una stessa 
terra. È così che diversi uffici parrocchiali son diventati 
altrettante agenzie delle società di Zagabria e di Segna, 
che nelle isole nostre diffondono libri e calendari a scopo 
di nazionale agitazione; è cosi che si croatizzarono le 
matricole e i cognomi, non solo introducendo un' orto- 
grafia di novo conio, ma traducendo anche di sana pianta 
nomi prettamente italiani, affinchè ogni traccia sparisse 
dell'odiato popolo nostro da queste isole infelici. E questo 
metodo fu seguito anche in certe soscrizioni destinate a 
Roma, per far credere che queste sieno terre croate; 
mettendo in non cale ogni sentimento di equità e tutte 
le ordinanze ministeriali emanate in questo proposito. ^) 



■') Leggi l'esauriente interpellanza presentata all' imp. Governo 
dal deputato Bartoli nella seduta 5 febbraio '97 della nostra Dieta, 
in cui vengono deplorati gli abusi commessi contro 1' ordinanza 
ministeriale 10 maggio 1893 N. 1524. 



— 15(5 — 

Insomma siamo giunti al punto che il nostro popolo, 
pur tanto attaccato alle tradizioni religiose, va facendosi 
ogni giorno più scettico e meno riguardoso verso le in- 
stituzìoni ecclesiastiche. Del che non altri può esser 
chiamato a rispondere se non quei noti preti e frati, i 
quali certo non sono. né lumen mundi né sai. terrete. 
Un esempio di più che „il sacerdozio dato consigliere e 
guida alle anime nelle relazioni con l' infinito, ogni 
qualvolta deviando dair ordine umano e divino viene a 
mescolarsi con la terra col ferro e coli' oro, ne riesca 
non si sa qual più tra corruttore e corrotto." 

E perciò, senza impancarci a giudici di chi non 
seppe infrenare tanto xUsordine e, come scrive san Paolo, 
da più alto loco deve attenderò la propria condanna, 
stendiamo un velo pietoso sul passato e alle peno 
presenti ricerchiamo conforto nelle speranze dell' av- 
venire. 

Sì, speriamo! A Monsignor Mahnié^ testò eletto 
a vescovo di Veglia, è liserhato il grave pondo di rimetter 
ordine e pace nella nostra d'ocesi. Noi non chiediamo 
favori, non vogliamo essere compensati dei danni sofferti. 
Studi egli, da quel pio e dotto prelato che è, la nostra 
storia, umile ma onorata, tutta piena di memorie romane 
e italiche ; ascolti la voce, dei monumenti ond' è sparso 
il nostro classico suolo, segua l' esempio di quegli illustri 
che sedettero siiUa cattedra di san Gaudenzio; non 
isdegni di porger l'orecchio ai lagni, che da ogni parte 
gli si leveranno dalle popolazioni ormai stanche di esser 
fatte zimbello altrui, e discernendo poi con acuto esame, 
libero da maligne insinuazioni e da funesti consigli, dia 
a Osare quel eh' è di Cesare e a Dio quel eh' ò di Dio 

Non tolleri dunque il novello Vescovo là liturgia 
slava, ma la sradichi da per tutto nell'antica dioc^^si di 



- 157 - 

Ossero, dove fu introdotta qua e là da poco, illegalmente 
e contro l'espressa volontà della popolazione. Metta in 
pratica il celebre nihil imiovetur, non già^ nel senso di 
lasciare gli abusi introdotti, si bene restituendo l'antica 
e legale liturgia latina e da c{uel momento appena non 
permettendo alcuna innovazione. Limiti l'attività del clero 
alla sacra vigna del Signore, la faccia finita una bona 
volta colle agitazioni nazionali, che abbassano e detur- 
pano il ministero apostolico, e la chiesa ritorni anche 
qui la „casa della pace -^ dove a tutti, senza distinzione 
di nazionalità, sia offerto lenimento alle pene e alle cure 
di questa vita terrena, affinchè anche in noi s' avveri il 
desiderio di Cristo: Ut omnes unum sint. Tolga linai- 
mente gli abusi introdotti in tutti i rami dell' azienda 
ecclesiastica a detrimento dell' ordine, della disciplina e 
della pace. 

Questi i nostri desideri, queste le nostre speranze, 
questa l'opera risanatrice che riassumiamo nel motto: 
Instauratlo' faclenda ab imis fundamentis ! 

E in quest'opera il Vescovo avrà l' appoggio- di 
tutti i bennati, chierici o secolari, e il plauso della Curia 
Romana, la quale certo non sacrificherà ai sogni politici 
di pochi mestatori la latinità delle nostre chiese. E il 
Governo pure glie ne sarà riconoscente, poiché vedrà 
tolto per sempre un fomite di malcontento popolare. 

Allora appena cesseranno le titubanze, le incertezze, 
le commozioni, gli spettacoli ben poco confortanti a cui 
il popolo nostro viene esposto da certi ministri ben 
d' altro pensosi che dell' alto scopo a cui s' informa la 
Chiesa; mentre questo popolo à il diritto di non essere 
fuorviato da così malsane agitazioni dalla sua vita rego- 
lare ed operosa e i sacerdoti anno il dovere di non 
strapparlo a viva forza dal focolare delle religiose 



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tradizioni, di non diseducarlo con le loro opere dall'idea 
di Dio e della Religione, che come filo laminoso attra- 
versa ogni periodo della sua storia. Allora appena in 
queste terre, figlie primigene della chiesa di Cristo, a 
cui diedero martìri e santi; dove le basiliche e i templi 
e i monasteri largamente dotati fanno fede della pietà 
popolare ; donde a difender la Croce salparono alla volta 
di Lepanto Collane Drasa e la sua galera; dove al lin- 
guaggio di Roma 'pagana s'accorda quello tJi Roma 
cattolica, allora da ogni petto proromperanno, concorde 
inno, le parole di pace: Prega e lavora!